“Viaggio tra gli Indigeni del Sud America” di Federico Bellini

[Scena tratta da “Civiltà perduta – The Lost City of Z“, film del 2016 di James Gray]

Nel 1929 fu l’anno di una misteriosa e alquanto insolita scoperta. Una mappa dipinta su pelle di gazzella, – e che gli archeologi attribuirono ad un ammiraglio turco del XVI secolo di nome Piri Reis -, cominciò a circolare dopo che venne rinvenuta durante i lavori di rifacimento della Biblioteca del Palazzo Topkapı di Istanbul, e dove era stata conservata da chissà quanto tempo La cosa singolare è che in questa mappa, in netto contrasto con  le altre esistenti in quel periodo, sono rappresentate svariate terre emerse che all’epoca non erano state ancora esplorate, in essa, infatti, sono raffigurate le coste dell’Antartide così come oggi appaiono sotto l’attuale coltre di ghiaccio, facendo intendere che possa essere stata creata in un periodo in cui il continente artico era libero dal gelo e dai ghiacci, migliaia o forse milioni di anni fa. La mappa, ancora oggi esistente, riporta i contorni dettagliati delle coste di Europa, Nord Africa e Sud America, seppure sia l’illustrazione della costa settentrionale dell’Antartide a sbalordire, dato che questa regione non sarebbe stata scoperta se non dopo altri 300 anni. L’Antartide è ricoperta da ghiacci dello spessore di 1 chilometro ed oltre, e il radar, capace di leggere sotto il ghiaccio, fu inventato solo nel 1956, perciò una simile mappa datata 1513 e che mostra in maniera così accurata questa topografia, è alquanto fuori da ogni concetto lineare storico.

Sovrapponendo la “Mappa di Piri Reis” su una moderna cartina del Mondo attuale, si rimane stupefatti nello scoprire che questa antica carta è precisa fin nel più minuto dettaglio. Come potevano, pertanto, i disegnatori di questo manufatto vecchio di centinaia di anni, conoscere terre così lontane e che non erano ancora state scoperte? Singolare, inoltre, l’interesse delle autorità turche dell’epoca, dato che dopo la scoperta, le numerose note sulla mappa vennero tradotte nel 1935 – per esplicita volontà di Atatürk – da Bay Hasan Fehmi e Yusuf Akcura, per conto della “Società Storica Turca” (Turk tarihi kurumu). I due curatori allegarono l’integrale trascrizione delle legende della Carta di Piri Re’is (Piri Reis Haritasi), presenti a margine all’originale, in lingua turca moderna, tedesco, francese, inglese e in italiano. Eppure, in quelle regioni del pianeta, l’insolito sembra albergare da tempo. Migliaia di chilometri più a nord dell’Antartide, nel bel mezzo del Brasile, i Kayapo celebrano ogni anno l’arrivo del misterioso Bep-Kororoti, “Colui che viene dal Cosmo“, indossando un curioso abito di vimini che ricorda molto una tuta spaziale moderna, e secondo i racconti dei leader della tribù, egli sarebbe giunto dalla catena montuosa del Pukato-Ti. Dopo l’iniziale paura, scatenatasi a seguito del primo incontro, lentamente la gente del villaggio iniziò a sviluppare una vera e propria adorazione verso questo straniero, motivata dalla sua bellezza, lo splendore bianco della sua pelle e la benevolenza che dimostrava verso la popolazione.

Si tramanda che questo strano visitatore, apparso dal nulla, fosse straordinariamente intelligente e che avesse consegnato, agli anziani della tribù, preziosissime conoscenze. La leggenda racconta che un giorno, però, Bep-Kororoti esplose in un attacco di rabbia, e con urla e minacce vietò ai membri della tribù di avvicinarsi a lui. Fu allora che la tribù vide andare lo straniero verso i piedi della montagna e fuggire nel Cielo in una tremenda esplosione che scosse tutta la regione. I nativi lo videro poi scomparire in una nuvola di fuoco e l’esplosione fu talmente intensa da distruggere un vasto territorio della giungla, nonché far scomparire gli animali, tanto che da quel momento la tribù soffrì un lungo periodo di carestia e di fame. Quando l’etnologo Joao Americo Peret intervistò gli anziani della comunità indigena nel 1952, affermò che la vicenda di Bep-Kororoti risaliva ad un passato molto lontano. I ricercatori moderni, alla luce del fenomeno del Culto del Cargo, si chiedono, invece, quale tipo di persona possa aver visitato le tribù del Mato Grosso in un periodo così remoto, vestito di una tuta un po’ fuori dall’ordinario, e in possesso di una magia che, a dire dei Kayapo, era in grado di abbattere un animale con un semplice tocco.

Il fatto ancora più sconcertante di tutta questa vicenda è che la strana tuta di questo Essere, è diventata nel corso del tempo parte integrante delle cerimonie in memoria di Bep-Kororoti, ovviamente riprodotta con i semplici mezzi a disposizione nella foresta amazzonica. Eppure, la descrizione, “tra nuvole di fumo, di luce e rombi di tuono“, richiama alla mente il comportamento di un motore a reazione moderno, e secondo i loro ricordi, quando il visitatore tornò a sedersi in questo albero speciale e, toccando i rami, avvenne una grande esplosione e l’albero scomparve in aria, è un azzardo pensare che si trattasse di un razzo spaziale? Ad ulteriore dimostrazione che gli antichi culti sparsi in tutto il pianeta hanno avuto una comune origine, una delle pratiche più antiche, diffuse e sconcertanti fu quella della deformazione del cranio nei bambini, con lo scopo di conferire loro inusitate doti intellettive e l’aspetto degli stessi Dèi. I vari gruppi umani presenti sulla Terra presentano caratteristiche uniche che ne definiscono la cultura, la lingua, le usanze, la moda, le tradizioni, etc., e che si trasmettono da una generazione all’altra, l’insieme di tutti questi elementi fornisce, poi, informazioni preziose di uno specifico e determinato gruppo culturale.

Tuttavia, esistono anche una serie di usanze trasversali che vengono praticate in ogni continente della Terra, quali la circoncisione, i rituali di sepoltura, e tra cui anche la deformazione cranica, conosciuta con il termine di Dolicocefalia. In sostanza, si tratta di tradizioni nate nel passato più remoto dell’Umanità, tanto che il loro significato originario si è perso nella notte dei tempi. Una volta si credeva persino, che le deformazioni craniche, si fossero sviluppate originariamente in Egitto per poi diffondersi in tutto il globo, ma i ricercatori si sono resi conto che questa curiosa usanza non ha avuto origine in una zona geografica isolata, ma sorse tra diversi gruppi culturali in altrettanto diverse aree del pianeta, e in modalità del tutto indipendenti tra di loro. Alcuni reperti archeologici dimostrano che la deformazione cranica era già in uso nel Neolitico, intorno al 10 mila a.C., sebbene fino al 5 mila a.C. tale pratica sembra essere stata episodica, ciò potrebbe essere dovuto dall’esiguo numero della popolazione e degli individui sottoposti alla pratica, oppure al numero limitato di crani rinvenuti. I primi esempi di crani allungati più antichi sono stati scoperti nell’Australia sud-orientale, a Coobool Creek e Kow Swamp, mentre sorprendentemente, alcuni di essi della stessa epoca sono stati trovati anche nella Grotta Shanidar in Iraq; negli altopiani orientali del Brasile fu persino recuperato un cranio risalente al 7.500 a.C.

Addirittura, a soli 300 metri dal villaggio di Onavas, nella parte meridionale dello stato di Sonora, in Messico, fu rinvenuta una sepoltura collettiva composta da 25 persone, 13 delle quali presentavano la strana deformazione del cranio. Cinque degli individui con il cranio deforme mostravano anche una mutilazione dentale, mentre altri scheletri presentavano ornamenti realizzati con conchiglie e lumache che si trovano nell’area del Golfo della California. Indipendentemente dal luogo del ritrovamento, la maggior parte dei crani modificati presenta analogie sorprendenti: scanalature trasversali o depressioni sono state osservate su tutti i teschi, chiari segni che l’allungamento era il frutto di una manipolazione intenzionale e non il risultato di problemi genetici o congeniti. Oltre alla manipolazione fisica del cranio, in alcuni gruppi etnici i capelli venivano raccolti e intrecciati, nonché posti in un contenitore per accentuarne la forma allungata della testa. Analoga funzione lo aveva anche il copricapo allungato che adorna il capo di molti faraoni (e gli Dèi), ed in Egitto solo alla nobiltà era permesso di indossare oggetti simili come simbolo del loro status elevato; seppure la terra delle piramidi non sia il solo luogo dove si è registrata questa usanza.

Copricapi allungati in oro sono stati scoperti in Europa centrale, alcuni dei quali risalenti al 1400 a.C., ovviamente, anche in questo caso, si trattava di ornamenti che non erano utilizzati dagli uomini comuni. Nell’arte rupestre preistorica, vari personaggi indossavano curiosi cappelli a punta, ma anche al giorno d’oggi, durante le feste di compleanno, il festeggiato indossa un oggetto simile per simboleggiare la sua importanza tra i presenti. Potrebbe essere questa tradizione il residuo di una pratica dimenticata, atta ad assomigliare agli Dèi? In alcune culture si tramanda che la pratica della deformazione cranica sia stata comandata dalle Divinità discese nei tempi antichi sulla Terra, difatti, un’antica tradizione polinesiana, ci informa chiaramente che questa tecnica era stata insegnata da un gruppo di persone dalla pelle chiara, la cui Casa era nel Cielo. In America Centrale ci sono racconti analoghi, che narrano che gli Dèi discesi dal Cielo, comandarono questa pratica agli antenati dei nativi americani, mentre in Perù si tramandava che il dio Manco Capac (nonché primo imperatore Inca), ordinò di praticare le deformazioni in modo che i loro figli sarebbero stati deboli, sottomessi e obbedienti. Più chiaro di così…

Tra il 1828 e il 1900 la Bolivia fu in guerra aperta, o latente, un po’ con tutte le nazioni confinanti (Perù, Cile, Paraguay, Brasile) per questioni legate al confine, il controllo dei giacimenti minerari e le risorse forestali. Una di esse fu la “Guerra del Acre” (1899-1900) per il controllo dell’estrazione del caucciù, soprattutto contro il Perù e, dopo estenuanti trattative, entrambi chiesero l’intervento dell’Inghilterra perché inviasse un esperto per fissare quelli che sarebbero stati i confini definitivi tra le due nazioni. Il governo inglese inviò così il colonnello Percy Fawcett, esperto coloniale e cartografo della “Società Cartografica Britannica”, appassionato esploratore e cultore delle civiltà del passato, che raccolse durante i suoi viaggi in quelle terre, tradizioni orali e leggende dagli Indios. Percy Harrison Fawcett (1867-1925 o successivamente) è stato un militare, archeologo ed esploratore britannico. Assieme al figlio maggiore scomparve in circostanze sconosciute nel 1925 durante una spedizione alla ricerca di “Z”, un’antica città perduta che lui ed altri collaboratori credevano di aver rinvenuto attraverso alcune tracce, nell’inesplorata giungla brasiliana, identificandola con El Dorado. La bramosia di Fawcett di ricercare risposte nell’ignoto non emerse dal caso, essendo cresciuto in una famiglia intrisa di cultura, con il proprio padre, indiano per nascita e membro della Royal Geographical Society (RGS), ed un fratello maggiore, Edward Douglas Fawcett (1866-1960), alpinista, occultista orientale e scrittore di libri di filosofia e di popolari romanzi d’avventura.

Nel 1886 arrivò il tanto sperato incarico che lo avrebbe condotto a ricercare proprio quelle risposte che avevano intriso i suoi studi giovanili, quando ricevette un lavoro nella Royal Artillery e prestò servizio a Trincomalee, Ceylon, dove incontrò la moglie. Sposò Nina Agnes Paterson nel gennaio 1901, dalla quale ebbe due figli maschi, Jack (nato nel 1903), Brian (1906-1984) e una figlia femmina, Joan (1910-2005). Entrò poi a far parte della RGS, come il padre, nel 1901, per poter studiare topografia e cartografia, lavorò quindi per il servizio segreto britannico in Nordafrica, divenne amico di scrittori come Henry Rider Haggard e Arthur Conan Doyle; quest’ultimo usò i resoconti di campo dell’Amazzonia redatti da Fawcett come ispirazione per il romanzo “Il Mondo Perduto“. Infine arrivarono anche le sue memorabili spedizioni. La prima spedizione di Fawcett in America Latina risale al 1906 quando, all’età di 39 anni, si recò in Brasile per mappare una parte di giungla al confine tra Brasile ed Argentina per conto della RGS. Alla società era stato chiesto di mappare la zona come parte terza imparziale riguardo ai vari interessi locali, perciò giunse a La Paz, in Bolivia a giugno, e durante la spedizione nel corso dell’anno successivo, Fawcett disse di aver incontrato e sparato ad una Anaconda Gigante di ben 19 metri, dichiarazione che gli valse l’iniziale scherno della comunità scientifica; tra l’altro menzionò anche altri animali strani sconosciuti alla zoologia.

Svolse ulteriori spedizioni tra il 1906 e il 1924, si spostò tra i nativi grazie a regali, pazienza e un comportamento sempre gentile e rispettoso, nel 1908 rintracciò la sorgente del Rio Verde (Brasile) e nel 1910 fece un viaggio fino al fiume Heath (al confine tra Perù e Bolivia) per trovarne la sorgente. Durante questo periodo intercorso tra le sue spedizioni, e in base ad una propria ricerca documentaria, formulò le prime ipotesi circa una “Città Perduta di Z” in Brasile, più o meno intorno agli anni dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Tornò quindi in Inghilterra per il servizio militare, arruolandosi come volontario, destinato al fronte delle Fiandre e al comando di un gruppo di artiglieria, nonostante avesse quasi 50 anni, e dopo la guerra ripartì subito per il Brasile per effettuare ulteriori studi di zoologia ed archeologia. Nel 1925 grazie anche al finanziamento di un gruppo di Londra chiamato “Glove“, Fawcett tornò in Brasile con il primogenito Jack ed un suo amico. Dopo aver studiato le antiche leggende e i documenti storici del luogo, si era convinto dell’esistenza di una città perduta da qualche parte nel Mato Grosso, una città che lui stesso denominò “Z”, rilasciando però una insolita richiesta, che se la spedizione non fosse tornata, non avrebbero dovuto organizzare nessuna spedizione di recupero.

Avendo accumulato una lunga esperienza di viaggi con bagaglio a mano, aveva scelto uomini in salute, abili, leali, in grado di adattarsi ad ogni situazione, e in questo caso scelse il suo primogenito Jack e il caro amico Raleigh Rimmell, due soli compagni sia per poter viaggiare leggeri, ma anche per cercare di nascondersi dalle tribù che, in alcuni casi, erano ostili verso gli esploratori; molte di quelle tribù non avevano mai avuto contatti con i bianchi. Il 20 aprile 1925 partì per la sua ultima spedizione da Cuiabá, oltre ai suoi due compagni, Fawcett fu accompagnato anche da due lavoratori brasiliani, due cavalli, otto muli e un paio di cani. L’ultima comunicazione della spedizione avvenne il 29 maggio 1925, quando scrisse una lettera alla moglie dicendo che era pronto ad entrare nel territorio inesplorato con solo Jack e Rimmell, consegnata al destinatario da un messaggero indiano. Si disse che avevano attraversato il fiume Xingu, un affluente sudorientale del Rio delle Amazzoni, poi da dopo quell’episodio si sono perse le loro tracce per sempre. In molti credono che gli indiani locali li abbiano catturati e poi uccisi, forse i Kalapalo che per ultimi li videro, o gli Arumá, i Suya o gli Xavante nel cui territorio stavano per entrare. I due ragazzi giovani erano zoppi e malati quando furono visti per l’ultima volta, seppure non ci sono prove che siano stati assassinati, è però plausibile che siano morti per cause naturali nella giungla brasiliana.

Nel 1927 una targhetta di Fawcett fu trovata presso una tribù indios, nel giugno del 1933 una bussola a lui appartenuta fu trovata nei pressi degli indiani Baciary del Mato Grosso dal colonnello Aniceto Botelho: la targhetta però risaliva alla spedizione di Fawcett di cinque anni prima ed era stata probabilmente donata al capo di quella tribù, mentre per la bussola, invece, si dimostrò che fu abbandonata prima di entrare nella giungla per l’ultima spedizione. Da lì iniziò la leggenda. Immediatamente furono organizzate spedizioni di salvataggio senza però dare nessun risultato. Si avvicendarono solo voci, oltre a vari racconti secondo i quali Fawcett sarebbe stato ucciso dagli indigeni o da qualche animale esotico, addirittura una delle storie più misteriose sosteneva che avesse perso la memoria e fosse diventato un capotribù di cannibali. Un’altrettanto strana storia, apparsa il 21 marzo del 2004 sul giornale britannico The Observer, a seguito di alcune dichiarazioni di un direttore televisivo, quale Misha Williams, che aveva studiato le carte private di Fawcett, sosteneva non avesse voluto tornare in Gran Bretagna preferendo fondare una comune nella giungla, basata sui “principi teosofici e sull’adorazione di suo figlio Jack“…

A conclusione di questo viaggio, – iniziato dalla misteriosa “Mappa di Piri Reis” con raffigurate su di essa le coste dell’America meridionale e dell’Antartide -, come non menzionare i Selk’nam, detti anche Ona, una popolazione di Nativi Americani abitante gli estremi lembi australi dell’America meridionale, nella Terra del Fuoco a Sud-Est dello Stretto di Magellano. Conosciuti anche come Ona, ad oggi una tribù purtroppo estinta, deve il suo nome per una attribuzione da parte degli Yamana o Yaghan, i quali vivevano nei canali delle isole della Terra del Fuoco fino a Capo Horn, insieme agli Alakauf o Halakwulup o Kaweskar abitanti dei canali delle isole cilene a Nord-Ovest della Terra del Fuoco. Tutte queste tribù formavano il gruppo dei cosiddetti Fuegini marittimi, occupanti le coste meridionali e occidentali e le isole minori dell’estremo Sud del continente americano. I Selk’nam e gli Haush, loro affini e pure estinti, detti Fuegini pedestri, rappresentavano uno dei principali gruppi Ona e si dividevano a loro volta in due gruppi, quello settentrionale e quello meridionale, tra loro ostili. Sono stati tra gli ultimi ad essere scoperti dai colonizzatori europei, nel XIX secolo.

I Selk’nam arrivarono in Argentina circa 10.000 anni fa, alla fine dell’ultima era glaciale. Appartenevano probabilmente ad una seconda ondata migratoria, sviluppatasi a oriente della catena andina. Si pensa fossero imparentati con i Tehuelches della Patagonia e i Guaicurù del Chaco con cui avevano in comune i tipi di maschera e i riti di iniziazione, ma si ipotizzò pure che tutte e tre le popolazioni indigene abitanti la Terra del Fuoco, discendessero da tribù asiatiche, le quali, attraversato lo Stretto di Bering, erano migrate fino all’altro estremo del globo. I colonizzatori europei li scoprirono solo intorno alla metà dell’Ottocento, tuttavia il primo avvistamento si fa risalire al viaggio di Fernão de Magalhaês (Ferdinando Magellano), che il 21 ottobre del 1520 si avventurò attraverso lo stretto passaggio che metteva in comunicazione l’oceano Atlantico col Pacifico, dapprima chiamato Todos los Santos e poi ribattezzato col suo nome. Si racconta che lungo le rive di quel canale e in mezzo alle sue isole ardessero i fuochi accesi dai Nativi, e proprio questo fenomeno valse al luogo il nome di Terra del Fuoco. Persino Charles Darwin, nel 1830, li vide a bordo del Beagle, formulando un giudizio che ne evidenziava l’arretratezza e la condizione di estrema barbarie.

Nel 1869 venne fondata una missione anglicana che si stabilì nella Terra del Fuoco sotto la guida di R. P. Waite Hockin Sterling. Già da allora si riuscì ad identificare le varie tribù dei Nativi, specie grazie alla spedizione italiana guidata dall’esploratore Giacomo Bove, la quale lasciò numerosi scritti (presenti nella collezione dei Bollettini della Società Geografica Italiana che organizzò le sue spedizioni), dove sono descritti la vita e le abitudini degli indigeni. Purtroppo, oltre allo studio arrivò anche la persecuzione, e lo sterminio dei Selk’nam ebbe inizio a metà del sec. XIX con l’arrivo dei cercatori d’oro e degli allevatori di pecore, e fu perpetrato da Spagnoli, Croati, Francesi, Italiani e Inglesi. Si trattò di una vera e propria caccia all’indigeno che fissava compensi in denaro per chi ne uccidesse o provvedesse alla loro cattura, tanto che alcuni hanno definito lo sterminio dei Selk’nam come una delle pagine più ciniche del genocidio degli Indiani. I Selk’nam non poterono difendersi con le loro armi primitive, e in seguito a malattie ed epidemie di vaiolo e morbillo (l’ultima datata al 1925), i Selk’nam morirono lentamente e inesorabilmente. L’aspetto più interessante dei Selk’nam, però, resta ancora oggi la loro religione, in quanto considerata piuttosto primitiva.

Era quasi negata l’esistenza di un Essere Supremo, di contro lo sciamano era molto venerato, infatti sostenevano che possedesse poteri soprannaturali come il “Controllo del Tempo“. La mitologia, alquanto semplice, concepiva il Cosmo diviso in quattro sho’on o “Cieli Infiniti“, che rappresentano i quattro punti cardinali: Kamuk, “Cielo del Nord“; Kéikruk, “Cielo del Sud“; Wintek, “Cielo dell’Est” (il più importante dei quattro sho’on, essendo la residenza di Temáukel e la fonte di tutta l’esistenza); Kenénik, “Cielo dell’Ovest“. Ogni shó’on era stato associato con le stagioni, il Kamuk simboleggiava la primavera e l’estate, il Kéikruk l’inverno, il Kenénik l’autunno e, infine, il Wintek simboleggiava tutte le stagioni e, forse, anche il Tempo stesso. Fondamentalmente politeista, la loro religione includeva anche l’esistenza di vari personaggi, considerati vere e proprie Divinità. Ma nondimeno, è necessario chiarire che, secondo le credenze di questo popolo, solo Temáukel era riconosciuto come un Dio, mentre tutti gli altri personaggi della mitologia erano identificati come antenati mitologici. Così, abbiamo un Essere Superiore simile al Dio delle religioni abramitiche, che corrisponde a Temáukel, Dèi o antenati mitologici chiamati howenh, di cui il primo abitante della Terra fu Kenos, un dio creatore, mandato da Temáukel, e infine Xalpen e loro subordinati, compresi i Soorts, gli abitanti del “Mondo Sotterraneo“.