“Viaggio tra gli Aborigeni Australiani” di Federico Bellini

«Nel Mare Orientale si trova un animale che assomiglia a un Bue. È verde d’aspetto e privo di corna. Ha un piede solo. Quando entra nell’acqua o ne esce, provoca vento e pioggia. Il suo splendore è simile a quello del Sole e della Luna, il rumore che fa è simile al tuono. Il suo nome è Kui. Il grande Huang-di lo catturò e fece un tamburo con la sua pelle

Così raccontano le leggende nel sud-est asiatico, quando descrivono “l’Essere con una Gamba“, rintracciabile, sotto svariati aspetti, a cominciare dallo Hunrakàn dei Maya di là dall’Oceano Pacifico, il cui nome significa appunto “una gamba” e da cui deriva il nostro “Uragano”; non c’è da stupirsi, quindi, che egli distribuisca così generosamente vento, pioggia, tuono e fulmine. Pertanto, egli non incarna semplicemente una divinità del tempo atmosferico, ma anche uno degli aspetti di Tezcatlipoca stesso, nonché l’autentico Una-Gamba originario che guarda giù dal Cielo Stellato. Da allora non sono certo mancati importanti personaggi con una gamba sola e che a più riprese hanno fatto capolino in varie parti del Mondo in modalità e quantità sbalorditive, tra cui si menziona la cerimonia del “finto Re” temporaneo del Siam, che portava l’altisonante titolo di “Signore degli Eserciti del Cielo” (una sorta di sostituto del Re noto fin dal periodo babilonese), dove in certi periodi di festa rappresentava il sovrano, nominato per le cerimonie espiatorie annuali, e che doveva stare in equilibrio su una sola gamba sopra una pedana d’oro, durante tutta la cerimonia dell’incoronazione. Su una sola gamba, – come l’animale verde di aspetto e signore delle buie tempeste -, stava anche l’Apopi egizio, o ancor più in generale il Serpente, dispensatore di conoscenze e tragedie nella grande Commedia Umana.

Nel 1938 il dottor Andreas Lommel[1], membro dell’Istituto Frobenius di Francoforte, visse per diversi mesi nella parte nord-occidentale dell’Australia, nella regione di Kimberly, con una tribù aborigena chiamata Unambal, una cultura che esiste da decine di migliaia di anni. Durante questo periodo annotò e fotografò la vita quotidiana di questi cacciatori-raccoglitori fermi all’Età della Pietra, ma ciò che catturò maggiormente la sua attenzione, fu la scoperta di una grotta ritenuta sacra dagli aborigeni e nella quale erano rappresentati degli enigmatici esseri: i Wandjina, pitture rupestri di esseri mitologici connessi con la Creazione del Mondo. Kimberly è l’unico luogo al Mondo dove sono rappresentati questi strani figuri, e secondo i ricercatori si tratta di realizzazioni molto antiche, almeno quanto la cultura aborigena che li realizzò. La tradizione degli Unambal vuole che i componenti della tribù ridipingano le immagini, così da garantire la continuità e non perderne il ricordo. Questo espediente ha permesso alla loro cultura di sopravvivere sino ad oggi all’interno delle diverse tribù Worora, Ngarinyin e Wunumbul, le stesse che venerano i Wandjina e si considerano i custodi delle più antiche pitture rupestri di tutta l’Australia.

L’aspetto interessante di questa particolare storia è la tecnica e lo stile utilizzato dagli aborigeni per raffigurare questi enigmatici “Esseri Divini“: facce bianche, nessuna bocca, grandi occhi neri e una testa circondata da un alone, o un qualche tipo di casco. Guardando i pittogrammi di Kimberley, si nota immediatamente la straordinaria somiglianza con l’immagine stereotipata di un Extraterrestre, un Grigio per l’esattezza. Questi strani esseri appaiono soli o in gruppo, in verticale o in orizzontale a seconda della dimensione della roccia, e possono essere rappresentati con figure e oggetti, come il Serpente Arcobaleno. Attorno alle teste dei Wandjina ci sono linee o blocchi di colore, raffiguranti fulmini, nuvole o pioggia, in quanto si dice che possono punire chi vìola la legge con alluvioni, fulmini e cicloni, tanto che gli aborigeni sono ancora convinti che le immagini abbiano dei poteri, e quindi devono essere avvicinate e trattate con rispetto. Gli aborigeni vedono la Terra come il Grande Serpente Ungut, e con un simile parallelismo, anche la Via Lattea è vista come un altro Serpente, chiamato Wallanganda, e questi due serpenti hanno dato vita alla Creazione, sognando tutte le Creature che vivono sulla Terra, tra cui gli antenati spirituali degli aborigeni e gli stessi Wandjina, gli “Esseri del Cielo” o “Spiriti delle Nuvole” discesi durante il “Tempo del Sogno”, per insegnare le leggi, i precetti e le regole di comportamento.

Secondo la tradizione erano in grado di cambiare forma a piacimento, a volte potevano essere un Wandjina, in altre un essere umano, in altre ancora un animale, inoltre, quando i misteriosi visitatori lasciarono il pianeta, si divisero in due gruppi: il primo si nascose nelle viscere della Terra, mentre il secondo, invece, tornò nel Cielo. Gli aborigeni, inoltre, affermano che dopo la loro dipartita, i Wandjina continuarono a controllare tutto ciò che accadde sulla Terra, nel Cielo e nel Mare, sino ad oggi. Recenti scavi e ritrovamenti di alcuni oggetti antichi nella regione, suggeriscono che la zona fu abitata già 174 mila anni fa, dato in contrasto con la teoria condivisa secondo la quale gli aborigeni sarebbero immigrati dall’Africa all’incirca 60 mila anni fa.[2] Ma c’è dell’altro… Temehea Tohua è la casa ancestrale di Vaekehu, l’ultima regina di Taiohae. Il sito si trova su Nuku Hiva, l’isola maggiore dell’arcipelago delle Isole Marchesi, un’isola unica per le sue strane statue che secondo alcuni raffigurerebbero creature non propriamente terrestri. Sono in molti a voler svelare l’enigma delle sculture Temehea Tohua, perché guardandole ci si pone tutta una serie di domande: esse sono il frutto della fervida immaginazione dei coloni polinesiani, oppure la testimonianza di un antico incontro ravvicinato con esseri di Altri Mondi?

Similmente come accaduto per i Wandjina, il loro significato originale e lo scopo di una grande quantità di opere d’arte preistoriche, sfugge alla nostra comprensione, perché spesso, quello che era stato considerato come il frutto dell’immaginazione di un antico artista, si è poi rivelato essere un’accurata testimonianza di fatti storici. Gli europei raggiunsero le isole Marchesi solo nell’ultimo decennio del XVI secolo, ma secondo alcuni studi recenti, i primi coloni di questa regione oceanica giunsero da Samoa circa 2 mila anni fa. La leggenda vuole che ‘Ono, il Dio della Creazione, avesse promesso alla moglie di costruirle una casa in un solo giorno, così egli raccolse della terra e creò l’isola di Nuku Hiva. La cosa interessante è che il nome originario delle isole marchesi fu “Te Fenua `Enata”, che nel dialetto meridionale significa “Terra degli Uomini”, nome che secondo alcuni studiosi voleva segnare una differenza con la terra abitata dagli “stranieri”. Infatti, in alcune statuette presenti sull’isola di Nuku Hiva, sembrano essere rappresentati degli Esseri provenienti da Altri Mondi, perché certamente, essi non assomigliano in alcun modo ai primi abitanti umani della zona.

Alcune sculture mostrano delle teste sproporzionate e alquanto grandi, bocche spalancate, occhi enormi, dove una bizzarra miscellanea di tratti Umani e Alieni spesso si confonde, alcuni gruppi sembrano persino indossare quello che, agli occhi moderni, sembra essere un vero e proprio casco. La datazione delle statue, inoltre, risulta ancora incerta, perché secondo alcuni studiosi potrebbero risalire al II millennio d.C., anche se altri sostengono che possano essere molto più antiche. Certamente la loro origine e il significato restano e resteranno un mistero irrisolto, perché raffigurazioni simili a quelle dell’isola di Nuku Hiva, non solo si accostano molto ai Wandjina australiani, ma sono presenti in tutto il Mondo in moltissimi altri siti. Simbolo universale del mistero cosmico, troneggia nell’Oceano Pacifico la splendida Isola di Pasqua, un vero e proprio Tempio delle Stelle, da cui seguire il corso dei mutamenti celesti, designata sin dai primordi col nome di Mata-Ki-Te-Rani: “Occhi che guardano al Cielo”. Durante l’Era Glaciale, nel 10.000 a.C., insieme ad altre isole componeva un territorio vasto quanto la catena andina in Sud America, formato da cime altissime e rocce frastagliate, e i miti, tramandati da una generazione all’altra, raccontano che un gruppo di Sette Saggi (si, sempre loro!) di una terra lontana, Hiva (l’isola sopra menzionata?), in seguito ad una visione si recarono sull’Isola di Pasqua per costruire i “Monti di Pietra”.

Altre pietre, altre statue, ma per quale scopo? Dopo l’affondamento del loro Mondo, trecento persone raggiunsero l’Isola guidati dal Re-Dio, Hotu Matua, che ricreò dal nulla la Civiltà secondo i princìpi e le direttive celesti del regno perduto. Tra le antiche costruzioni rimaste, ancora oggi una possente piramide a gradini svetta in tutta la sua magnificenza dal picco più alto della baia di Anakena, a nord dell’Isola, sulla cui cima giace una piattaforma con Sette enigmatiche figure di tufo vulcanico rosso e che fissano mute l’orizzonte: i famosi Moai che racchiudono nel loro sguardo segreti ormai perduti. Sormontati da un enorme copricapo, le statue, si dice, rappresentano i “Monti di Pietra” voluti dagli abitanti appena sbarcati, innalzati, si racconta, con la forza del pensiero e, al tempo stesso, raffiguranti gli originari colonizzatori del luogo. Anche loro erano Giganti, come quelli descritti nella Bibbia, nei Miti dei Greci, etc., e che nel “Libro di ciò che è nel Duat”, in Egitto, vengono descritti persino alti 6 metri. Queste sculture, pesanti svariate tonnellate, si dice ammontano nell’intera isola a poco più di 1000, facendo intendere che costituissero una linea guida per i nativi in grado di permeare il sostrato religioso e mondano della loro complessa società. Inoltre, disseminate sul cratere del vulcano Rano Raraku, centinaia di teste di Moai incomplete si trovano li abbandonate senza un motivo.

Antiche leggende narrano che questi colossi, addirittura, si muovevano da soli grazie ad una forza misteriosa e che solo alcuni sacerdoti sapevano controllare; un giorno però scomparvero e da lì il lavoro di costruzione di queste opere fu sospeso, per questo motivo una lunga schiera di esse è rimasta incompiuta. Nel 1987, il famoso ricercatore norvegese Thor Heyerdahl riportò alla luce un muro di blocchi giganteschi lavorati, il terreno circostante conservava, inoltre, un grande recinto di pietra a forma di nave, che richiamava le imbarcazioni solari rinvenuti nella Piana di Giza e ad Abydos, avvalorando le leggende oceaniche su re Hotu Matua, che “Scese dal Cielo sulla Terra… venne sulla nave… venne sulla Terra dal Cielo”, similmente all’egiziano Osiride. I megaliti di Ahau Tahira a sud-ovest, formati anch’essi da rocce incastrate alla perfezione, sono praticamente identici ai monumenti incaici di Cuzco e Sacsayhuaman nel lontano Perù. Gran parte dei monumenti che costellano l’Isola, come Ahu Tepeu, Ahu Hekii, Ahu Tongariki e Vinapu, seguono il sorgere del solstizio d’inverno, mentre le Sette Statue rivolte verso il mare della maestosa struttura di Ahu Akivi, nella zona centrale del territorio, risorgono simbolicamente a metà inverno e all’inizio della primavera, concetto identico presso gli Egizi dove le immagini degli Dèi prendevano vita se i “Raggi di Ra entrano nel loro Corpo.

Il vocabolo raa, ad esempio, presso i nativi dell’Isola possedeva lo stesso significato, e il sito di Ahu Ra’ai, che forma un triangolo preciso con due vulcani, segnava anch’esso l’arrivo del Sole nel solstizio di dicembre. Ad Orongo, punta meridionale, vicino al cratere di Rano Kau, compaiono quattro buchi che costituiscono segnali permanenti per l’astro infuocato, mentre un insieme di 54 abitazioni ovaliformi copre il territorio circostante. Una roccia, addirittura, porta incisa la figura dell’Uomo-Uccello (Horus?), a ricordo di un’antica gara iniziatica per la ricerca del Primo Uovo della sterna grigia sull’isola di Moto Nui. Una leggenda dell’Isola narra che un giorno giunsero dal Cielo questi Uomini-Uccello, il loro comandante si chiamava Makemake e la sua immagine venne scolpita su alcune rocce lì presenti. Makemake era il Dio Supremo, creatore dell’Umanità, il Dio della Fertilità e la divinità principale del Culto del Tangata Manu (Uomo-Uccello), che succedette al meglio noto Culto dei Moai; nella mitologia Rapa Nui, gli altri tre Dèi associati con lui erano Hawa-tuu-take-take (Protettore delle Uova), la moglie Vie Hoa e Vie Kanatea. A due km da Anakena, nel sito di Ahu Te Pito Kura, una pietra tonda scolpita, circondata da quattro sfere più piccole, simboleggia l’Ombelico dell’Isola, punto centrale dotato di una propria energia.[3] Nella lingua dell’Isola di Pasqua, Te Pito Kura è “l’Ombelico di Luce”, simbolo del Sole, e forse l’Isola di Pasqua è realmente “l’Ombelico del Mondo”, una sorta di punto cardinale geodetico dove ancora una volta le tradizioni perdute, ma sempre vive nel cuore dei nativi, sembrano confermare il maestoso piano di misteriosi abitanti di quei luoghi in un lontano passato.


[1] Andreas Lommel (1912-2005) è stato un etnologo tedesco. Conseguì il dottorato nel 1937 sotto Leo Frobenius, dal 1937 al 1940 fu assistente scientifico presso l’Istituto Frobenius di Francoforte sul Meno. Dal 1957 ricoprì la carica di direttore del Museo Nazionale di Etnologia a Monaco, mentre il suo lavoro si concentrò sugli australiani indigeni. È stato insignito dell’Ordine al Merito Bavarese.

[2] Oggi, le varie tribù Worora, Ngarinyin e Wunumbul venerano ancora i Wandjina, e solo a pochi individui è permesso di rinnovarne le pitture.

[3] L’opera, secondo alcuni studiosi, rispecchia fedelmente un’incisione della tribù africana dei Dogon che rappresenta Giove, attorniato dalle sue quattro lune.