"Il Nazismo, o la Banalità del Male" di Federico Bellini

[Nell’immagine di copertina, prigionieri sofferenti di inedia
nel Campo di Concentramento di Ebensee, 7 maggio 1945.
Ebensee era un sotto-campo del campo principale
Mauthausen, liberato dalla 80ª Divisione.]

«L’Umanità è un’isola
solitaria circondata da
un mare di Arconti…»
(Federico Bellini)

Irma Grese venne alla luce il 7 ottobre del 1923 nel piccolo villaggio di Wrechen, nel nord della Germania. Terza di cinque figli, si mostrò sin da piccola come introversa e facilmente manipolabile dai fratelli, infatti si racconta che si spaventava per ogni cosa, non prendeva mai l’iniziativa, nemmeno per giocare o persino mangiare. A questi problemi infantili se ne aggiunsero altri, dato che il capo-famiglia commise adulterio facendo piombare la madre in depressione, tanto che quando Irma compì 12 anni, la donna, stanca dei ripetuti tradimenti del marito, si tolse la vita bevendo dell’acido cloridrico. L’uomo mantenne il lutto per poco più di un anno, poi si risposò ed ebbe un altro figlio, ma a quel punto la famiglia Grese divenne così grande che nella stessa casa vivevano ben sei fratelli, la matrigna con i suoi quattro figli avuti prima del matrimonio, la stessa Irma e suo padre. La ragazza, come una novella cenerentola si ritrovò ad essere derisa e sbeffeggiata, non solo dai fratelli e dai fratellastri, ma anche dalla nuova matrigna, atteggiamenti forse dovuti anche dalla bellezza della ragazza che, si pensa, facessero ingelosire la donna; per sminuirla la costringevano, così, a farle indossare abiti che la rendevano goffa, ridicola, mortificandone la sua femminilità e le rivolgevano solo la parola per insultarla o prendersi gioco di lei.

Il padre, inoltre, non era proprio un uomo eccelso e spesso sfogava i suoi problemi sui figli picchiandoli, quindi, verso i 15 anni, Irma decise di scappare e trovò un pretesto entrando nella Lega delle Ragazze Tedesche (la BDM), che aveva il compito di educare le ragazze con una ferrea disciplina, dato che avrebbero dovuto essere pronte a combattere e ad immolarsi per il Terzo Reich. Inizialmente fece un apprendistato come infermiera in un ospedale a trenta chilometri da casa, e subito mostrò doti fuori dal comune, ma il suo destino non era quello di fare la crocerossina, tutt’altro. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Lega le fece fare un corso sotto la supervisione di Dorothea Binz, che le trasmise la passione per il sadismo, spedendola poi a Ravensbruck come sorvegliante. All’epoca era la più giovane e la più bella ragazza del campo, il suo desiderio di affermarsi e di dimostrare alla sua famiglia di essere migliore di loro, la portò a curarsi maniacalmente, specie nell’aspetto e nei suoi nuovi simboli del potere (la divisa, gli stivali, la frusta ed il suo cane) e quando tornò a casa per un congedo e si presentò al padre così conciata, l’uomo la guardò con tale orrore che la colpì al volto con estrema violenza, cacciandola. Tornata al campo venne promossa e trasferita a quello di Birkenau dove divenne la sorvegliante del settore destinato alle ebree polacche; fu lì che la sua rabbia repressa e la totale crudeltà presero il sopravvento. La crudezza nei confronti di chi trasgrediva, le punizioni feroci che impartiva, il controllo costante, meticoloso, l’occhio attento a cui non sfuggiva nulla, le valsero un encomio da parte dei superiori e il passaggio a supervisore senior, il secondo ruolo più importante a cui una SS donna potesse aspirare.

Fu così che il famigerato Blocco 11 arrivò ad essere pienamente sotto la sua diretta giurisdizione, le venne affidato il controllo di trentuno baracche che contenevano circa trentamila donne, con il permesso di eliminare tutte coloro che non rispettavano le regole, e faceva rapporto quotidianamente a Maximilian Grabner, capo della Gestapo[1] ad Auschwitz. La ragazza crudele, però, puntava al meglio e desiderava fare carriera, intrecciò così una relazione con il dottor Josef Mengele, aiutandolo spesso a scegliere i prigionieri “migliori” destinati ai suoi esperimenti o alla camera a gas. Ebbe anche delle relazioni omosessuali con alcune sorveglianti, perfino con alcune prigioniere, specie le più belle, che poi eliminava, così come una Mantide Religiosa[2] fa con il suo compagno di piacere, per mettere tutto a tacere; se si accorgeva di essere stata vista in compagnia di amanti occasionali da occhi indiscreti, non aveva alcuna remora ad uccidere o dichiarare quelle persone inadatte al lavoro per essere subito portate alla camera a gas. Alla fine, tutta la sua crudeltà esplose. Uno dei suoi passatempi preferiti era quello di frustare le donne sul seno e sul ventre, fino a causare profonde ferite che richiedevano punti di sutura, che poi lei stessa, essendo infermiera, operava personalmente senza alcuna anestesia, godendo delle sofferenze inflitte.

Spesso seguiva in bicicletta la colonna delle prigioniere dirette al lavoro, accompagnata dal fidato pastore tedesco e se si accorgeva che una donna era troppo debole lungo il sentiero di sedici chilometri, o sembrava inadatta a portare pesi o poteva essere malata, ordinava al suo cane di attaccarla e sbranarla. Nel campo disseminava terrore secondo i suoi capricci, le prigioniere cercavano di tenersi a distanza da lei, ma quando non era più possibile cadevano sotto la sua scure, e nonostante che ad Auschwitz fosse proibito l’uso della frusta, Irma ne aveva fabbricata una speciale con l’anima di metallo foderata di cellophane trasparente, e dalla quale non si separava mai e che all’occorrenza utilizzava contro le malcapitate. Nel 1943 si accorse di essere rimasta incinta di uno dei suoi tanti amanti, quindi decise di abortire dato che quella gravidanza indesiderata avrebbe potuto causare la fine della sua carriera. Ordinò ad un medico di aiutarla e subito dopo l’aborto tornò a lavorare come se nulla fosse accaduto. Il culmine della crudeltà lo raggiunse quando fece legare insieme le gambe di una partoriente che morì tra abominevoli dolori insieme al proprio bambino. A marzo del 1945 venne trasferita nel Lager di Bergen-Belsen, e qui iniziò una relazione con un ufficiale delle SS trasferito in quello stesso campo, ma la relazione durò poco, dato che il 15 aprile successivo le truppe inglesi entrarono nel campo e liberarono i prigionieri. Al loro arrivo trovarono un luogo costruito per ospitare 8.000 persone ma che ne conteneva 100.000, tra uomini, donne e bambini; più di 10.000 cadaveri erano stati gettati a mucchi negli angoli, ed altri 40.000 erano stati ammassati nelle fosse vicine.

Irma venne arrestata insieme ad altri ufficiali e quel giorno la sua follia terminò. Accusata di crimini di guerra sulla base delle testimonianze dei sopravvissuti, il processo contro Josef Kramer (comandante del campo), di 44 SS al suo servizio, di cui 19 donne, iniziò il 17 settembre del 1945. Si raccontò che Irma era responsabile di almeno trenta morti al giorno come conseguenza dei suoi macabri giochi mortali, e che ne uccideva molti di più in altre occasioni, inoltre, le varie testimonianze, la parziale confessione dell’imputata, il suo atteggiamento arrogante durante gli interrogatori, resero inutile il lavoro del suo avvocato difensore. Il 17 novembre fu condannata dalla corte come colpevole di genocidio, di strage, e a morte mediante impiccagione. Delle diciannove donne imputate solo tre vennero condannate a morte, Juana Bormann, Elisabeth Volkenrath e Irma Grese, ed insieme ad altri 12 membri delle SS, la mattina del 12 dicembre del 1945, venne giustiziata a soli 22 anni! Quando si presentò al patibolo sorrideva, si posizionò nel punto indicato dal boia, baciò un crocifisso che un sacerdote le tendeva e chiuse gli occhi, ed una volta infilato il cappuccio, tutti quanti la sentirono dire: “Schnell!” (“Presto!”)


Hannah Arendt (1906-1975) è stata una filosofa, storica e scrittrice tra le più stimate di origine tedesca, poi naturalizzata statunitense, che nel 1963 teorizzò una concezione molto singolare del maligno nel libro “La Banalità del Male”. Ella attribuì le azioni, essenzialmente malvagie, principalmente a quella che poi definì senza mezzi termini, l’incapacità di pensare, spiegando che questo deficit, non proprio degli stupidi, poteva essere presente anche nelle persone più intelligenti, dal momento che consisteva nel non essere in grado di riuscire a riflettere su sé stessi e sulle proprie azioni. Sosteneva che quei pochi che non aderirono ai regimi totalitari, avevano la capacità di pensare, in quanto erano in grado di un auto-giudizio precluso, a quanto pare, a tutti gli altri, e di chiedersi se sarebbero stati in grado di compiere o meno certe azioni. Per la Arendt, il Processo di Norimberga[3], e in particolare il processo ad Eichmann, noto criminale nazista, furono una vera e propria rivelazione, perché in quelle occasioni emerse quanto il Concetto di Male tradizionale non avesse più valore. Queste persone, che tra l’altro avevano commesso crimini atroci e senza che nessuna di esse fosse un mostro sadico o perverso, nella loro apparente presentazione di individui perfettamente “normali”, facevano semplicemente il loro lavoro spinti da una “cieca obbedienza”, tanto che lo stesso Eichmann, che dirigeva l’organizzazione del trasferimento degli Ebrei dai Campi di Concentramento, dichiarò di essersi occupato banalmente “di trasporti”.

L’autrice, con il termine semplice di “banalità”, intendeva “l’essere senza radici” di un Male che poteva e può essere estremo, ma non radicato o profondo, prodotto da una precisa volontà demoniaca. Un fenomeno, che è quasi sicuramente da attribuire, al prodotto di una società di massa affermatasi nel corso degli ultimi secoli, perché come la storia ci insegna, una massa può essere facilmente manipolata e, oltre ogni modo, strumentalizzata da un individuo dalla forte personalità. Alla fine, il problema, se come tale lo vogliamo identificare, risiede nei diversi Livelli di Coscienza, dal momento che in teoria, tutti nascono Puri ma alcuni sperimentano l’Impurità una volta che fanno l’esperienza caduca della Materia. In quanto tale, anche un Demone è Puro, ma se persegue la sua convinzione mentale di dover essere un Demone, continuerà la sua strada perpetuandola nel Male, fintanto che la sua Coscienza non si evolverà a tal punto da fargli riprendere contatto con la sua natura innocente ed originaria. Finché non cambierà il suo Programma all’interno della Matrix, che vuole fargli credere di essere un Demone, un suo Agente/ Schiavo, non potrà mai evolversi ed elevarsi, esattamente come ci viene raccontato anche nel dramma cosmogonico della Gnosi.

Mentre stavo portando avanti alcune ricerche, specie sull’Olocausto[4] perpetrato dai Nazisti contro gli Ebrei, mi sono imbattuto in una foto struggente, quanto agghiacciante. Ebbene, in quella fotografia in bianco e nero, scattata da un soldato delle SS nel Campo di Concentramento di Mauthausen, si scorge un condannato a morte che viene accompagnato al patibolo mentre una piccola orchestra esegue della musica dal vivo. Purtroppo, di tali episodi si è macchiato in modo sistematico il regime nazista, perché ad esempio, a Buchenwald, gli ufficiali delle SS costrinsero un gruppo di detenuti a cantare in coro per coprire il rumore di una fucilazione di massa di prigionieri russi. In questa sinistra e allucinata realtà, la Musica, sia in forme elementari (voce e canto), sia con strumenti, si fece strada in questi luoghi di morte, tra marce, canzonette, musica ebraica, jazz e addirittura “opere proibite“. In quei Lager dove mancavano gli strumenti fu il canto a descrivere la disperazione, mescolato con la speranza, tra ninne nanne dell’infanzia, le canzoni di cabaret, gli inni religiosi della tradizione Yiddish, Zigana, come i canti operai, ma anche da canzoni ingiuriose e denigratorie, tipiche dell’atroce costume nazista.

In altri Lager, dove si riuscirono a reperire e/o riparare degli strumenti, si formarono delle vere e proprie orchestre la cui esistenza è accertata in almeno alcuni di essi, tra cui Auschwitz I, Auschwitz II / Birkenau, Dachau, Mauthausen, Sachsenhausen. Queste piccole orchestre avevano la funzione di scortare i lavoratori a ritmo di marcia, rallegrarne l’intervallo la domenica pomeriggio, festeggiare i compleanni dei comandanti del campo. Per molti di loro, farne parte, significava avere una posizione privilegiata tra i prigionieri del campo stesso, dato che potevano sperare, rispetto agli altri, di evitare di far parte del successivo contingente dei destinati alla gogna e alla morte. Ma fu a Theresienstadt, l’orrenda anticamera di Auschwitz, che si raggiunse la completa ipocrisia e la perversione più folle ed eclatante. Dal febbraio 1942 all’ottobre 1944, venne istituita la Freizeitgestaltung (organizzazione per il tempo libero), un’associazione interna al campo che promuoveva concerti, seminari, conferenze, opere, etc. Impressionante fu il numero dei concerti eseguiti, che spaziava dalla Musica rinascimentale arrivando a quella contemporanea, sino a veri e propri allestimenti operistici, il tutto reso possibile dalla presenza di ben otto pianisti, sette direttori d’orchestra, quattro orchestre e una decina circa di compositori, tra cui Victor Ullmann, che proprio qui compose la sua opera più significativa ed emblematica, su testo del poeta Peter Kien, ovvero “L’Imperatore di Atlantide” (1943-1944).

Il 6 settembre del 1943, sempre a Theresienstadt venne eseguito il “Requiem” di Giuseppe Verdi[5], sinistro canto di morte, dato che all’indomani dell’esecuzione, il coro di centocinquanta persone venne spedito nei forni crematori di Auschwitz, seguito un mese dopo da un secondo coro, mentre un terzo di sessanta persone, faticosamente messo insieme dal direttore d’orchestra Schächter, riuscì a raggiungere il traguardo di ben quindici repliche in concerto, ovviamente sempre nel Lager. In un testo del 1944, dal titolo “Goethe e il Ghetto”, il compositore Viktor Ullman scrive: “Bisogna tuttavia sottolineare come Theresienstadt abbia contribuito a dare valore e non a osteggiare la mia produzione musicale; che in nessun modo ci siamo seduti a piangere sulle rive dei fiumi di Babilonia; e che il nostro sforzo per servire rispettosamente le Arti è stato proporzionale alla nostra volontà di vivere malgrado tutto. Sono convinto che tutti quelli che lottano, nella vita come nell’Arte, per trionfare di una Materia che pur sempre resiste, condivideranno il mio punto di vista.” (A cura di H.G. Klein, Viktor Ullmann, Materialen, Hamburg, 1995).

Comporre musica in quei Campi di Concentramento prima di morire significava raccontare l’incomprensibile, l’inesplicabile. Trovare la giusta ispirazione per trascrivere ex novo arie liriche, partiture sinfoniche, canzoni di jazz o di cabaret, in attesa delle camere a gas, subendo, inoltre, tutto il peso di atroci e disumane violenze fisiche e psicologiche, sembra quasi impossibile, eppure qualcosa che non è morto in quei luoghi, malgrado la furia cieca ed omicida delle SS, delle camere a gas, e che portarono allo sterminio di circa 6 milioni di Ebrei innocenti, c’è, e si trova nella musica composta clandestinamente da un manipolo di irriducibili musicisti internati. Ad oggi ne risultano 1600 individuati, che prima di scomparire ebbero la forza tenace di dare vita a spartiti, arie, opere, composizioni classiche e leggere, musicisti eroi rastrellati dalle varie comunità ebraiche (e non soltanto), in tutta Europa, Italia compresa. “Per i musicisti hanno sistemato delle panche nell’area dei crematori. Non ci sono leggii, dovremo suonare a memoria […] Suoneremo per persone che ben presto saranno bruciate; ma da chi? È un mistero. Forse proprio da noi? Le autorità impongono ai musicisti tanti lavori che non hanno nulla a che fare con la musica […] Il concerto durerà all’incirca due ore. Il programma prevede anche delle melodie ebraiche.” (Simon Laks, Mélodies d’Auschwitz, Paris, 1991)


Cannibalismo, annegamenti, crocifissioni. Queste sono solo alcune delle orribili pratiche che i prigionieri inglesi, per mano dei nazisti, subirono durante il corso della Seconda Guerra Mondiale. Le testimonianze, contenute nelle richieste di risarcimento presentate dai britannici negli anni ’60 del Novecento, rivelarono anche le oggettive difficoltà di molti per poter ottenere un risarcimento per le torture subite. Pensate che ad oggi, solo 1015 delle 4206 persone che allora presentarono richiesta sono state risarcite, se consideriamo i molti decenni passati e l’età delle vittime, molte delle quali nel frattempo decedute per vecchiaia o malattia, tale possibilità andrà sempre più velocemente sfumando. Tra le varie testimonianze citiamo quella di Harold Le Druillenec, l’unico britannico sopravvissuto al Campo di Concentramento di Bergen-Belsen, dove rimase chiuso per ben dieci mesi.

«Ho trascorso i miei giorni nel campo gettando cadaveri nelle fosse comuni gentilmente scavate da ‘lavoratori esterni’, dato che, fortunatamente, i responsabili del campo si erano accorti che noi non avevamo più le forze per fare quel tipo di lavoro. Tra i prigionieri regnava la legge della giungla, soprattutto durante la notte: o uccidevi qualcuno, o venivi ucciso. E di giorno i casi di cannibalismo erano frequenti. Quando sono stato rinchiuso, gran parte dei detenuti di Auschwitz erano stati trasferiti a Belsen[6]. Lì sentii questa frase: “C’è solo una via d’uscita da qui: attraverso il camino.” […] E per ammazzare i detenuti, i quali includevano le botte, l’annegamento, la crocifissione, e l’impiccagione in varie posizioni, il tentato suicidio era considerato un reato grave poiché la scelta di come morire non era nostra, e visto che non c’era nessuna privacy. Non ricordo nessun suicidio andato in porto

Nel corso della prigionia il suo peso corporeo si dimezzò, per quasi un anno dopo la liberazione, patì le conseguenze della dissenteria, della scabbia, la denutrizione e persino la setticemia; il Ministero degli Esteri britannico, riuscì a garantirgli un risarcimento di 1.835 sterline, equivalenti alle odierne 40 mila euro. Tra coloro a cui è stato negato, però, un risarcimento, figura il luogotenente Bertram James, ufficiale inglese coinvolto nella “Grande Fuga” dal campo per i prigionieri di guerra gestito da Luftwaffe, lo Stalag Luft III. James vide negare il risarcimento dal governo tedesco, con la motivazione che non avrebbe ricevuto un “trattamento disumano ed umiliante, [proprio] di un vero campo di concentramento.” L’uomo riuscì però ad ottenere un risarcimento di soli 27 mila euro. Anche un’altra persona si vide rifiutare il meritato risarcimento, l’inglese di adozione Elizabeth Spira, imprigionata nel famigerato Campo di Theresienstadt, nella Repubblica Ceca. Spira descrisse scene terribili che si svolgevano nel Campo, raccontando che tanti bambini: “non riuscivano a mangiare per paura [di] ciò che potevamo fare loro, perché avevano visto che i loro genitori non erano più venuti fuori” dalle camere a gas.

La donna raccontò, inoltre, che: “Cercavamo di lavare [i bambini] nei bagni pubblici. Si rifiutavano di entrare e si aggrappavano alla maniglia della porta, quando cercavamo di portarli dentro. Alla fine, ho preso il bambino più piccolo, siamo entrati nei bagni, [gli] ho fatto un bel bagno caldo… dopo poco [i bambini] sono stati tutti mandati a morire nelle camere a gas.” I soldi dei risarcimenti furono prelevati da un fondo di 1 milione di sterline (circa 1.260.000 euro) donato dal governo tedesco al Regno Unito per le vittime delle persecuzioni naziste, ma molte delle richieste inviate furono negate perché alcune persone non erano cittadini inglesi, altre disponevano di una doppia personalità, i soldati inglesi, infine, vennero riconosciuti legalmente come prigionieri di guerra, facendo passare così la loro esperienza come una pena da scontare, piuttosto che di una vera e propria persecuzione di cui tenacemente dimostrarono, invece, di essere rimasti vittime. Nella Romania, appena occupata militarmente dai nazisti, fu anche peggio, perché venne ordinato che solo i nomadi Rom fossero deportati perché causavano problemi al regime. La maggioranza di loro, una volta smistati nei vari campi di concentramento, furono sottoposti ad orribili trattamenti e dove non c’era alcun tipo di cura, e se qualcuno si ammalava, i poveri malcapitati venivano curati sommariamente dalle vecchie zingare con rimedi olistici, creati precariamente con i pochi mezzi a disposizione.

Molti morivano di tifo, i cadaveri, il più delle volte, non venivano portati fuori dai campi ma lasciati a marcire all’interno, diffondendo le malattie. In seguito, vennero costruite delle fosse comuni per poterli almeno seppellire. Le derrate alimentari erano ridotte al lumicino, quelli che lavoravano ottenevano poco meno di 500 grammi di polenta al giorno, e molti lavoravano più di otto ore al giorno. Le razioni non erano sufficienti per le famiglie numerose e quando iniziarono a scarseggiare, cominciò l’orrore. Gli Ebrei erano trattati peggio dei Rom, dato che non avevano razioni di cibo in cambio del loro lavoro, ma dopo un po’ iniziarono ad usare gli stessi metodi. Morivano di fame, allora iniziarono a mangiarsi l’un l’altro, e fu così che cominciarono ad uccidere i loro figli perché gli altri non morissero di fame. Ci sono racconti di padri che uccisero i propri figli, più deboli o malati, per poter nutrire sé stessi o gli altri figli ancora in forze per permettergli di sopravvivere…

Ma sin dove può arrivare la crudeltà dell’Uomo?

Durante l’Olocausto, tanti soldati tedeschi, spinti dalla vena folle del loro Führer, si macchiarono di ogni orribile azione tra le più sadiche e sanguinose, perpetuate sulla povera pelle di migliaia di deportati, tra Ebrei, Rom, disabili, omosessuali, prigionieri politici e di guerra, costretti a subire torture di ogni tipo nei Campi di Concentramento. Ci fu un periodo, nel momento più buio e oscuro della Seconda Guerra Mondiale, dove gli uomini delle SS concentrarono tutte le idee più malate e malsane, dando sfogo ad ogni tipo di fantasia sadica che passava per la loro testa, come se quel teschio che tanto fieramente indossavano sulla divisa, gli avesse donato una qualche forza sovrumana ed ultraterrena. Solo che, con il passare degli anni, la memoria di tutto quell’orrore scivolò sempre più verso l’oblio, ma non finì dimenticato, però, nella ritentiva di coloro che lo avevano vissuto in prima persona, dopo che avevano conosciuto sulla loro pelle il peggiore “Girone Infernale“, nel quale si aggiravano soldati che si nutrivano come veri e propri Parassiti, o Arconti, di tutta quell’esecrazione che provocarono ai prigionieri, e dove la morte non fu nemmeno il peggiore tra i vari epiloghi della loro vita. E tra i peggiori mostri, ed incubi, che l’epoca riuscì a partorire vi furono personaggi come Amon Goth, comandante del Campo di Concentramento di Plaszow, in Polonia, noto per essere persino uno dei personaggi presenti nel film di Spielberg, “Schindler’s List[7]”; entrato nelle SS in giovane età, venne soprannominato Il Boia dopo aver sterminato migliaia di cittadini polacchi a seguito della conquista di Cracovia. O Oskar Dirlewanger, meglio noto come “Il Boia di Varsavia”, laureato in Scienze Politiche, finì a capo di un’orda di mercenari feroci e sanguinari con i quali seminò orrore in varie zone della Spagna e poi della Russia.


Ed un altro demone fu Ilse Koch. Nata nel 1906 in un’umile e affettuosa famiglia di Dresda, i Köhler, sin da giovane fu considerata da tutti una ragazza modello, dal buon carattere, dall’aspetto dolce, desiderata ed elogiata da molti ragazzi e uomini adulti. Compiuti quindici anni lasciò gli studi per inserirsi nel mondo del lavoro, dapprima come operaia di una fabbrica, poi come bibliotecaria. Annoiata un po’ da quella vita monotona decise di sfruttare il suo fascino per ammaliare i suoi giovani clienti e, forse senza accorgersene, iniziò a fare carriera nel corpo delle SS. Venne notata da il capo delle SS, Heinrich Himmler, il quale gli combinò un matrimonio con Karl Otto Koch, per andare a formare, secondo i suoi voleri, la “coppia modello del regime nazista“, un modello a cui tutti i tedeschi dovevano aspirare. Karl, poi, ottenne una promozione, diventando colonnello del Campo di Concentramento di Sachnhausen, facendosi ben presto riconoscere come il “sadico aguzzino”, e nel quale anche la moglie scoprì il suo lato più oscuro. Tra quelle mura, costruite dagli stessi prigionieri con il sudore e il sangue, Ilse condusse una vita agiata, circondata dal lusso ed ogni privilegio. Inizialmente si concesse dei piccoli vezzi, come farsi chiamare dai prigionieri con titoli nobiliari, poi, accortasi del piacere che le procurava osservare, vedere e sperimentare la sofferenza altrui, si spinse oltre, utilizzando coloro che definiva i suoi “elementi antisociali”, come vere e proprie cavie personali. Durante le sue passeggiate mattutine si ritrovò in più di una occasione, a frustare i detenuti incrociati lungo il suo cammino, arrivando anche a farli uccidere a forza di percosse o ad incitare i suoi cani rabbiosi contro le donne incinta.

Non soddisfatta la notte prese ad organizzare delle orge saffiche con le mogli degli altri ufficiali, per poi passare agli altri componenti delle SS, arrivando ad avere rapporti sessuali con molti uomini, ripetutamente, anche una dozzina a notte, acquistandosi la fama di sadica ninfomane, fama confermata da una sua nuova perversione: scegliere i detenuti più piacenti per praticare il voyeurismo, mentre li costringeva ad ogni sorta di atto sessuale. Col passare del tempo, sempre più ossessionata dal proprio aspetto fisico e dalle varie reazioni osservate che questo suscitava nel sesso maschile, decise di farsi trovare in topless ogni volta che arrivava una nuova carovana, e chiunque si fosse degnato di guardarla sarebbe stato punito e massacrato di botte, davanti a tutti. Questa ossessione aumentò a tal punto che la casa in cui viveva con la sua famiglia venne decorata dalle teste rimpicciolite dei prigionieri, con dei paralumi fatti di pelle umana (preferiva quella degli zingari e dei prigionieri di guerra sovietici) e da inquietanti quadri in cui vi erano lembi di pelle umana tatuata, precedentemente scelti dalla donna in basi ai disegni impressi. Ed il marito, ovviamente, non era da meno, dato che era solito torturare i prigionieri con un frustino modificato con lame di rasoio, oltre ad approvare, tra i suoi soldati, l’uso degli schiacciapollici e dei ferri per marchiare, come aveva anche una passione smodata per gli animali. Appena arrivato nel campo si fece costruire uno zoo privato, dove la sua gabbia prediletta conteneva un orso ed un’aquila, gabbia dove venivano portati i prigionieri e dentro la quale, l’orso, dopo aver attaccato il malcapitato (squarciandolo e smembrandolo), i suoi poveri resti venivano poi beccati dall’aquila, mentre egli si godeva lo spettacolo come se fosse al cinema ad assistere ad un film horror…

La coppia era diventata talmente famosa, per la loro efferata fantasia, che a volte si macchiarono anche di brutalità fine a sé stesse, come versare dell’asfalto fuso sugli Ebrei, o in altri casi, a scuoiarli vivi, e per tutti gli anni della guerra, i mostruosi coniugi, continuarono a compiere imperterriti atti aberranti, tanto che il Terzo Reich[8] fu costretto, addirittura, a richiamarli innumerevoli volte per “eccessiva brutalità, corruzione ed infamia”…(!) Ma qualcosa cominciò a cambiare dal 1941, e la coppia iniziò ad avere dei problemi. Karl venne trasferito nel Campo di Concentramento di Majdanek, in Polonia, e Ilse, separata dal marito, perse la sua posizione di rilievo e si ritrovò ad intraprendere diversi rapporti con degli ufficiali delle SS, stando attenta a non attirare troppo l’attenzione. Dopo pochi anni, Karl venne condannato per altre accuse e fucilato nello stesso campo in cui si era divertito a spezzare altre vite umane, Ilse venne invece assolta per mancanza di prove, finché nel 1947 fu nuovamente arrestata; durante la sua permanenza in carcere rimase incinta di un detenuto e sfruttò questa situazione per rimandare il processo. Finalmente, dopo innumerevoli errori giudiziari, venne processata e condannata al carcere a vita nel 1949. La pubblica accusa dichiarò: “Se mai un grido è stato udito nel Mondo, è quello degli innocenti torturati e morti per mano sua.” Il 1° settembre del 1967, dalla sua cella del carcere di Aichach, in Baviera, scrisse un’ultima lettera al figlio, lamentandosi della sua condizione e sostenendo di essere solamente un capro espiatorio di un complotto ordito contro di lei per proteggere le alte sfere delle SS. Poi, annodò delle lenzuola e dopo averle fissate alla lampada della cella, si impiccò; aveva sessantun anni.


[1] La Geheime Staatspolizei (dal tedesco: Polizia Segreta di Stato), comunemente abbreviata in Gestapo, è stata la polizia segreta della Germania Nazista.

[2] La Mantide Religiosa (Mantis Religiosa Linnaeus, 1758), denominata anche Mantide Europea, è una delle specie più comuni dell’ordine Mantodea.

[3] Processo di Norimberga è il nome usato per indicare due distinti gruppi di processi ai nazisti, coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale e nella Shoah. I processi si tennero nel Palazzo di Giustizia della città tedesca di Norimberga dal 20 novembre 1945 al 1º ottobre 1946 (la città era, insieme a Berlino e Monaco, una delle città-simbolo del regime nazista).

[4] Il termine Olocausto indica, a partire dalla seconda metà del XX secolo, il genocidio di cui furono responsabili le autorità della Germania Nazista e i loro alleati nei confronti degli Ebrei d’Europa e, per estensione, lo sterminio di tutte le categorie di persone dai nazisti ritenute “indesiderabili” o “inferiori“, sia per motivi politici o razziali. Oltre agli Ebrei, furono vittime dell’Olocausto le popolazioni slave delle regioni occupate nell’Europa orientale e nei Balcani, e quindi prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, massoni, minoranze etniche come Rom, Sinti e Jenisch, gruppi religiosi come Testimoni di Geova e Pentecostali, omosessuali, oltre ai malati di mente e i portatori di handicap. Tra il 1933 e il 1945, furono circa 15-17 milioni le vittime dell’Olocausto, di entrambi i sessi e di tutte le età (senza riguardo per anziani e bambini), tra cui 5-6 milioni di ebrei. La parola “Olocausto” deriva dal greco ὁλόκαυστος (holòkaustos, “bruciato interamente“), ed era inizialmente utilizzata ad indicare la più retta forma di sacrificio prevista dal giudaismo. L’Olocausto, in quanto genocidio degli Ebrei, è identificato più correttamente con il termine Shoah (in lingua ebraica: השואה, HaShoah, “catastrofe“, “distruzione“) che ha trovato ragioni storico-politiche nel diffuso antisemitismo secolare.

[5] Giuseppe Fortunino Francesco Verdi (1813-1901) è stato un compositore italiano, universalmente riconosciuto come uno dei più importanti compositori di opere liriche, ma anche come uno dei maggiori compositori in assoluto. Subentrò ai protagonisti italiani del teatro musicale del primo Ottocento: Gioachino Rossini, Gaetano Donizetti e Vincenzo Bellini; come Richard Wagner, interpretò in modo originale, seppur differente, gli elementi romantici presenti nelle sue opere. Verdi simpatizzò con il movimento risorgimentale che perseguiva l’Unità d’Italia e partecipò attivamente per breve tempo anche alla vita politica; nel corso della sua lunga esistenza stabilì una posizione unica tra i suoi connazionali, divenendo un simbolo artistico profondo dell’Unità del Paese.

[6] Tra il 1941 e il 1945, nel solo Campo di Bergen-Belsen, sono morte oltre 70.000 persone.

[7] Oskar Schindler (1908-1974) è stato un imprenditore tedesco, famoso per aver salvato durante la Seconda Guerra Mondiale circa 1.100 ebrei dallo sterminio (Shoah), con il pretesto di impiegarli come personale necessario allo sforzo bellico presso la sua fabbrica di utensili, la D.E.F. (Deutsche Emaillewaren-Fabrik), situata in via Lipowa n. 4, nel distretto industriale di Zablocie, a Cracovia. L’intera vicenda fu divulgata al grande pubblico grazie all’incontro tra lo scrittore australiano Thomas Keneally e il negoziante Leopold Pfefferberg (detto Poldek), un sopravvissuto allo sterminio grazie a Schindler e del quale, dopo la guerra, divenne fraterno amico. Keneally fu colpito dalla storia e, stabiliti vari contatti con gli altri Schindlerjuden (gli «Ebrei di Schindler»), nel 1982 scrisse il romanzo La lista di Schindler da cui, successivamente, fu tratto il celebre film del 1993, Schindler’s List, diretto da Steven Spielberg.

[8] Con il termine Terzo Reich (in tedesco, Drittes Reich) la storiografia moderna indica il periodo di tempo compreso tra il 1933 e il 1945 in Germania, quando il regime totalitario del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori guidato da Adolf Hitler, meglio noto come Partito Nazista, estese il suo dominio assoluto su tutta la nazione tedesca, e poi in buona parte dell’Europa e del nord Africa.