“Le Origini Polari dell’Umanità” di Federico Bellini

[Carta geografica dell’Antartide del 1912]

Un limite invalicabile, un dogma scientifico ancora oggi in voga, indica l’Africa come probabile ed unica terra d’origine della Specie Umana, sebbene alcune voci, fuori dal coro, abbiano cercato di propugnare diverse teorie, tra i quali un misconosciuto professore, tale Roberto Rengifo. Uno studioso cileno che nel 1921, nel libro “Los Chiles”, suggerì l’idea dell’origine Antartica della Civiltà, spiegando che: “se non si rimane offuscati dai dogmi prestabiliti, specialmente da quello che vuole imporre l’origine Asiatica della popolazione americana e la direzione Nord-Sud del movimento migratorio, si mantiene una libertà di giudizio in grado di comprendere meglio quella concatenazione di fatti che, giorno dopo giorno, gli studi antropologici realizzati nelle regioni di ultima esplorazione ci stanno rivelando.” In seguito, attraverso altri suoi studi, Rengifo rivelò che: “se i primi umani abitavano le regioni antartiche e da loro promana la tradizione più antica, è necessario allora che la catastrofe sia accaduta proprio in quei luoghi, vale a dire, nelle regioni australi dell’America. Forse si trattò dello sprofondamento delle terre che circondavano il Polo Sud e nelle quali […], si ebbe l’inizio dell’Umanità. Si sarebbero salvati solo pochi individui riparando nei tre continenti le cui propaggini si estendono verso Sud.

Inoltre, sosteneva che: “quando decine di migliaia di anni addietro, l’Arcipelago Antartico, che era il grande Centro dell’Umanità Bianca e chiara divenne sovrappopolato, i primi movimenti migratori verso Nord, effettuati con le barche lungo le coste Americane, si diressero verso terre con un clima e conformazione topografica simili a quelle del luogo che avevano dovuto abbandonare forzatamente, stabilendosi negli Arcipelaghi polari del Nord.” Secondo lo studioso cileno, l’Antartide e l’emisfero australe furono il Grande Centro dell’Umanità Bianca, luogo dove i primi Esseri Umani, a causa dei cambiamenti climatici accorsi all’epoca in quelle regioni un tempo abitabili, migrarono poi lungo le coste dell’America post-diluviana, spingendo le loro imbarcazioni sin verso nord, popolando l’America del Sud. E a suffragio di tale ipotesi sembra che a Monte Verde, vicino a Puerto Mott, nel sud del Cile, sia stato trovato un insediamento antico di ben quattordicimila anni, con altri tre strati in profondità non ancora datati, vestigia, si pensa, di una civilizzazione antartica.

Ma c’è dell’altro, perché nel 2007 vennero riportate alla luce, grazie ad una spedizione spagnola, delle gallerie scavate nelle montagne continentali dell’Antartide, del tutto prive di ghiacci, simili a quelle scoperte dalla spedizione tedesca del 1938-39, guidata da Alfred Ritscher. E come non rammentare anche le straordinarie e misteriose mappe realizzate da Piri Reis nel 1513, o la mappa di Orontius Finaeus del 1531, quella di Phillippe Bouache del 1739, o addirittura la mappa Mundus Alter et Idem, di Mercurio Britannico del 1605, tutte opere che testimoniano un’avanzata conoscenza geografica della toponomastica del continente antartico, seppure sia stato “ufficialmente” scoperto, secondo l’ortodossia storiografica, solo dal 1799, anno del viaggio del celeberrimo capitano inglese James Cook (1728-1779). Ma tali idee di una migrazione di “Uomini Bianchi” dal Sud del Mondo verso il Nord, fu proposta anche da altri studiosi, tra cui l’archeologo di origine svizzera, Adolf Bandelier, dal filosofo ed esoterista (sempre cileno), Miguel Serrano, da María Rostorowsky, José Toribio Medina, Diego Barros Arana, Arthur Posnansky, Edmund Kiss, Miles Poindexter e dal grande esploratore inglese P. H. Fawcett, etc.

Del resto, i Maya e i Toltechi sostenevano che l’origine di tutto si trovassero a Sud, regione dalla quale arrivò la loro “Primitiva Cultura” attraverso un movimento migratorio che, secondo alcuni, può essere seguito ancora oggi grazie a delle Stelle di Pietra[1], oggetti litici di forma geometrica ritrovati in tutto il Cile, dalla Terra del Fuoco fino a Taltal, per poi arrivare sino alle coste della California (dopo un salto regionale nella zona nord-ovest tra il Perù, la Colombia, il Venezuela e il Messico), dove si trovano nuovamente queste pietre antiche di circa undicimila anni. Dopo la grande catastrofe passata alla memoria storica umana con il termine di Diluvio, e che sommerse varie regioni della Terra, compresa la regione antartica, i suoi abitanti iniziarono una faticosa e lunghissima migrazione, popolando dapprima le Americhe, in una rotta civilizzatrice che va da Sud a Nord (sempre secondo la teoria di Rengifo), riscontrando nella Patagonia, il luogo dove l’Uomo Primigenio (l’Urmensch, l’Uro o Urione/Orione), effettuò la prima misurazione del Tempo basandosi sull’osservazione delle due cime innevate del Monte Valentín, stabilendo così un primo Asse del Mondo[2].

I Viracochas, il misterioso popolo proveniente dall’Antartico, si spostò inizialmente lungo l’America del Sud, raggiungendo gli altopiani andini, dove fondarono, quattordicimila anni fa circa, la prima monumentale città nella località di Tihuanaco. Inoltre, si pensa che sempre i Viracochas, o i Giganti del Mito e delle leggende andine, fondarono anche la colossale metropoli chiamata col nome di Aztlan, secondo i riscontri del capo spedizione tedesco Edmund Kiss[3]. Questi Viracochas o Huiracochas, vennero pure identificati con i Cili, gli abitanti primigeni del Chili-Mapu, o Terra dei Cili, i quali in seguito popolarono le altre regioni dell’America del Sud e del Nord, diffondendo così il Mito di Quetzalcoatl, Kukulcan e Votan, gli Dèi Civilizzatori Bianchi e dalla folta barba. Dall’America del Nord, grazie alla Corrente del Golfo o mediante lo Stretto di Bering, gli aborigeni si stabilirono in Europa e in Asia, popolando anche la regione più a Nord del Mondo, in una vasta area che va dal Nord Europa al Nord e Centro Asia (Siberia, etc.), all’epoca in buona parte ricoperta dai ghiacci[4].

«Quasi tutti gli autori sono concordi nell’affermare che la Razza Americana è caratterizzata dal colore rossastro della pelle. Molti assicurano che non sono autoctoni, vale a dire, che non sono originari di questa magnifica terra. Altri affermano che la loro origine derivi dalla Razza Gialla, ma che gli autoctoni furono di Pelle Bianca.» (Victor Larco Herrera)

Rengifo, e non soltanto, arrivò a sostenere che i gruppi che in antropologia erano stati denominati “Indoeuropei” (o “Indogermanici”), avrebbero avuto un’origine ben più antica nell’America Aborigena, in un periodo che risale a prima di tredicimila anni or sono, e che poi si sarebbero spostati ad altre latitudini popolando inizialmente l’Europa e l’Asia, venendo così a contrasto con le popolazioni coeve, e di pelle scura, facenti parte del gruppo Mediterraneo/Dravidico, scontri narrati anche da Platone nel Mito di Atlantide, quando quest’ultimi guerreggiarono contro gli Ateniesi (da intendersi con i Greci più antichi dalla pelle scura che vi abitavano).

«Uri i quali, avendo trovato le altre coste e gli altri paesi ormai popolati, si stabilirono nell’inabitato Golfo Persico, dove fondarono la città di Uruk e vi trasportarono la lavorazione della ceramica e dei metalli. Questa città fu il germe delle civilizzazioni indogermaniche con le quali ha inizio la Protostoria, essendo Preistoria tutto ciò che precede e Storia solo gli ultimi duemilacinquecento anni, vale a dire a partire dalla scoperta della scrittura alfabetica.» (Roberto Rengifo)

In quei luoghi si riscontra, inoltre, un Culto, quello della Stella Venere ad otto punte: Yephun, Oiyehuen, Ahzab Kab Ek, Quetzalcoatl, Ishtar, Venus, Vena. Una Stella/Pianeta che ebbe un’importanza fondamentale in molti popoli della Terra, in quanto sparsi ovunque si possono riscontrare simboli solari/venusiani che hanno una comune origine.

«Il Cile ha rigenerato l’Umanità almeno quattro volte: con il Fuoco, trentamila anni fa; con il Linguaggio, venticinque mila anni fa; con l’Agricoltura, ventidue mila anni fa; e con la Scrittura, diciottomila anni fa. Aggiungerò – continua Rengifo – che è stato accertato che la prima città del Sud America fu costruita quattordicimila anni or sono; mentre la più antica città dell’Asia Occidentale e dell’Europa, Uruk, fu fondata nel Golfo Persico solo novemila anni addietro.» (Roberto Rengifo)

L’aspetto più interessante degli studi di Rengifo fu l’idea dell’origine americana dei Celti, in quanto sosteneva che in un periodo tra i 1500 e i 2000 anni prima dell’Era attuale, la presenza dei Celti nelle coste occidentali dell’Europa fosse da spiegare con uno sbarco antecedente, compiuto da questo popolo, proveniente dall’America e che avrebbe attraversato l’intero Oceano Atlantico; quindi, senza provenire dall’Oriente e dall’Asia, come invece sostenuto dagli studi archeologici ufficiali. Rengifo era convinto che la Corrente del Golfo del Messico, in molte occasioni, avrebbe potuto trascinare i primitivi naviganti dall’arcipelago Antillano sin verso l’Irlanda, dove i Celti comparvero dal nulla la prima volta, passando in seguito nel Galles, la Bretagna, sino ad arrivare poi nell’attuale Spagna, unendosi con il popolo autoctono degli Iberi, e andando a formare la popolazione dei Celtiberi, considerati gli aborigeni della penisola iberica. Questi misteriosi Celti, nel discendere dal Nord verso Sud, attraverso paesi privi di catene montuose, quando incontrarono la prima concatenazione trasversale a Sud del Mar Cantabrico, – in piccolo un vero cordone come quelli presenti nell’America del Sud -, lo battezzarono Pirineo, o Pirenei.

Eppure, la toponomastica spagnola, come quella di molti popoli antichi europei, ad esempio gli Etruschi, presenta nomi o termini di località andine o americane primitive, che verrebbe la pena studiare ed approfondire, essendo una materia di studio ancora oggi nemmeno presa lontanamente in considerazione. Ma la storia menziona ulteriori casi anomali, e che destano in questa sede la nostra attenzione, perché la vicenda di una Razza proveniente dal Polo, e che più tardi popolerà le Americhe, si trova persino in antichi testi nordici nei quali risulta che prima delle ondate migratorie dei secoli XV e XVI, quelle popolazioni stabilirono contatti diretti con l’America. Interessante, in tal senso, è il resoconto nel testo Landnàma, dove si narra l’avventura del capo islandese Ari Marsson, che fu trasportato da forti ondate attraverso il mare a Huitramannaland, denominata da alcuni anche “Grande Irlanda”, situata verso occidente, nel mare, nelle vicinanze di Vinland la Buona, oppure nel racconto della Collezione Arnamagnæan che narra dell’arrivo e del contatto della popolazione norvegese in America, conosciuta sempre con il termine di Huitramannaland (White-Men’s Land o Terra degli Uomini Bianchi) o la “Grande Irlanda”.

I Vichinghi, abili naviganti, erano arrivati in America secoli prima di Colombo e l’avevano denominata Huitramannaland, vale a dire “Terra degli Uomini Bianchi”; un ulteriore variante era anche Albania, sempre con l’identico significato[5]. Perché dare un simile nome a quella terra? Forse era popolata davvero da degli Uomini Bianchi? Perché le diedero questo nome? Perché lì si trovavano gli Uomini Bianchi dell’antichità, i loro ancestri che, costretti ad abbandonare il continente antartico, – a causa dei cataclismi planetari che avevano generato drastici cambiamenti nel clima, e in quelle zone un tempo abitabili -, ne avevano però conservato i miti, le leggende e il nome stesso derivato dalla caratteristica più saliente che si potesse osservare: la presenza di Uomini Bianchi, la Razza Primigenia dell’America Aborigena e proveniente dalla calotta polare delle terre antartiche.

«Il ricordo di questa località situata nell’Artico è patrimonio delle tradizioni di molte genti, sia sotto forma di vere e proprie allusioni geografiche, che di simboli sintetizzanti la funzione e significato originali spesso trasformati in senso super-storico, oppure applicati ad altri centri che possono essere considerati come copie di quella originale… Soprattutto, si noterà l’interazione del tema Artico con il tema Atlantico… È nota la nozione astrofisica secondo cui la modificazione dell’inclinazione dell’asse terrestre provocherebbe mutazioni nel clima da un’epoca all’altra. Inoltre, come da tradizione, tale inclinazione ha avuto luogo in un dato momento, di fatto attraverso l’allineamento di un fatto fisico con uno metafisico, come se un male naturale si sia riflesso in una certa situazione di ordine spirituale… In ogni caso, ad un certo momento il ghiaccio e la notte eterna calarono sulla regione polare. Poi, con l’esodo forzato da quella sede, ebbe fine il primo ciclo, dando inizio alla Seconda Grande Era: il Ciclo di Atlantide.» (Rivolta Contro il Mondo Moderno, di Julius Evola, 1951)


[1] O Stele di Pietra [non accreditato].

[2] Rengifo identificò anche il Palazzo di Poseidone, Re dell’Atlantide, su di un petroglifo a Nahuelbuta.

[3] Edmund Kiss (1886-1960) è stato un architetto e pseudo-archeologo, simpatizzante del Nazismo, scrittore di romanzi e saggi sui miti antichi.

[4] In questo contesto, Rengifo evidenziò, con numerosi riscontri, anche un’origine andina del popolo Celtico (dagli Antei o i Figli delle Ande).

[5] Il termine “Albania“, così come altri toponimi europei e mediterranei, ad esempio Alpi e Albione, può avere due possibili etimologie, entrambe plausibili: dalla radice protoindoeuropea *albho-, che indicava il “bianco“, oppure dalla radice, sempre protoindoeuropea, *alb-, ovvero “collina“. Nel II secolo a.C., Polibio, nelle sue Storie, citò una tribù di nome Arbon nelle zone centrali dell’odierna Albania. Gli abitanti di quelle zone venivano chiamati Albanoí e Arbanitai.