"Le Contraddizioni di Karl Marx" di Federico Bellini

L’idea di rendere Socialista una società è una straordinaria utopia. Descrive e promuove l’emergere di una Comunità in cui ognuno lavorerà in ragione delle proprie capacità, in fabbriche e aziende agricole appartenenti alla collettività, e ricompensato in ragione delle proprie necessità. Non più uno Stato che governi gli Individui, niente più guerre, rivoluzioni, ma soltanto una “Fratellanza Eterna“, universale. Già… peccato, però, che per realizzare questo sogno, si siano perpetrati crimini orrendi. Seppure inizialmente fosse un fervente cristiano, dopo poco aver conseguito il diploma, a Karl Marx (1818-1883) accadde qualcosa che lo fece diventare un appassionato antireligioso. Emerse poi in lui una nuova e diversa personalità, scrisse addirittura un sinistro poema, “Desidero vendicarmi contro quell’Uno che regna lassù”, dove le sue parole somigliano all’orgogliosa vanteria di un Lucifero, quando afferma: “Io salirò in Cielo, eleverò il mio trono al disopra delle Stelle di Dio.” (Is 14,13)

A Marx, tra l’altro, piacevano anche le oscure parole di Mefistofele nel “Faust”, specie “Tutto ciò che esiste, merita d’essere distrutto”, ed egli arrivò anche a citarle in un suo articolo, parole che ispirarono l’allora giovane Stalin (1878-1953), colui che divenne il futuro e spietato dittatore dell’Unione Sovietica. Cresciuto in una famiglia cristiana, non aveva, però, condotto una vita ad essa adeguata, tanto che la corrispondenza degli anni giovanili con il padre, testimoniano lo sperpero di ingenti somme di denaro in divertimenti, nonché del suo continuo contestare l’autorità paterna. Si pensa che ad un certo punto, sia stato introdotto persino in qualche circolo esoterico, indottrinato, forse, ad una chiesa segreta dedita al Culto dell’Oscurità, e che sia stato iniziato ai suoi rituali. Risale infatti a questa epoca il suo interesse per gli scritti del Marchese de Sade (1740-1814).

«Aborro la natura […], vorrei spaccare il suo pianeta, ostacolare il suo procedere, arrestare le orbite degli astri, rovesciare i vari Globi che galleggiano nello Spazio, distruggere ciò che serve la Natura, proteggere ciò che la nuoce, in una parola desidero insultarla nelle mie opere […] Forse saremo capaci di attaccare il Sole, privarne l’Universo o adoperarlo per dar fuoco al Mondo. Questi sarebbero veri delitti

E se de Sade lodava gli scrittori che avevano come unico scopo il divulgare la sua opera, per estendere dopo la morte il numero dei delitti da essi esposti, – ovviamente grazie alla lettura e all’istruzione derivata dai propri scritti maledetti -, in un altro poema giovanile, Marx seguì imperterrito l’obbiettivo del “Maligno“, ovvero quello di consegnare l’intera razza umana alla dannazione. Quando scriveva queste cose, Marx, aveva appena diciott’anni, e all’epoca non pensava di servire l’Umanità, il Proletariato o il Socialismo, ma desiderava solo la rovina del Mondo. In un epigramma scritto per Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831), scrisse: “Perché ho scoperto il più alto, / e perché ho trovato il più profondo, con la Meditazione, / Son grande come un Dio; / Come Lui, mi rivesto dell’Oscurità, mentre in un altro poema,“La Vergine Pallida”, scriveva sibillino, “Così ho perduto il Cielo, Lo so ben io. / La mia Anima, un tempo fedele a Dio, / è destinata all’Inferno.”

Marx aveva ambizioni artistiche, ma non ricevette alcun riconoscimento letterario, e anzi, questa mancanza di successo lo portò verso una diversa strada: la stessa mancanza di successo nel dramma, condusse Joseph Goebbels (1897-1945) a diventare Ministro della Propaganda Nazionalsocialista; l’insuccesso in Filosofia, accompagnò Alfred Rosenberg (1893-1946) verso un ideale di razzismo prettamente germanico; la mancanza di successo nella Pittura e nell’Architettura, portò Adolf Hitler (1889-1945) a diventare dittatore della Germania. Insomma, tutti artisti e, paradossalmente, “umanisti” mancati! Anche Hitler si dilettava in Poesia (come se non bastasse), e nei suoi poemi egli citava pratiche e divinità pagane: “Nelle notti tempestose vado talvolta / Alla quercia di Wotan nel silente giardino / Per stringere un patto con le Forze Oscure […] / Il chiaro di Luna fa apparire caratteri runici / Tutti coloro che erano straordinari durante il giorno / Diventano piccoli di fronte alla formula magica…”

Ora, che Hitler avesse dei seri problemi lo sappiamo tutti quanti, e ben presto abbandonò la carriera artistica, così come Marx la cambiò per quella di un rivoluzionario. Nel 1839, il giovane Marx, scrisse “La differenza tra la Filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro”, dove nella prefazione si allineava con Eschilo nell’affermare, “Nutro odio contro tutti gli Dèi”. Egli, in tale contesto, specificò ulteriormente il suo pensiero affermando di essere contro tutti gli Dèi in Terra e in Cielo, e contro coloro che non riconoscono l’auto-consapevolezza umana come “Divinità Suprema“. Si dichiarò apertamente nemico di tutti gli Dèi, e al tempo stesso come colui che aveva acquistato la terribile spada dal “Principe delle Tenebre“, al prezzo della propria Anima, con lo scopo di attirare tutta l’Umanità verso l’abisso e di seguirla ridendo. Uno dei suoi fedeli compagni nella “Prima Internazionale” fu l’anarchico russo Mikhail Bakunin (1814-1876), che così scriveva.

«Il Maligno rappresenta la ribellione satanica contro l’autorità divina, ribellione nella quale vediamo il germe fecondo di tutte le emancipazioni umane, la Rivoluzione. I Socialisti si riconoscono l’un l’altro con le parole: “Nel nome di Colui al quale è stata commessa una grande ingiustizia”. Satana è l’eterno ribelle, il primo libero pensatore ed emancipatore dei Mondi. Egli fa sì che l’Uomo si vergogni della sua bestiale ignoranza e obbedienza; lo emancipa, imprime sulla sua fronte il suggello della libertà e dell’umanità, spronandolo a disobbedire e a mangiare il Frutto della Conoscenza

Insomma, non si limitava a lodare questo aspetto luciferino, ma nel programma concreto rivoluzionario, scrisse ancora: “In questa rivoluzione dovremo risvegliare il Diavolo delle persone, dovremo attizzare in loro le più basse passioni. La nostra missione è distruggere, non edificare, la passione per la distruzione è una passione creativa.” Una passione che condividerà con Marx, istituendo insieme a lui questo particolare e sinistro programma. E Bakunin stesso rivelò che il filosofo, sociologo, economista, oltreché anarchico francese, Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865), che in quell’epoca era pure amico di Karl Marx, “adorava anche lui Satana”. Ne “La Filosofia della Miseria”, Proudhon arrivò persino a dichiarare.

«Vieni, Satana – egli esclama – calunniato dai piccoli e dai re. Dio è stupidità e codardia; Dio è ipocrisia e falsità; Dio è tirannia e povertà; Dio è malvagio […] Io giuro, Dio, con la mano distesa verso il Cielo, che non sei niente più che l’esecutore della mia ragione, lo scettro della mia Coscienza

Per capire quanto il Culto di Satana fosse diffuso nell’Europa dell’epoca, basti pensare che persino il nostro Giosuè Carducci (1835-1907), scrisse una poesia dedicata a Satana[1] nella forma di inno, un componimento poetico estemporaneo da recitarsi addirittura a tavola! Recatosi a Firenze, nel 1863, per la stampa di una sua opera, in una nottata insonne gli uscì spontanea e dal cuore questa poesia, non ben riuscita nello stile ma, secondo lui, fioriera di verità, dove il poeta invoca Satana che egli vede agire prepotentemente nei fenomeni naturali, nell’ebbrezza del vino, nell’allegria del convito, nell’amore per le donne, l’aspirazione artistica, e dove il vecchio Geova con i suoi Angeli, è ormai defunto ed estinto. Il Satana invocato nei riti delle streghe, fomentatore delle scoperte scientifiche, degli alchimisti e dei maghi, qui “infonde pensieri di verità nelle menti dei rivoluzionari“. Del resto, anche un eminente filosofo, Ministro dell’Educazione nell’Unione Sovietica, quale Anatoly Lunacharsky (1875-1933), scrisse in “Religione e Socialismo” che Marx aveva messo da parte ogni relazione con Dio, e aveva letteralmente portato Satana alla testa delle colonne in marcia del proletariato.

Ma la distruzione arrivò anche nella sua famiglia, perché due figlie e un genero si suicidarono, tra cui la figlia Laura, sposata tra l’altro con lo scrittore e socialista Paul Lafargue (1842-1911), che nel suo testamento scrisse: «Sano di corpo e di spirito, mi uccido prima che l’impietosa vecchiaia mi tolga uno a uno i piaceri e le gioie dell’esistenza e mi spogli delle forze fisiche e intellettuali. Affinché la vecchiaia non paralizzi la mia energia, non spezzi la mia volontà e non mi renda un peso per me e per gli altri. Da molto tempo mi sono ripromesso di non superare i settant’anni; ho fissato la stagione dell’anno per il mio distacco dalla vita e ho preparato il sistema per mettere in pratica la mia decisione: un’iniezione ipodermica di acido cianidrico. Muoio con la suprema gioia della certezza che, in un prossimo futuro, la causa alla quale mi sono votato da quarantacinque anni trionferà. Viva il Comunismo. Viva il Socialismo Internazionale!» Sappiamo che Marx non si sentì mai obbligato a guadagnarsi di che vivere per mantenere la propria famiglia, e anzi, passò tutta la sua esistenza accattando da famigliari ed amici come un vero parassita, specie dall’amico fidato Engels, il quale si fece persino attribuire un figlio illegittimo dello stesso Marx, che accettò di prestarsi al gioco, un figlio avuto da una delle sue donne di servizio, così da privarsi di un altro fardello da mantenere.

Friedrich Engels (1820-1895) era stato educato in una famiglia pietista e in gioventù aveva scritto bellissimi poemi di ispirazione religiosa e cristiana. Fu poco dopo aver letto gli scritti dell’eretico e teologo liberale, Bruno Bauer (1802-1882), che cominciò ad allontanarsi dalla fede, dopodiché si associò a colui che egli stesso aveva definito: “un mostro posseduto da diecimila diavoli!” Bauer, creatore del “Cristianesimo Materialistico”, affermava che Gesù era un uomo qualunque e scrivendo ad un suo amico, Arnold Ruge (1802-1880), il 16 dicembre 1841, dichiarò: “Qui all’Università tengo le mie lezioni dinanzi ad un vasto pubblico. Non riconosco me stesso quando pronuncio dalla cattedra le mie bestemmie! Sono tanto grandi che questi ragazzi, che nessuno dovrebbe offendere, alla fine hanno i capelli ritti […] Il mio spirito blasfemo sarà soddisfatto soltanto se sarò autorizzato a predicare apertamente come professore del sistema ateo.” Ma l’uomo che convinse Engels a diventare comunista fu un certo Moses Hess, il quale aveva già convinto Marx. Moses Hess (1812-1875) fu un filosofo, politico e attivista tedesco, aderente al Socialismo, al Comunismo, come inoltre fu precursore del Sionismo, e dopo averlo conosciuto a Colonia, scrisse: “Si separò da me come un comunista ultrazelante. È così che produco devastazioni!” E forse, produrre devastazioni, era proprio la spinta che accomunava tutta questa combriccola di buontemponi…

Marx, quando era studente, non solo riceveva un assegno di mantenimento, ma era anche al di sopra di ogni aspettativa, denaro che finiva sperperato nel gioco e nei vari piaceri. Durante il corso della sua vita, Marx, da Engels, ricevette una cifra pari a sei milioni di franchi francesi, oltre a bramare sempre qualche eredità. Pensate che quando suo zio era in agonia, scrisse: “Se quel cane morisse, io sarei fuori dai guai!”, ed ovviamente il fidato Engels, rispose: “Mi congratulo con voi per la malattia di colui che ostacola un’eredità, e spero che la catastrofe accada adesso.” E quel cane morì davvero entro breve, come da tutti sperato, tanto che poi l’8 marzo del 1855, Marx scrisse soddisfatto all’amico: “Un evento molto lieto. Ieri ci è stato detto della morte dello zio novantenne di mia moglie. Mia moglie riceverà circa cento lire sterline; anche di più, se il vecchio cane non ha lasciato una parte del suo danaro alla signora che amministrava la sua casa.” Nel dicembre del 1863 scrisse ancora ad Engels: “Due ore fa è arrivato un telegramma per dirmi che mia madre è morta. Il Fato aveva bisogno di prendere un membro della famiglia. Io avevo già un piede nella tomba. In queste circostanze, sono più necessario che la vecchia donna. Debbo andare a Treviri per l’eredità.” Così liquidò la morte della madre, perché a lui interessavano i soldi dei lasciti ereditari dei parenti, senza dimenticare che, seppur fosse uno stimato economista, perdeva continuamente denaro in Borsa!

Ma un’altra contraddizione ammanta la sua ambigua figura, perché benché fosse ebreo, quanto a stirpe, scrisse persino un libro anti-ebraico intitolato “La questione ebraica”, che non aveva nulla da invidiare ai deliri di Adolf Hitler sulla stessa “questione“. Nel 1856 scrisse sul New York Tribune un articolo intitolato, “Il prestito russo”, nel quale vi si legge: “Sappiamo che dietro ogni tiranno c’è sempre un ebreo, come c’è un gesuita dietro ogni Papa. Come l’esercito dei gesuiti uccide ogni libero pensiero dal quale il desiderio degli oppressi potrebbe avere possibilità di successo, così l’utilità delle guerre promesse dai capitalisti cesserebbe, se non fosse per gli ebrei che rubano i tesori dell’Umanità […] Il fatto che gli ebrei siano diventati tanto forti da mettere in pericolo la vita del Mondo, ci induce a svelare la loro organizzazione, i loro scopi, affinché il loro lezzo possa risvegliare i lavoratori del Mondo a combatterli e ad eliminare un simile cancro.” Ma la cosa incomprensibile è che anche altri comunisti, ed ebrei, imitarono Marx nel suo odio contro gli israeliti. L’ebrea Ruth Fisher (1895-1961), ben nota dirigente tedesca, membro del Parlamento, disse sfacciatamente: “Schiacciate i capitalisti ebrei, appiccateli alle lanterne; calpestateli sotto i vostri piedi.”

E Marx odiava gli ebrei, ma persino i tedeschi (e lui lo era, oltre ad esserlo entrambi) che considerava un popolo stupido, definiva i russi come dei “mangiacavoli” e i popoli slavi come “rifiuti etnici”, senza considerare che di lì a poco, proprio i popoli slavi avrebbero dato il maggior contributo alla sua causa! Queste razze per lui retrograde non potevano attendersi nulla in futuro, e sarebbero, secondo le sue visioni, perite nella “Tempesta Rivoluzionaria del Mondo“. La futura guerra mondiale, a cui lui auspicava, avrebbe fatto scomparire dalla faccia della Terra non solo le classi reazionarie e le dinastie, ma interi popoli ritenuti inferiori, facendoli dissolvere per sempre. Inoltre, considerava la gente di colore con l’espressione “idioti”, ed era usuale per lui utilizzare il termine dispregiativo di nigger (negro), ad oggi ritenuto offensivo. Considerava il suo rivale, il politico e scrittore Ferdinand Lassalle (1825-1864) “quel negraccio giudaico”, termine che utilizzava anche per altre persone, precisando, inoltre: “Mi appare ora assolutamente chiaro che, come dimostrano tanto la forma della sua testa che la struttura dei suoi capelli, discende dai negri che presero parte alla fuga di Mosè dall’Egitto (a meno che sua madre o sua nonna dal lato paterno non abbiano avuto una ibridazione con un negro) […] L’indiscrezione con la quale si fa avanti è anche tipicamente negresca.

Addirittura, a più riprese, difese anche lo “schiavismo nord-americano“, per questo motivo litigò con l’amico Pierre-Joseph Proudhon, il quale aveva invece preconizzato l’emancipazione degli schiavi negli Stati Uniti. “Senza lo schiavismo, l’America del Nord, il Paese dove è maggiore il progresso, si trasformerebbe in un Paese patriarcale. Cancella l’America del Nord dalla carta del Mondo, e avrai l’anarchia: il completo decadimento del commercio e della civiltà moderna. Abolisci la schiavitù ed avrai cancellato l’America dalla carta delle nazioni.” La necessità di denaro, infine, si fece via via sempre più stringente, e le condizioni disastrose in cui versava lo portarono persino a diventare una spia. Il periodico tedesco Reichsruf, del 9 gennaio 1960, pubblicò la notizia che il cancelliere austriaco Raabe, aveva regalato a Nikita Kruscev (1894-1971), l’allora dittatore dell’Unione Sovietica, una lettera originale di Karl Marx che lo statista non gradì, perché era una prova che il filosofo era stato nientemeno che un informatore della polizia austriaca, che spiava i rivoluzionari compagni durante il suo esilio a Londra, venendo anche pagato per ogni informazione che riusciva a fornire.

Marx morì nella disperazione il 14 marzo del 1883, e poco prima di andarsene scrisse ad Engels: “Come inutile e vuota è la vita, ma quanto desiderabile.” Quello che aveva messo in moto sarebbe stato uno dei più grandi cambiamenti, a livello mondiale, mai immaginato. Lenin (1870-1924) scrisse decenni dopo la morte del suo mentore: «“Dopo mezzo secolo, nessuno fra i marxisti ha compreso Marx”, e sugli esiti del socialismo da lui perseguito, dichiarò sinistramente: “Lo Stato non funziona come desideravamo. Come funziona? La macchina non obbedisce. C’è un uomo al volante, e sembra che la guidi, ma la macchina non si dirige nella direzione voluta. Si muove secondo i desideri di un’altra Forza.”» A questo punto viene da chiedersi, quale sia questa Forza misteriosa che si era sostituita ai piani dei capi bolscevichi? Si erano per caso venduti ad una Forza che speravano di padroneggiare, ma che alla fine si era rivelata più potente di quanto non avevano previsto?


[1] Si consiglia la lettura di “A Satana” di Giosuè Carducci.