“Frankestein, l’Origine del Male” di Federico Bellini

[Ritratto di Mary Shelley, di Richard Rothwell. 1840]

Quella che sto per raccontarvi è la storia singolare, quanto mai tragica, di un poeta, di una scrittrice (sua moglie) e di un ambizioso chirurgo, vissuti tutti quanti tra la fine del XVIII e la prima metà del XIX secolo. Percy Bysshe Shelley (Sussex, 4 agosto 1792 – mare di Viareggio, 8 luglio 1822) non ha bisogno di presentazioni, ma per coloro che sono poco avvezzi a tali conoscenze, rammentiamo che è stato un poeta britannico e tra i più celebri lirici romantici. Famoso per aver scritto opere da antologia quali Ozymandias[1], l’Ode al Vento Occidentale (Ode to the West Wind), A un’Allodola (To a Skylark), si menzionano tra i suoi capolavori anche i poemi narrativi visionari come il Prometeo Liberato (Prometheus Unbound) e l’Adonais (Adonais). Di indole ribelle, anticonformista e animato da un assoluto idealismo, tipico dei personaggi romantici dell’epoca, Shelley divenne l’idolo di generazioni successive di poeti, sia in Inghilterra che in buona parte d’Europa. Amico di John Keats e Lord Byron, sposò la scrittrice Mary Wollstonecraft, poi Shelley (Londra, 30 agosto 1797 – Londra, 1º febbraio 1851), figlia di Mary Wollstonecraft e William Godwin, filosofo, scrittore e tra gli ideatori della moderna anarchia, il quale influì molto sulle idee politiche libertarie del marito. Scrittrice, saggista e biografa britannica, fu l’autrice del celeberrimo romanzo gotico, universalmente a tutti noto come Frankenstein (“Frankenstein: or, The Modern Prometheus”), pubblicato nel 1818 e in una seconda edizione nel 1831, oltre ad essere stata la curatrice di tutte le edizioni delle poesie del marito.

Cresciuta orfana di madre e in un ambiente intriso di idee anarchico-comuniste, grazie anche ad una educazione ricca ed informale, nel 1814, ancora giovanissima, si innamorò di uno dei discepoli del padre, Percy Bysshe Shelley, all’epoca già sposato con Harriet Westbrook. Assieme alla sorellastra Claire Clairmont, fuggì in Francia con Percy, iniziando un periodo della propria vita avventuroso ed errabondo, e che li vide attraversare vari paesi europei. Dopo un breve soggiorno in Inghilterra, paese di origine nel quale erano rientrati per assestare le gravi finanze del compagno, ripartirono nuovamente. Nel frattempo, rimase incinta di una bambina ma che morì pochi giorni dopo il prematuro parto, e senza aver ricevuto nemmeno un nome. Successivamente, Mary e Percy, si sposarono nel 1816, dopo che il suicidio della prima moglie di lui lo “liberò” dal vincolo di fedeltà. Sempre in quell’anno, la coppia trascorse un’estate con Lord Byron e John William Polidori nei pressi di Ginevra, in Svizzera, dove Mary ebbe l’ispirazione per la stesura del suo romanzo Frankenstein. Nel 1818, dopo un ennesimo breve soggiorno in Inghilterra si spinsero sino in Italia, dove durante il viaggio morirono anche Clara Everina e William, secondo e terzo figlio di Mary e Percy, ma dove infine nacque anche Percy Florence, l’unico dei figli sopravvissuto ai genitori.

Durante questo soggiorno in Italia, ebbero modo di frequentare l’illustre chirurgo italiano Andrea Vaccà Berlinghieri (Montefoscoli, 3 febbraio 1772 – Orzignano, 6 settembre 1826). Figlio di Francesco (1732-1812) importante professore di medicina dell’Università di Pisa, e cugino in primo grado della madre del medico e politico Francesco Chiarenti, futuro triumviro della Toscana nel 1800-1801, fu fratello anche di Leopoldo Vaccà Berlinghieri, militare, politico e diplomatico toscano, molto vicino a Napoleone. Giovanissimo fu inviato dal padre a Parigi, insieme al fratello più grande, a studiare medicina con maestri quali Pierre Joseph Desault (1744-1795) e Jean Louis August Baudelocque (1745-1810), dopo due anni li trascorsi, si recarono anche a Londra, attratti dalla figura del medico inglese John Hunter (1728-1793). A conclusione di questo lungo peregrinare di studi, nel 1791 Andrea tornò a Pisa dove si laureò in Medicina e Chirurgia, scrisse le Reflessioni sul trattato di chirurgia del Sig. Begnamino Bell ed iniziò a dare lezioni universitarie, molto seguite da un numero sempre crescente di studenti. Nel 1799 ritornò a Parigi dove ricevette ulteriori insegnamenti e aggiornamenti sulle tecniche, dedicandosi anche alla Chimica, la Fisica, la Matematica, l’Astronomia e persino l’Esoterismo.

Durante la sua permanenza parigina scrisse in lingua francese il Traité des maladies vénériennes (Paris 1800), e al suo ritorno a Pisa divenne Professore di Chirurgia, e fu considerato l’iniziatore della Scuola Medica Chirurgica Pisana, ancora oggi una tra le eccellenze dell’attuale sistema sanitario nazionale. Fu durante il soggiorno a Pisa che Percy e Mary Shelley, ebbero modo di conoscere e frequentare il già famoso medico pisano, condividendo con lui momenti di approfondimento e studio, parlando di Architettura, Poesia, Esoterismo e Galvanismo. Il Galvanismo, in fisiologia, è la contrazione di un muscolo stimolato da una corrente elettrica. Il termine deriva dal cognome del suo ideatore (seppure si dice che fu coniato dal collega Alessandro Volta), Luigi Galvani (1737-1798), fisiologo, fisico ed anatomista italiano, ricordato per la scoperta dell’elettricità biologica e di alcune sue applicazioni come: la cella elettrochimica, il galvanometro e la galvanizzazione. Egli investigò a lungo su questo fenomeno e sviluppò la teoria secondo la quale gli Esseri Viventi siano in possesso di una elettricità intrinseca prodotta dal cervello, propagata tramite i nervi e immagazzinata nei muscoli. Nel 1781, nel suo laboratorio domestico, dopo aver “preparato” una rana con i nervi crurali e il midollo isolati, posta ad una certa distanza da una macchina elettrica, durante lo scocco di una scintilla di uno dei suoi assistenti, egli toccò per sbaglio con un bisturi il nervo crurale interno della rana, e ci fu un’intensa contrazione muscolare delle zampe del povero animale; tutto iniziò da lì.

«Ogni volta che balenavano i fulmini, nel medesimo istante tutti i muscoli subivano violente e numerose contrazioni, così che, come i baleni dei fulmini sogliono precedere il tuono, e quasi preavvertirlo, così i movimenti e le contrazioni muscolari di quegli animali; anzi il manifestarsi dei fenomeni fu così imponente che le contrazioni avvenivano anche senza applicare il conduttore dei muscoli e senza isolare i conduttori dei nervi.» (Esperimento sull’Elettricità Atmosferica)

Insomma, Galvani, dopo vari tentativi, giunse alla conclusione che era presente negli animali una forma di elettricità intrinseca che induceva le contrazioni e la chiamò “Elettricità Animale”. Un ruolo, quasi sicuramente secondario per la scienza dell’epoca, ma non meno importante per la nostra storia, fu quello di Giovanni Aldini (1762-1834), la cui madre, Caterina, era sorella del celebre fisico e fisiologo sopra menzionato, Luigi Galvani. Insegnante di Fisica Sperimentale presso l’Università di Bologna dal 1798, incentrò i suoi studi sulle applicazioni dell’elettricità in campo medico e l’illuminazione, sviluppando la costruzione di fari e dispositivi antincendio, anche se furono le teorie dello zio a stimolarlo nella sua ricerca. All’epoca i condannati a morte in quasi tutta Europa venivano decapitati, ma in Inghilterra, dove principalmente veniva eseguita l’impiccagione, decise di recarvisi nel 1803, con lo scopo di trovare cadaveri integri sui quali fare i suoi esperimenti. Nelle carceri fece la conoscenza di George Forrest, accusato di aver ucciso la moglie e la figlia, e dopo la sua condanna (sembra che comprò persino i giudici per ottenerne l’impiccagione), e l’esecuzione capitale, entrò in possesso del corpo.

Non privo di manie di protagonismo, utilizzando una grande pila, e sconvolgendo i presenti, – tanto che un suo assistente, si racconta, la stessa notte morì di infarto causato dal terrore provocato dall’esperimento -, riuscì a rianimare il cadavere di questo assassino che ricominciò a respirare e il cuore a battere, arrivando per pochissimo tempo a ristabilire alcune funzioni fisiologiche del corpo, pur non alterandone lo stato di morte cerebrale. Durante gli anni del suo soggiorno a Londra, eseguì raccapriccianti esperimenti su cadaveri umani ed animali con l’intento di riportarli in vita, collegava elettrodi a teste umane mozzate, ottenendo deformazioni dei volti, l’apertura delle palpebre, mentre nei corpi si potevano avere convulsioni e movimenti confusi degli arti. Quando però si accorse che le scariche elettriche non avevano effetti sul cuore, decise di abbandonare i suoi studi, sebbene nel 1807 scrisse un trattato che racchiudeva tutti i suoi lavori: “An account of the late improvements in Galvanism”, nel quale asseriva, comunque, che in determinate condizioni sarebbe stato possibile riportare in vita un cadavere mediante stimoli elettrici. Ed è a questo punto che la storia ritorna di prepotenza in Toscana, specificatamente nella mia terra, tra i paesi della provincia di Pisa.

Tra il 1818 e il 1822 gli Shelley tornarono in Italia, dove soggiornarono a Venezia, Livorno, Lucca, Este, Roma, Napoli, Firenze e infine Pisa, e durante questi viaggi, Mary perse il secondo e il terzo figlio, ma gli sopravvisse il quarto, Percy Florence. In questo periodo presero a frequentare l’intellighenzia del luogo, tra cui spicca il celebre chirurgo pisano, Andrea Vaccà Berlinghieri, di cui furono suoi ospiti a più riprese, e dove non si esclude che abbiano parlato o assistito ad alcuni esperimenti di Galvanismo, ai quali, si dice, il medico pisano era molto interessato. L’idea del Frankenstein, o il moderno Prometeo (Frankenstein; or, the modern Prometheus), il romanzo che unisce il genere gotico, horror, fantasy e che decreterà la gloria postuma alla sua autrice, vide la luce tra il 1816 e il 1817, quando all’epoca aveva 19 anni; fu poi pubblicato nel 1818 e modificato per una seconda edizione, più tardi, nel 1831. Sicuramente attratta dagli esperimenti londinesi di Aldini, dalle sue eminenti frequentazioni, gli studi e gli interessi esoterici del marito, delineò la figura del dottor Victor Frankenstein e della sua Creatura, spesso ricordata come il Mostro di Frankenstein, (seppure sia citato in questo modo in maniera erronea).

Un’opera potente, che è entrata nell’immaginario collettivo sin da subito la sua uscita, stimolando nel Novecento, ulteriori ambiti letterari, cinematografici e televisivi, oltre ad essere stato utilizzato come esempio negativo della “cattiva scienza“, alludendo al fatto che il suddetto scienziato, compisse esperimenti illeciti o eticamente discutibili, come purtroppo è poi accaduto durante gli anni delle terribili dittature (Nazismo, Comunismo, etc.), e non solo (l’America del secondo dopoguerra). Nell’estate del 1822, i coniugi Shelley si diressero a Villa Magni, a San Terenzo, presso la Baia di Lerici, celebre anche con il nome di Golfo dei Poeti. Mary, nuovamente incinta, ebbe un aborto spontaneo, l’intervento fulmineo di Percy che la immerse in una vasca con ghiaccio, la preservò dall’emorragia prima dell’arrivo del medico, salvandole così la vita. Nonostante questo episodio, i loro rapporti già minati nel tempo, non migliorarono e la vicinanza col mare, permise a Percy e ad Edward E. Williams, di cogliere l’occasione di svagarsi navigando con la loro barca, la goletta “Ariel”. Il 1º giugno 1822, Percy, Edward E. Williams e il capitano Daniel Roberts salparono diretti verso la costa di Livorno. L’8 luglio 1822, a poco meno di un mese dal suo trentesimo compleanno, Percy e Edward salparono di nuovo, accompagnati dal marinaio Charles Vivian, per fare ritorno a Villa Magni, ma non arrivarono mai a destinazione. Dieci giorni dopo la partenza i tre corpi furono rinvenuti presso la costa di Viareggio, e si dice che, dopo una sepoltura provvisoria, la cerimonia di cremazione avvenne, sempre nello stesso luogo, alcune settimane più tardi.

Fatto alquanto insolito, soprattutto per il “Rito Pagano”, come venne definito dagli stessi viareggini, a quel tempo molto cattolici e superstiziosi, che non gradirono soprattutto la cerimonia e la finale cremazione del corpo (all’epoca la Chiesa proibiva tali pratiche). Per volontà di Mary, durante il rogo furono versati sul corpo del marito incensi e oli aromatici procurati dall’amico Byron, a ricalcare il funerale di Miseno descritto nel sesto libro dell’Eneide, mentre si narra che Trelawny riuscì a sottrarre dalle fiamme il cuore di Percy, che non bruciava, e lo consegnò alla moglie dentro una scatola di legno. Il cuore fu poi custodito da Mary, che l’anno dopo ritornò in Inghilterra per dedicarsi interamente alla sua carriera di scrittrice e ad accudire suo figlio, trascorrendo però l’ultima decade della sua vita malata, probabilmente di un tumore al cervello di cui morì all’età di 53 anni nel 1851. Il cuore di Shelley fu poi sepolto nel cimitero di Bornemouth, dove erano stati traslati anche i corpi di Mary e di William Godwin, (per disposizione del figlio), mentre le ceneri del marito erano state sepolte nel Cimitero Acattolico (o degli Inglesi) di Roma, insieme al figlio William e nei pressi di quelle dell’amico e poeta John Keats.

L’epigrafe, non meno enigmatica, fu ripresa dalla Tempesta di Shakespeare, nei tre versi del canto di Ariel (lo stesso nome della goletta): «Nothing of him that doth fade / but doth suffer a sea change / into something rich and strange. (Niente di lui si dissolve / ma subisce una metamorfosi marina / per divenire qualcosa di ricco e strano).» E Vaccà Berlinghieri? Nel 1823 su progetto dell’architetto Ridolfo Castinelli, fece edificare un Tempio dedicato alla “Dèa della Medicina“, Minerva, monumento in memoria del padre Francesco. La struttura, un edificio neoclassico, preceduta da un portico formato da otto colonne ioniche, sormontato da un frontone, si erge su di un colle all’interno di un boschetto di lecci (all’epoca molto più vasto), nei dintorni del paese di Montefoscoli, nel comune di Palaia, in provincia di Pisa. Ipotizzato come luogo di svago e divertimento, si pensa fu anche un luogo di incontro, di studi esoterici, o un vero e proprio tempio massonico. Certo, è che il misterioso e lugubre rinvenimento di decine di corpi senza testa sotto la cappella di Alica, frazione limitrofa, avvenuto alcuni anni fa, e subito censurato dai media e dalle autorità locali, riportano alla memoria gli esperimenti sui cadaveri dell’epoca.

Del resto, un cuore “che non bruciava“, quello di Shelley, e il suo corpo, lasciato “incustodito” settimane su di una spiaggia, prima di essere cremato, fanno pensare che, forse (e ripeto forse), la moglie affranta dalle ripetute perdite dei figli, e poi del giovane e promettente marito, l’abbiano indotta a tentare di riportarlo in vita ma che, alla fine, “forse” a seguito del fallimento di tale impresa, fu poi costretta a ricondurlo in riva al mare per bruciarne il cadavere e le prove dei vari tentativi, degni del suo amato dottor Victor Frankenstein. E d’altro canto, l’amico medico pisano non poteva esimersi dal tentare di esaudire una tale richiesta… Così come, un secolo più tardi, alcuni scienziati non poterono esimersi nel compiere ulteriori esperimenti ai limiti del sovrumano. In numerosi Campi di Concentramento nazisti, durante la Seconda Guerra Mondiale, si venne a sviluppare una metodologia di sperimentazioni pseudo-mediche sugli internati, dove i prigionieri, di fatto, furono utilizzati come vere e proprie cavie da laboratorio. Moltissimi furono i settori di studio, ma tale ricerca a tutto campo portò anche ad uno spropositato numero di persone torturate e uccise tra: ebrei, polacchi, serbi, zingari, malati fisici, psichici ed omosessuali. Sigmund Rascher, medico delle SS a Dachau, descrisse nel maggio 1941 in alcune lettere.

«… Un altro esperimento degno del massimo interesse… si trattava di sperimentare la resistenza ad un’altezza di 12.000 metri con un ebreo di 37 anni, in buone condizioni fisiche generali. Il respiro è cessato dopo 30 minuti. Al quarto minuto egli ha cominciato a sudare e a dimenare il capo; al quinto ha presentato convulsioni; tra il sesto e il decimo minuto il respiro è divenuto frequentissimo, e il soggetto ha perduto i sensi. Dall’undicesimo al trentesimo minuto il respiro si è rallentato sino ad una frequenza di appena 3 atti al minuto, indi si è arrestato del tutto. Nel frattempo, è comparsa cianosi intensissima con schiuma alla bocca. Ho praticato l’autopsia mezz’ora dopo l’arresto del respiro. Ne descrivo qui di seguito i particolari (omettiamo i dettagli autoptici). Credo di aver l’onore di descrivere per primo un caso del genere. Dal punto di vista scientifico, i suddetti fenomeni cardiaci rivestono particolare interesse, anche perché ho avuto cura di registrare l’elettrocardiogramma sino all’arresto definitivo del cuore…»

Dal momento che il conflitto con la Gran Bretagna, in particolare le battaglie aeree, portarono in primo piano una serie di problemi medici riguardanti i lanci con il paracadute da altezze superiori al normale limite della sopravvivenza, specie se i soggetti potevano cadere in acque gelide, questi buontemponi decisero di condurre alcune sperimentazioni per capire quali effetti avessero potuto verificarsi in simili condizioni. Nel Blocco 5, sempre nel Campo di Dachau, venne creata persino un’area nella quale fu attrezzata una vasca d’acqua profonda due metri, dove i prigionieri venivano vestiti con tute d’aviazione e immersi nell’acqua gelata per tempistiche variabili; è logico supporre che quando la temperatura corporea di questi disgraziati scendeva al di sotto dei 28 gradi centigradi, morivano… Gli zingari o tutti coloro che venivano considerati dei mezzo-sangue, ebrei compresi, vennero utilizzati per esperimenti sulla potabilità dell’acqua marina; potete immaginare il numero imprecisato di morti per sete che si ebbe a seguito di questa insensata atrocità. Ma la trivialità nazista, al limite del rigore, la pignoleria, così asettica e fredda, li portò a sperimentare ben altro. Dal momento che volevano capire come curare i soldati e i civili che eventualmente potessero essere stati colpiti da del gas asfissiante, il fosgene (il quale non provoca solo edema polmonare, ma in forma liquida è in grado di produrre anche gravissime ustioni cutanee), alcuni medici e scienziati, pensarono un bel giorno di prendere delle cavie umane (e nei campi non mancavano di certo) e iniziarono a spalmare sui loro bracci alcune gocce di questa sostanza.

Il risultato fu disastroso e orribile, perché le ustioni prodotte furono profondissime e le pomate applicate sulle ferite non riuscirono ad arginare il problema, tant’è che questi prigionieri morirono tra atroci sofferenze, senza dimenticare che alcuni giorni dopo dall’inizio degli esperimenti, a causa dei vapori venefici, chi riuscì a sopravvivere divenne persino cieco. E poi c’erano i batteri, i virus, le malattie da studiare, sperimentare, e l’opportunità che i campi di sterminio offrivano fu veramente ghiotta. Ad esempio, il Tifo Petecchiale, noto come Tifo Esantematico, è una malattia che viene trasmessa tramite la puntura del pidocchio, caratterizzata dalla comparsa di macchie rosse sulla pelle, con al centro un punto rosso emorragico, la cosiddetta petecchia. Ovviamente in condizioni igieniche scarse, come nelle trincee del fronte, trovava terreno fertile, pertanto era necessario trovare un vaccino da somministrare ai soldati, e una nota casa farmaceutica dell’epoca (che nel frattempo ne aveva creato uno), pensò bene di effettuare dei test su uomini e donne presenti nei campi, i quali, prima di morire, dovettero sopportare i gravissimi effetti collaterali. Si sperimentò sui prigionieri anche gli effetti di malattie ancor più letali come la Malaria, la Febbre Gialla, la Tubercolosi, e la cosa più sconvolgente è che spesso le cavie che venivano utilizzate erano bambini tra i 5 e i 12 anni.

Ci furono anche dei bambini che vennero infettati con il bacillo della Tubercolosi e che, trasportati ad Amburgo, vennero assassinati senza pietà (così come chi li aveva infettati) dal medico sperimentatore nel momento in cui le truppe alleate entrarono in città. Poi, ci fu anche lo studio sulla Dissenteria, di cui i militari in guerra soffrivano spesso, pertanto il tristemente noto medico, il dottor Josef Mengele, sapendo che l’unico modo, all’epoca, era quello di studiare le lesioni causate dalla malattia al suo interno, iniziò tranquillamente a sezionare le sue cavie malate mentre erano ancora in vita… Tutta la macchina operativa Nazionalsocialista ruotava attorno alla difesa della Razza Ariana, favorirne la crescita e preservarla dalla degenerazione e/o contaminazione con le altre razze. I medici e gli scienziati tedeschi, quindi, si adeguarono alla situazione e tantissimi di loro si trasferirono nei Campi di Sterminio per poter praticare direttamente sui deportati. Si venne a creare, così, una vera e propria “Scuola degli Orrori“, che predicava i principi della tristemente nota “igiene razziale”, dove le prime vittime di questa pulizia biologica furono proprio i disabili tedeschi, i quali furono inseriti all’interno di un “piano di eutanasia.”

«… mi sottopose a quattro iniezioni, a due prove del sangue e a diversi altri esperimenti al basso ventre, soprattutto all’utero. Non saprei dire con esattezza ciò che mi venne fatto perché mi bendavano gli occhi e minacciavano di uccidermi all’istante se avessi gridato. Nonostante i dolori fortissimi che seguivano, dopo ogni esperimento dovevo andare cantando al lavoro col sorriso sulle labbra

Con il termine Eugenetica Nazista, si indicava le politiche sociali razziste attuate dalla Germania dell’epoca, aventi come fine il miglioramento della razza mediante una particolare selezione sulla popolazione. Ovviamente era mirata non solo a togliere quelle che venivano considerate le impurità dal tessuto genetico tedesco, eliminando portatori di handicap, persone malate o gli omosessuali, ma in questa lista di “vite di nessun valore”, i Lebenunwertes Leben, rientravano anche gli ebrei, gli zingari, gli slavi, etc. A questi sarebbe stato impedito di riprodursi, in modo da non diffondere mai più i propri geni all’interno della popolazione del nuovo Reich: oltre 400 mila persone subirono una sterilizzazione coatta, mentre 70.000 furono uccise nel corso dell’Aktion T4. “Ad alcune giovani donne greche vennero fatte inaridire artificialmente le ovaie e poi, per osservare il risultato, si faceva loro aprire il basso ventre. Molte morirono e le sopravvissute risentono ancora oggi di quelle operazioni.”

Tante prigioniere, inoltre, vennero ferite in modo cruento alle gambe e lasciate progredire nella cicatrizzazione, oppure nuovamente danneggiate nella ferita con schegge di materiali vari. Come se non bastasse, nelle lesioni venivano inoculati batteri infettivi (streptococchi e stafilococchi), perché ovviamente si dovevano ricreare le condizioni di un ferito in uno scenario di guerra, pertanto ad alcune vennero sparati di proposito anche dei proiettili! Ma le sperimentazioni continuarono anche sulle ossa, i nervi, i muscoli, vennero così procurate fratturazioni volontarie, trapianti, nonché condotti esperimenti su nuove tecniche di ingessatura; sulle vittime le operazioni potevano ripetersi anche più di sei volte. Ossa sane venivano espiantate da persone che venivano poi uccise, ed impiantate su altri soggetti, così da testarne le prove di tolleranza o rigetto, con conseguente impianto di osso necrotico e malato, in soggetti con ossa sane… una totale, e aberrante, mostruosità!


[1] Si consiglia la lettura di Ozymandias di Percy Bysshe Shelley.