“Beethoven, genio assoluto” di Federico Bellini

Beethoven, genio assoluto. Qualche tempo fa, mentre stavo portando mia figlia dalla nonna, appena acceso l’autoradio, il CD inserito improvvisamente si resettò, reiniziando la riproduzione dei brani. Le prime note, potenti, perentorie, assordati furono quelle del primo movimento della sua Quinta Sinfonia, ad oggi celebri in tutto il Mondo. Per mia figlia di soli 5 anni, – essendo la prima volta che ascoltava un brano del compositore tedesco -, la novità fu talmente intensa che in un attimo riconobbe quelle 4 note (poi ripetute ad 8), come parte integrante del suo Codice Genetico Musicale, principiando a ridere e a cantarle in nemmeno una frazione di secondo. Sembrava che conoscesse quella Musica da sempre, dicendomi quanto gli piacesse ascoltarla, cantandovi sopra persino delle frasi di sua invenzione, riferite ad una non meglio Energia o Influsso Solare (dettaglio di non poco conto), che la facevano cantare e ridere a squarciagola, con una precisione tale come se stesse quasi leggendo la partitura.

In quel momento compresi come Beethoven fosse stato in grado, con quella manciata di note, di imprimere un’informazione collettiva talmente potente da risultare ancora oggi, dopo quasi duecento anni, ancora vincente. Quelle note sono ormai diventate parte integrante del nostro Codice Genetico Umano a tal punto che, seppure sia la prima volta che ci si approccia all’ascolto di questa Sinfonia, come avvenuto quel giorno con mia figlia, il riconoscimento inconscio è tale che subitaneamente si arriva a empatizzare[1] con quella frequenza, in grado ancora oggi di meravigliarci per la sua straordinaria potenza; dimostrazione di quanto la semplicità sia capace di lasciare segni più profondi e duraturi, specie nel nostro substrato collettivo, così da influenzare e/o modificare persino le proprie scelte culturali ed esistenziali.

La Sinfonia n. 5 in do minore Op. 67 fu composta da Ludwig van Beethoven fra il 1807 e l’inizio del 1808 (seppure i primi abbozzi risalgano al 1804), e venne eseguita per la prima volta il 22 dicembre 1808 al Theater an der Wien, in una serata musicale che non ebbe particolare successo, forse a causa del freddo e della lunghezza del programma. Si tratta del lavoro sinfonico di Beethoven che ebbe la gestazione più lunga e travagliata (si pensi che i primi abbozzi nacquero quando l’autore stava ancora lavorando alla Sinfonia n. 3, mentre la conclusione del lavoro si intrecciò poi con la composizione della Sinfonia n. 6).

Allegro con brio – Il primo movimento è forse la pagina più celebre e drammatica scritta dall’autore: inizia con il famoso motivo di quattro note (riportato qui sopra) che, secondo le parole dello stesso Beethoven, rappresenta “il destino che bussa alla porta“, popolarmente interpretato come l’inquietudine per la sua crescente sordità. Strutturalmente, si tratta di un movimento in forma-sonata, in cui il tema principale deriva integralmente da questo motivo iniziale.

Andante con moto – Il secondo movimento è un andante in La bemolle maggiore, che introduce un clima di distensione, anche se non mancano le reminiscenze ritmiche del motivo iniziale della sinfonia. Le parti più attive di questo movimento sono esposte in Do maggiore, dove protagonisti sono gli ottoni.

Allegro – Il terzo e quarto movimento della Sinfonia sono uniti fra loro senza praticamente soluzione di continuità, una scelta musicalmente piuttosto rara per l’epoca. Il tema principale del terzo movimento (che Beethoven, a differenza del solito, non lo intitola Scherzo), di nuovo in Do minore, viene esposto in fortissimo e riprende, variandolo, il motivo iniziale del primo movimento. Nella sezione centrale, in tonalità maggiore, violoncelli e contrabbassi suonano all’unisono in passaggi virtuosistici. A questa sezione segue la ripresa, in cui il tema iniziale è esposto questa volta piano, che sfocia in un ponte modulante che conduce direttamente al Finale.

Allegro Presto – Il quarto movimento, in Do maggiore, inizia con toni cupi e drammatici, suonati dai violoncelli e dai contrabbassi. Riprende poi il tema principale del primo movimento, nuovamente esposto in fortissimo dai corni e dai tromboni, perdendo poco a poco i suoi toni drammatici grazie alle sonorità più leggere degli oboi e trasformandosi in una rappresentazione della vittoria dell’ottimismo e della certezza morale sul destino, con un accelerarsi del ritmo, fino all’esplosione finale.


[1] Essere in armonia, in accordo; capire, comprendere, mettersi nei panni altrui.