“Claude Viver: Musica, Misticismo, Sesso e Morte” di Federico Bellini

Una storia misteriosa è quella che ancora oggi aleggia attorno ad uno dei musicisti più affascinanti del XX secolo, un compositore ignorato per diversi anni ma che sta avendo, specie in questi ultimi tempi, un rinnovato interesse di pubblico e critica. Claude Vivier (Montréal, 14 aprile 1948 – Parigi, 7 marzo 1983), canadese, figlio di ignoti, venne adottato all’età di due anni e mezzo nel 1950 da una famiglia di modeste condizioni economiche. Si racconta che durante l’infanzia fosse un bambino talmente taciturno che iniziò a parlare solo dall’età di sei anni. All’età di 13 anni decise di entrare in seminario ma ben presto si accorse che le sue vere passioni erano la Poesia e la Musica e, cinque anni più tardi, lasciò il noviziato per diventare un artista. Cresciuto in un contesto fortemente religioso si sentì subito attratto da questo ambiente, anche se l’ispirazione di diventare un compositore, avvenne in un momento di rivelazione mistica durante una messa di mezzanotte di una notte di Natale, anche se il desiderio di farsi sacerdote si infranse quando venne espulso dal seminario per “comportamento inappropriato”. Del resto, Vivier non aveva mai fatto mistero della sua sessualità e che ben presto cominciò a vivere apertamente, senza freni o inibizioni.

Divenne un uomo colto, cosmopolita, attratto da ogni sorta di cultura, in special modo orientale, ma restando sempre irrequieto, lasciandosi andare spesso a forti e travolgenti passioni, come quella per il cinema o i ragazzi giovani (essendo egli omosessuale), risultando a volte volgare a seconda dell’ambiente e delle circostanze, non per falsità meschina, ma per una capacità innata di adattamento e di apertura continua verso gli altri, che lo resero anche capace di manifestare un’educazione ed un’eleganza sopraffina. Per il fatto di non aver conosciuto i suoi genitori, Vivier si sentì libero di fantasticare sulla sua origine: “il non aver conosciuto i miei genitori mi ha permesso di creare un mondo magnifico, di sogno“, dichiarò nel 1983 poco tempo prima della sua morte, e ancora “ho plasmato la mia origine esattamente come avrei voluto“. E questo sicuramente lo spinse a vivere una vita intensa, segnata da una ricerca costante, una sete inappagata di nuove esperienze, culturali, musicali, umane, anche sessuali, assorbite nel suo in una dimensione incantatoria e sorprendente, tanto che se fosse sopravvissuto sarebbe ad oggi diventato un’icona della Musica Contemporanea, dal momento che seppur provenisse dal Canada, sembrava che in realtà appartenesse ad un altro pianeta e fosse capitato sulla Terra per chissà quale inspiegabile motivo…

Divenne allievo di Gilles Tremblay e poi in Europa di Karlheinz Stockhausen, anche se questi inizialmente sembra non lo apprezzasse molto, a causa del suo comportamento irriverente. Ben presto, però, sviluppò uno stile del tutto personale, originale, raffinato, influenzato non solo dalla “Musica Spettrale” di Tristan Murail e Gérard Grisey, ma anche per uno spiccato ed innato senso lirico. Le sue opere, inoltre, rivelano una notevole attenzione a certi elementi della Musica Asiatica, specie balinese, senza mai scadere nell’esotico, tutt’altro, riuscirà a riprenderne degli elementi per renderli dei tratti espressivi della sua arte compositiva, all’interno di un linguaggio che arrivò persino ad impressionare un grandissimo compositore come György Ligeti. Un viaggiatore di altri tempi e che aveva preso come modello Marco Polo, figura su cui voleva scrivere un’opera lirica, rimasta poi incompiuta. Infatti tra il 1976 e il 1977 fece un lungo viaggio in Oriente, visitando paesi come l’Iran, Bali, Java, il Giappone, conservando influssi, elementi tecnici musicali, nonché il principio di integrazione di Arte nella vita di tutti i giorni, tanto che arrivò ad affermare: “mi rendo conto che questo viaggio, palesemente, è in definitiva un viaggio dentro me stesso“, tanto che al suo ritorno compose opere eccezionali come Pulau Dewata (1977), Shiraz (1977) Paramirabo (1978), tutti lavori permeati da questa esperienza orientale, e Journal (1977), in cui affronterà i temi dell’infanzia, dell’amore e la morte.

Nel giugno del 1982, grazie ad una borsa assegnatagli dal governo canadese, si trasferì a Parigi, città ricca di stimoli di ogni tipo e dove iniziò a comporre un’opera basata sulla morte di Čajkovskij. Purtroppo sarà una delle sue passioni travolgenti a condurlo verso la conclusione tragica della sua vita, perché durante la notte dell’8 marzo 1983, all’età di 35 anni, il compositore venne accoltellato in modo orribile e brutale nel suo appartamento parigino da un giovane escort, incontrato quella sera in un bar. Sul tavolo da lavoro lasciò un’ultima opera incompiuta, il manoscritto della composizione “Glaubst du an der Unsterblichkeit die Seele?” per voci che cantano e recitano, accompagnate da un piccolo ensemble, sorta di monologo drammatico sull’immortalità dell’Anima, in cui Vivier, autore anche del testo, descrive in modo sconcertate delle ambigue premonizioni riguardo alla sua prematura morte. Infatti, in questo brano un narratore di nome Claude, racconta di un incontro nella metropolitana con un giovane misterioso ed attraente, i due scambiano qualche parola sino a quando il ragazzo estrae un pugnale da sotto la giacca e lo conficca nel cuore del protagonista; ed è proprio in quel punto che la composizione si interrompe…

Immediatamente, dopo la morte e la scoperta di questa opera così sconvolgente, alcuni amici, conoscendo Vivier, vollero intravedere in questa terribile coincidenza di Vita e di Arte, la chiave per comprendere la sua complessa personalità. Vivier era un uomo che viveva in modo pericoloso e, forse, con un latente desiderio di morte, ed essendosi ucciso nella sua ultima composizione, aveva a sé attirato anche nella realtà quotidiana, questa tragica, quanto terribile fatalità.