"Il Camposanto di Pisa e le sue opere" di Federico Bellini

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“[…] si è presi, si è colpiti, entrando nel Campo Santo, in altri tempi il Cimitero dei Pisani. Superbo e immenso chiostro, colmo di tombe e mausolei di marmo, diversi dei quali sono ammirevoli. Uno di questi è stato dedicato ad Algarotti dal sovrano di Prussia. Ovidii aemuloNewtonii DiscipuloFredericus Magnus. I nomi di Ovidio, di Algarotti, di Newton, di Federico, sopra una tomba! Il centro del chiostro è un giardino, il cui terreno è di quella terra santa che i Pisani portarono al tempo delle crociate per seppellirvi i loro morti. Dicono che questa terra abbia una proprietà sorprendente: divora un cadavere in un’ora. La mia mente tornerà più di una volta al Campo Santo. Tutti questi marmi, questi epitaffi, questo lungo chiostro, questo silenzio, questa solitudine, questa terra, questi grandi nomi, questi secoli! Come è il cuore è emozionato e tormentato da tutto questo!” (Charles Dupaty)

A Pisa si trova un luogo, più precisamente un monumento, aperto al pubblico dal lontano 1278: il Camposanto Monumentale. Conosciuto anche con le varianti di Campo Santo o Camposanto vecchio, è un cimitero storico monumentale di Pisa, che chiude il lato nord di Piazza del Duomo. La dizione più diffusa del nome è comunque Camposanto, affiancata ad aggettivi come Monumentale e/o Vecchio, la sua origine è tradizionalmente attribuita a l’arcivescovo Umbaldo Lanfranchi (… – 1207), che di ritorno dalla Terra Santa, ne riempì l’interno con della terra portata direttamente dal Monte Calvario di Gerusalemme. Il termine Campo Santo, inoltre, venne usato la prima volta in atti risalenti del 1287 mentre prima di allora ci si riferiva genericamente ad un Sepoltuarium, Mortuarium o Cimiterium che doveva essere costruito, abitualmente, a fianco del Duomo. Per certo sappiamo che almeno fino al 1406 il termine “Campo Santo” era sconosciuto fuori da Pisa e che fu mantenuto nella forma in due parole come nome proprio nella bibliografia specifica, fino a quasi tutto il secolo XIX, da qui, poi, si diffuse in tutta Italia.

«Il Campo Santo di Pisa: il solo camposanto che sia al Mondo, tutti gli altri son Cimiteri.» (Curzio Malaparte)

La costruzione venne iniziata nel 1277 da Giovanni di Simone, come ricorda l’iscrizione latina posta al lato del portale destro, anche se alcuni hanno avanzato il nome di Giovanni di Nicola. Secondo la tradizione, l’occasione fu data dall’arrivo di “Terra Santa” proveniente dal Golgota di Gerusalemme, portata dalle navi pisane di ritorno dalla Quarta Crociata (1203), grazie all’interesse dell’arcivescovo Umbaldo Lanfranchi, seppure tali leggende di fondazione sono diffuse anche per altri edifici analoghi in tutta Europa. Qualunque sia la verità, il luogo venne creato anche per raccogliere tutti quei sarcofagi e le varie sepolture che si erano sempre più affollate attorno alla Cattedrale. Il Comune della Città si adoperò fortemente affinché venissero trasferite in un luogo più idoneo, e seppure dal 1260 gli Operai del Duomo manifestarono un loro impegno in tal senso, fu però dal 19 giugno del 1277 che tramite l’arcivescovo Federico Visconti, si cedette alle pressioni e firmò l’atto di donazione del terreno per la costruzione di uno “spazio recintato ad uso cimitero“.

La costruzione subì alcuni ritardi dopo la crisi provocata dalla sconfitta pisana nella Battaglia della Meloria, avvenuta nel 1284, mentre nel Trecento si rimise di nuovo mano all’opera architettonica, ridefinendone completamente la struttura. Se nel 1358 le fondamenta del lato settentrionale non erano ancora state scavate, fu dal 1360 che si iniziò a decorare ad affresco le pareti con soggetti legati al tema della vita e della morte, la vita dei santi, del Cristo e la Cosmogonia Cristiana dell’epoca, ai quali lavorarono due tra i più grandi pittori allora viventi: Buonamico Buffalmacco, Francesco Traini, Giovanni Scorcialupi, Stefano da Firenze, Andrea Bonaiuti, Antonio Veneziano, Spinello Aretino, Taddeo Gaddi, Piero di Puccio, Benozzo Gozzoli, etc.

Nel Camposanto si iniziò a seppellire le maggiori personalità cittadine, come i rettori e più prestigiosi docenti dell’Università di Pisa, i governanti e le famiglie più importanti, spesso riutilizzando sarcofagi di epoca romana di grandissimo pregio, mentre al contempo, a partire dal XVI secolo, iniziò anche un processo di “musealizzazione” con l’apposizione di iscrizioni romane sulle pareti, insieme ad altre preziose testimonianze della storia cittadina. Si venne a formare un vero e proprio “Pantheon Pisano” che per vocazione divenne il primo museo naturale della città, tanto che dall’Ottocento vi furono raccolte anche opere d’arte provenienti dagli istituti religiosi soppressi per le riforme napoleoniche, impedendo il disperdersi del patrimonio cittadino altrove, oltre ad oggetti di natura artistica e archeologica. Sempre dall’Ottocento ci fu anche un picco della funzione cimiteriale, con numerosissimi sepolcri che iniziarono ad affollare i corridoi, da allora ribattezzati “gallerie“. Tra i personaggi più illustri lì sepolti menzioniamo: Beatrice di Lotaringia, Francesco Algarotti, Giovanni Battista Tempesti, Andrea Vaccà Berlinghieri, Ippolito Rosellini, Ottaviano Fabrizio Mossotti, Enrico Betti, Riccardo Felici, Ulisse Dini, Leonida Tonelli, Enzo Carli, Antonio Pacinotti, Angelo Battelli, Francesco della Faggiola, figlio del condottiero Uguccione, etc.

Questa commistione tra antico e moderno, tra celebrazione della storia e riflessioni sull’esistenza umana, fu alla base del fascino malinconico che esercitò sui viaggiatori durante l’epoca romantica, facendo del Camposanto uno dei monumenti più amati e visitati d’Italia, con personaggi che venivano da tutta Europa per ammirarlo e studiarlo. Risalgono a quel periodo i tanti disegni, schizzi, stampe o quadri che ne diffusero la bellezza nel Mondo, come celebre è anche l’episodio che vide come protagonista il grande compositore ungherese Franz Liszt. Nel 1839 insieme alla contessa Marie d’Agoult, all’epoca sua compagna e madre dei suoi tre figli, si fermò a Pisa dove tenne, quello che con tutta probabilità, fu anche il primo recital pianistico individuale della storia [di quell’evento è rimasto anche un cimelio eccezionale: il pianoforte, o fortepiano, sul quale Liszt suonò in quell’occasione]. Liszt subì talmente il fascino di quel luogo, della sua storia e della sua poesia, tanto da trovare ispirazione per alcune sue celebri composizioni come la Dante-Symphonie, la Fantasia quasi Sonata, e il Totentanz (la Danza della Morte), probabilmente ispirato dal Trionfo della Morte di Buffalmacco.

«Musicalmente, la trovata davvero geniale consiste nella creazione del secondo tema (perciò si tratta non di variazioni ma di parafrasi), secondo tema i cui tre primi suoni sono identici ai primi tre del primo tema: l’affinità e la novità si bilanciano in modo miracoloso e la struttura acquista insieme una coerenza ed una varietà che fanno del Totentanz una delle maggiori invenzioni formali della musica romantica […] Oggi le esecuzioni non sono infrequenti, ma in genere non si è ancora riconosciuta in tutta la sua portata la grandezza di questo capolavoro che nel panorama della musica per pianoforte e orchestra ha ben pochi paragoni» (Piero Rattalino, “Il concerto per pianoforte e orchestra”, Giunti Ricordi, Milano 1988)

Nel XX la popolarità del Camposanto venne appannata dal crescente interesse verso la Torre, ma soprattutto a causa dei terribili danni subiti durante la Seconda Guerra Mondiale. Il 27 luglio del 1944, una bomba proveniente da un raid aereo alleato provocò l’incendio e la fusione del tetto in piombo, provocando il serio danneggiamento degli affreschi , di molte sculture e sarcofaghi che andarono letteralmente in frantumi. Dal 1945 ad oggi sono in corso lavori incessanti di restauro, che fra l’altro hanno portato al recupero delle preziosissime sinopie oggi esposte nel Museo delle Sinopie, negli edifici del lato sud della piazza. La successiva rimozione delle sculture ottocentesche ne ha impoverito la sostanza, dettato dal ripristino del suo aspetto medievale, e solo in tempi recenti si è iniziato un restauro filologico di tutto l’apparato monumentale, ricostruendo gradualmente, per quanto possibile, l’aspetto stratificato del luogo. Ad oggi, seppure il Camposanto possa apparire al visitatore più trascurato rispetto agli altri monumenti, vi è comunque in atto una profonda opera di restauro degli affreschi parietali, quasi tutti ricollocati su lastre di fibrocemento fissate a telai di legno e ricollocati, o in progetto in esserlo, nella loro posizione originaria, oltre alla valorizzazione dell’enorme patrimonio lapidario dei pavimenti del portico, che spazia dal primo Medioevo ad oggi.


Struttura ed interno

Architettonicamente il Camposanto è composto da un alto muro di forma rettangolare, con il lato verso il Duomo e il Battistero più allungato. All’esterno è in semplice marmo bianco con 43 arcate cieche con testine umane sugli attacchi degli archi, e due porte sul lato meridionale. l’accesso principale è quello che dà sulla piazza, a est, ed è decorato da un ricco tabernacolo gotico sopra il portale di accesso, opera della seconda metà del XIV secolo, contenente statue della Vergine col Bambino e quattro santi di un seguace di Giovanni Pisano, e Angeli di Tino di Camaino. La semplicità della struttura esterna forma un’ideale quinta al complesso monumentale della piazza, particolarmente azzeccata perché poggia su un asse inclinato rispetto a quello Duomo-Battistero, facendo si che la piazza sembri più grande guardandola dalle estremità, per un gioco ottico di prospettiva; effetto particolarmente impressionante se si guarda dalla porta nelle mura medievali vicino al Battistero. L’interno, invece, somiglia ad un chiostro con arcate a sesto acuto decorate, sostenute da esili colonnine e arricchite da traforature plurilobate che furono completate nel 1464 in stile gotico fiorito.

Le tombe più importanti si trovano nel prato centrale, nella cosiddetta “Terra Santa” o contenuti in magnifici sarcofagi romani riutilizzati per le sepolture più prestigiose, mentre sotto le arcate trovano spazio le personalità meno di spicco, con semplici lastre tombali sul pavimento dei corridoi. [Con la risistemazione ottocentesca sono stati rimossi tutti i sarcofagi dalla zona centrale e posti al coperto, sotto le arcate, mentre nello spazio centrale si trovano solo alcuni capitelli compositi medievali, decorati da protomi umani e animali.] Il braccio orientale è rialzato di due gradini, poiché destinato ad essere una sorta di zona sacra e presbiteriale, dove erano collocati gli altari per le funzioni. Probabilmente si tratta del nucleo più antico oltre ad essere anche il più intenzionalmente abbellito dell’intero complesso.

E poi ci sono gli affreschi, il Ciclo di Affreschi del Trecento più grande al Mondo. Un’opera così immensa, variegata e per certi versi folle, fuori dal Tempo e della Spazio, da lasciare ancora oggi sbigottiti, nonostante i disastrosi danni subiti a causa della guerra e l’incuria. A partire dal braccio meridionale, quello affacciato sulla piazza, dove si incontrano le Storie di Giobbe di Taddeo Gaddi (1342 circa), con il Convito di Giobbe, il Patto di Satana con Dio, le Sventure e la Pazienza di Giobbe. Nel braccio occidentale, da sinistra si trovano le Storie di Ester e Assuero di Agostino Ghirlanda e Aurelio Lomi, della seconda metà del Cinquecento. Nel lato nord campeggia la grandiosa Cosmografia Teologica di Piero di Puccio (1389-1391), fatta di numerosi cerchi concentrici che alludono alla Terra, le Sfere Celesti, gli Elementi e i Pianeti, con agli angoli in basso si scorgono i Santi Agostino e Tommaso d’Aquino; dello stesso autore seguono le Storie di Adamo ed Eva, di Caino e Abele.

Con il Trionfo della Morte di Buonamico Buffalmacco (il cui restauro è terminato nel novembre 2015), il Giudizio Finale e Inferno e la Tebaide (1336 circa), opere che furono molto danneggiate ma di importanza capitale nel panorama trecentesco italiano (ricollocato nel 2018 nel braccio meridionale), si tocca l’apice della straordinaria visione dell’epoca. Seguono le pitture di Francesco di Traino (1330-1335) nel braccio orientale, oltre la Cappella Ammannati si incontrano le Storie di Noè e la Costruzione dell’Arca di Piero di Puccio (1389-1391), oltre la Cappella Aulla, si incontra la parete completamente affrescata da Benozzo Gozzoli con Storie del Vecchio Testamento, datate 1468-1483, con le scene: Vendemmia ed ebbrezza di Noè, Maledizione di Cam, Costruzione della Torre di Babele, Incendio di Sodoma, Storie di Isacco, Nozze di Isacco e Rebecca, Storie di Esaù e Giacobbe, Sogno e Nozze di Giacobbe, Incontro di Giacobbe ed Esaù e Ratto di Diana, Passaggio del Mar Rosso (frammentario), Mosè e le Tavole della Legge, Storia di Cora, Datan e Abiron (frammentario), oltre all’Annunciazione, all’Adorazione dei Magi e ad Apostoli e santi.

Sul lato orientale, a sinistra, le Storie di re Ozia e il Convito di Baldassarre di Zaccaria Rondinosi (1666), e a destra le opere più antiche, di Francesco di Traino (1330-1335), destinati a venire ricoverate nel Salone degli Affreschi al posto delle opere di Buffalmacco; presentano la Crocifissione, l’Ascensione, l’Incredulità di Tommaso e la Resurrezione. Infine, il tratto successivo del braccio meridionale, tra la porta antistante il Duomo e quella antistante del Battistero, vi si trovano affreschi dedicati alla commemorazione di san Ranieri, patrono della Città, e dei santi Efisio e Potito, le cui spoglie furono traslate a pisa verso il 1380-1389. A san Ranieri sono dedicate le sei scene di suoi miracoli: nel registro superiore di Andrea di Bonaiuto (1376-1377) Conversione, Partenza per la Terrasanta, Tentazioni e Miracoli, in quello inferiore di Antonio Veneziano (1384-1386), Ritorno a Pisa, Morte e funerali, Esposizione della salma e miracoli postumi. Le Sei Storie dei santi Efisio e Potito sono invece di Spinello Aretino e furono realizzate nel 1390-1391: nel registro superiore Presentazione di Efisio a Diocleziano, Conversione di Efisio e Battaglia, Martirio di Efisio, in quello inferiore Miracoli di san Potito, Martirio di san Potito e Traslazione dei corpi dei due santi a Pisa dalla Sardegna.

Conclude questo viaggio la presenza di tanti sarcofagi romani che i pisani riutilizzarono per seppellire i loro più illustri cittadini. L’usanza di reimpiegare i sarcofagi antichi per le personalità politiche e militari cittadine di spicco è testimoniato sin dai secoli XI-XIII e dal Trecento, queste sepolture, un tempo disposte nella piazza e lungo la cattedrale, vennero traslate e conservate nel Camposanto, ciò ne ha permesso la loro conservazione sino ai giorni nostri. Si sono calcolati tra i 28 e 31 sarcofagi romani riutilizzati, testimoniando il ruolo di Pisa nel momento e la sua massima fioritura, sia come potenza marittima, sia come erede della Roma antica. Altra caratteristica sono i vari monumenti funebri, tra cui spiccano la tomba del celebre chirurgo Andrea Vaccà Berlinghieri, creato dal noto scultore Bertel Thorvaldsen (1826 circa), il monumento sepolcrale del conte, scrittore e filosofo Francesco Algarotti (m. 1764) di Carlo Bianconi, Mauro Tesi e Giovanni Antonio Cibei, il Monumento della Gherardesca, realizzato da un seguace di Giovanni Pisano, il monumento ad Ottaviano Fabrizio Mossotti, con una statua di Urania di Giovanni Duprè, la tomba del pittore Giovan Battista Tempesti, realizzata da Tommaso Nasi, e molti altri. Ultima testimonianza degna di nota è anche la conservazione della Grande Catena del Porto Pisano, la quale dopo la sconfitta nella Battaglia della Meloria, fu spezzata in varie parti e portata a Genova, donata poi ai fiorentini, venne infine restituite di nuovo a Pisa nel 1848, mentre un’altra porzione fu restituita direttamente dai Genovesi nel 1860, dopo l’Unità d’Italia.