"Il Brahmastra, o il Fulmine di Ferro” di Federico Bellini

«Un solo proiettile, carico di tutta la potenza dell’Universo. Una colonna incandescente di fuoco e fumo, lucente come diecimila soli, si levò in tutto il suo splendore […] Era un’arma sconosciuta, un fulmine di ferro, un gigantesco messaggero di morte, che ridusse in cenere l’intera razza dei Vrishnis e degli Andrakas […] I cadaveri erano così bruciati da essere irriconoscibili. I loro capelli e le loro unghie caddero, il vasellame si ruppe senza causa apparente, e gli uccelli divennero bianchi. Nel giro di poche ore, tutti i cibi erano diventati infetti […] per sfuggire a questo fuoco, i soldati si gettarono nei fiumi, per lavarsi e lavare i loro equipaggiamenti […] Quella potente arma portò via masse di guerrieri, cavalli, elefanti e carri, come fossero foglie secche degli alberi […] Grandi nuvole che si aprono l’una sopra l’altra come una serie di giganteschi parasoli […] L’arma misurava tre cubiti e sei piedi […] era rovinosa per tutte le creature viventi […] le due armi si scontrarono in cielo. Allora la Terra, con tutte le sue montagne, i mari e gli alberi prese a tremare, e tutte le creature viventi furono riscaldate dall’energia delle armi e gravemente danneggiate, i cieli avvamparono e i dieci punti dell’orizzonte si riempirono di fumo […]»

Questi sono solo alcuni passaggi estratti dal Mahabharata (IV secolo a.C. – IV secolo d.C.), uno dei tanti antichi testi sacri dell’India, il quale non ha bisogno di ulteriori spiegazioni nei riguardi di scritti talmente eloquenti, specie quando si descrivono luci simili a dei fari, o a veicoli che viaggiavano in quantità innumerevole fuori dal nostro Sistema Solare (oltre a precisare che le Stelle, viste dalla Terra, sono simili a dei lumini per l’immensa distanza, quando in realtà si trattano di veri e propri Corpi Celesti). Conoscenze inusitate e complesse per delle popolazioni che, secondo la Scienza Ufficiale, erano uscite fuori da poco tempo dal loro utero primitivo, eppure sempre questi popoli, nei loro testi sacri, ci raccontarono episodi terrificanti come “Guerre Nucleari”, descrissero “Armi Micidiali” (in parte riscoperte dall’uomo moderno solo nel XX secolo), o di veicoli incredibili che solcavano i cieli, con tanto di Teorie simili a quella della Relatività, la Fusione dell’Atomo, la combinazione delle diverse leghe metalliche con conoscenze metallurgiche, scientifiche o persino mediche all’avanguardia; tutte conoscenze contenute in testi come il Mahabharata, il Samarangana Sutradara, il Ramayana, la Mahavira Chiarita, etc.

Quando uno dei principali traduttori di tali testi, P. Chandra Roy, terminò il suo lavoro sul Mahabharata e scrisse, nel 1884, la prefazione, rivelò che: “in questo libro vi sono molte cose che appariranno ridicole al lettore tipicamente inglese.” E in effetti, la descrizione di aeronavi spaziali (i Vimana) con tanto di propellente utilizzato (il Mercurio Rosso), di armi paralizzanti (Mohanastra), di cannoni cilindrici (Agneyastras), di carri celesti a due piani, di razzi, proiettili di vario tipo, esplosivi potentissimi, etc., forse dovettero sembrare un po’ insoliti ai lettori della seconda metà dell’800 in Europa, un’epoca dove ancora doveva arrivare il periodo in cui, molti decenni più tardi, si sarebbero inventati l’aeroplano, i gas nervini, i razzi o la Bomba Atomica. Eppure, in un’epoca per noi lontanissima, e in una regione del pianeta ben specifica, queste conoscenze erano di uso comune. A cominciare dal Brahmastra, e le sue varianti, il Brahmashirsha astra e il Brahmanda astra, considerate armi soprannaturali ed utilizzate nella guerra descritta nel Mahabharata, attribuite e create direttamente dal dio Brahma.

Un’arma che, secondo gli antichi scritti sanscriti, doveva essere “invocata da una frase, o chiave, conferita al responsabile di tale azione”, e che avrebbe dovuto metterla in opera mediante un’immensa concentrazione mentale. Un’arma che, al momento dell’esplosione, formava una palla di fuoco in grado di manifestare tutto il potere dell’Universo, distruggere ogni cosa, ridurre le piogge, creare la siccità, dissolvere qualsiasi forma di vita, proprio come le moderne armi nucleari. E a quanti possano essere scettici nel credere che nel nostro passato siano state utilizzate simili armi, a suffragio di tali resoconti ed ipotesi, arrivano le prove disseminate in varie parti del globo, compreso ovviamente il subcontinente indiano. In alcune regioni dell’Asia sono riscontrabili quelle che potremmo definire “cicatrici atomiche”, conformazioni venutesi a creare millenni prima dell’avvento della nostra era nucleare, e zone come la Siberia, l’Iraq, la penisola del Sinai e anche l’India, così come altre regioni tra i quali il Colorado (USA), sono dei veri e propri rebus dal punto di vista scientifico. Nel 1947 in Iraq, durante alcuni scavi che portarono alla luce antiche tracce di un insediamento umano, che andava dai resti della civiltà babilonese ed assira, ad altri più remoti risalenti ad un periodo compreso tra il 16-6000 a.C., venne riportato alla luce un vero e proprio piano di cristallo fuso, simile a quello che venne a formarsi nel deserto del New Mexico, dopo l’esplosione del primo ordigno nucleare.

Ma uno strato di ceneri, pesanti e radioattive, copre persino un’area di una decina di chilometri quadrati nel Rajasthan, India, circa 18 km a ovest di Jodhpur, i livelli di radiazioni sono così elevati che il governo indiano ha persino isolato la regione; tale esplosione si pensa sia avvenuta in un periodo compreso tra i 12-8000 anni fa. Eppure, la Civiltà della Valle dell’Indo o di Harappa (c. 3000-1500 a.C.) apparve più recentemente rispetto al suddetto episodio, e si estese geograficamente specie lungo il fiume Indo nel subcontinente indiano, ma anche lungo il Sarasvati, un fiume dell’India ormai prosciugato. Celebri sono i ritrovamenti negli scavi, sia ad Harappa che a Mohenjo-Daro, di svariati scheletri sparsi per la città: molti di essi furono rinvenuti in posizioni insolite (sdraiati, insepolti, etc.). Anche altre città nel nord dell’India presentano simili condizioni: un sito collocato tra il Gange e le montagne Rajmahal fu sottoposto ad un calore intenso, immense masse di mura e le fondamenta della città antica furono fuse in blocchi compatti, completamente vetrificati, così come similmente altri se ne trovano non solo in India, ma persino in Irlanda, Scozia, Francia, Turchia, etc, e dal momento che scientificamente non esistono spiegazioni alternative a quella dell’esplosione atomica, al momento resta la teoria più valida da perseguire. Un ulteriore “segno” curioso di un’antica guerra nucleare in India è persino data da un gigantesco cratere a 400 chilometri nord-est di Mumbay, il Cratere Lonar. Quasi circolare, misura 2.154 metri di diametro, datato almeno 50.000 anni, non presenta alcuna traccia di materiale meteorico, ma dato che il sito si poggia sul basalto, i ricercatori sostengono che furono necessarie pressioni di almeno 600.000 atmosfere per poterlo formare…

Eppure, è interessante constatare come il capo del Progetto Manhattan, lo scienziato Dott. J. Robert Oppenheimer, era noto per avere familiarità con la letteratura del sanscrito antico. In un’intervista condotta dopo aver guardato il primo test atomico, citò nientemeno che un passo della Bhagavad Gita, “Ora sono diventato Morte, il Distruttore dei Mondi”, e quando dopo sette anni gli fu chiesto se quella di Alamogordo fosse stata la prima Bomba Atomica esplosa, lui sibillino rispose: “Beh, sì, nella storia moderna…” Fu così che il “solo proiettile, carico di tutta la potenza dell’Universo, una colonna incandescente di fuoco e fumo, lucente come diecimila soli”, si manifestò lunedì 6 agosto 1945, appena otto secondi dopo le 8:16. Un Nuovo Sole sorse ad Hiroshima in Giappone, e quel Sole si chiamava “Little Boy”, la prima Bomba Atomica della storia ad essere usata in una guerra (almeno in epoca moderna). Nemmeno tre giorni dopo, un’analoga sorte toccò anche a Nagasaki, dove ad esplodere fu “Fat Mane”, un ordigno più potente di 25 chilotoni, rispetto ai 18 impiegati nella bomba precedente. Nell’immediatezza dei due attacchi morirono circa 130.000 persone, per la maggior parte ad Hiroshima, 70/80.000, rispetto ai 22/75.000 stimati a Nagasaki, inferiori non solo perché la città si era già svuotata durante la guerra, ma perché la bomba esplose qualche km più lontano dal luogo prescelto per un errore fortuito dei piloti.

La maggior parte delle vittime furono vaporizzate all’istante dal calore sviluppato dagli ordigni, il primo all’uranio e il secondo al plutonio, ma negli anni che seguirono, le conseguenze furono ancor più devastanti delle stesse esplosioni nucleari, portando il bilancio ad oltre 200.000 morti. L’avvicinarsi dei velivoli americani nello spazio aereo giapponese non fu subito rilevato dai radar, ma poco prima del lancio della bomba, e l’esplosione fu talmente improvvisa ed inaspettata che non ebbero nemmeno il tempo di rendersi conto di quanto stava accadendo. A 580 metri dal suolo la bomba esplose e la deflagrazione fu così violenta da provocare istantaneamente la morte di 80.000 persone. Il 90% della città venne rasa al suolo in pochi minuti, mentre le fiamme finirono di divorare in breve tempo la maggior parte degli edifici rimasti ancora in piedi. Al quartier generale di Tokyo non compresero subito quanto era accaduto, anche se si accorsero nell’immediato che una città era praticamente scomparsa nel nulla. La linea telegrafica centrale era saltata e non vi era possibilità di raggiungere Hiroshima in nessun modo, pertanto, un ufficiale di volo fu mandato ad effettuare un sopralluogo tramite una ricognizione aerea, e a circa 160 km dalla città, l’ufficiale ed il suo copilota, notarono con stupore i resti che la Bomba Atomica aveva lasciato: un triste e desolante paesaggio pieno di morte e distruzione.

Appena informata la capitale, furono organizzati i soccorsi, ma le persone sopravvissute (circa il 20% della popolazione) morirono successivamente per l’avvelenamento a causa delle radiazioni e per le necrosi (i superstiti furono soprannominati “hibakusha”, termine nipponico che significa “persona esposta alla bomba”). Il Giappone però non si piegò, e dopo che l’Unione Sovietica dichiarò loro guerra, l’America pianificò il secondo attacco che venne effettuato il 9 agosto del 1945 contro la città di Nagasaki. A seguito di questo secondo attacco il Giappone si arrese dopo pochi giorni, precisamente il 15 agosto, segnando di fatto la fine del secondo conflitto mondiale; tre mesi prima si era conclusa la guerra sul fronte europeo con la caduta del regime nazista, e nei nuovi equilibri internazionali, lo scenario politico che venne a crearsi fu quello di evitare ulteriori mesi di guerra, specie a seguito di un’invasione terrestre del Giappone. Nel frattempo, però, gli americani con l’aiuto del Canada e del Regno Unito stavano mettendo a punto delle nuove armi, le bombe atomiche, anche tramite il già menzionato Progetto Manhattan, finalizzato alla costruzione di tali ordigni, con l’intento di produrne a sufficienza e per utilizzarle come deterrente contro le Potenze dell’Asse.

Ma che cos’è una Bomba Atomica? La “Bomba A”, così definita nella terminologia originaria, è il nome comune di una bomba a fissione nucleare, un ordigno esplosivo di inusitata violenza, la cui energia è prodotta dalla reazione a catena di fissione nucleare. Avviene, quindi, un processo di divisione del nucleo atomico di un elemento pesante in due o più frammenti, che può avvenire a cascata in alcuni isotopi rari; nella Bomba Atomica, tale processo avviene in modo ‘incontrollato’, liberando un’enorme quantità di energia in un tempo ristretto. Il fondamento teorico è il principio di equivalenza Massa-Energia previsto nella Teoria della Relatività Ristretta di Albert Einstein. Questa equivalenza generica suggerisce in linea di principio la possibilità di trasformare la Materia in Energia o viceversa, e seppure Einstein non vide delle applicazioni pratiche di questa scoperta, intuì però che tale principio poteva spiegare il fenomeno della radioattività, ovvero che certi elementi emettono un’energia spontanea. Fu nel momento in cui si capii che il “decadimento” dei nuclei provoca un rilascio di energia, che arrivò l’idea che una reazione nucleare si potesse anche produrre artificialmente e in misura massiccia, sotto forma, ovviamente, di una reazione a catena, specie dalla seconda metà degli anni Trenta a seguito della scoperta del neutrone.

Alcune delle principali ricerche furono condotte in Italia da Enrico Fermi e da un gruppo di scienziati europei, rifugiatisi poi negli Stati Uniti d’America, tra cui oltre lo stesso Fermi anche Leo Szilard, Edward Teller ed Eugene Wigner. In base ai loro studi teorici, persuasero Albert Einstein a scrivere una lettera al presidente USA, Roosevelt, per metterlo al corrente che c’era la possibilità ipotetica di costruire una bomba utilizzando il principio della fissione, con il timore che il governo tedesco avesse già disposto delle ricerche in materia; fu così che il governo americano cominciò ad interessarsene. Nel giugno del 1942, un gruppo di ricerca in base ai calcoli fatti in una sessione estiva di Fisica all’Università della California, giunse alla conclusione che fosse teoricamente possibile costruirne una, seppur avrebbe richiesto ingenti quantità di denaro realizzarla. Ma i soldi arrivarono, perché la prima Bomba Atomica fu creata con un progetto segretissimo, sviluppato dal governo americano, assumendo dimensioni industriali nel 1942 grazie al celebre “Progetto Manhattan”, dove vennero impiegati ben due miliardi di dollari (per l’epoca una cifra smisurata), per costruire giganteschi impianti necessari a produrre materiale per l’assemblaggio della nuova arma.

Fu così che il 16 luglio del 1945, nel poligono di Alamogordo in Nuovo Messico, venne fatta esplodere la prima Bomba al Plutonio (“The Gadget”), in quello che passò alla storia come il “Trinity Test”, seguito nemmeno un mese dopo dallo scoppio delle due bombe su Hiroshima e Nagasaki. I Sovietici non aspettarono oltre, sperimentando il 29 agosto del 1949 la loro prima bomba, ponendo fine al monopolio americano, ma ben presto si aggiunsero anche gli esperimenti condotti dalla Gran Bretagna, la Francia, la Repubblica Popolare Cinese, Israele e il Sudafrica tra il 1952 e il 1979; nel 1974 fu la volta dell’India, del Pakistan nel 1998, la Corea del Nord nel 2006. Si pensa che ad oggi siano stati condotti circa 2.044 test, 711 dei quali nell’atmosfera o in aree marine per una potenza complessiva di 438 megatoni, ossia l’equivalente di circa 35.000 bombe di Hiroshima; queste esplosioni, inoltre, hanno portato alla dispersione nell’ambiente di circa 3.800 chilogrammi di plutonio e di circa 4.200 chilogrammi di uranio. Si stima che dal 1945 ad oggi siano stati costruiti un numero imprecisato di decine di migliaia di ordigni nucleari…