“L’insensato Massacro di Nanchino” di Federico Bellini

[Nell’immagine una scena tratta dal filmCity of Life and Death“]

Il Giappone non è estraneo ad una visione feroce e raffinata della condizione umana. La moderna cultura nipponica, da decenni è intrisa di eccessi, contraddizioni, ma anche di violenza gratuita, sessualità estrema, pur sempre all’interno di un contesto ovattato, poetico, silenzioso. Il Male serpeggia silente dentro questa società, la cultura ne è intrisa, eppure è apparente, effimero, se non addirittura illusorio, ma reale quanto il sangue che scorre dalle ferite inferte da una katana. Sia nel passato medievale e feudale, sia in quello classico che moderno e post-moderno, il Giappone ha dovuto fare i conti con i propri Demoni, Demoni che durante la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio, sono emersi in tutta la loro ferocia, e che, in anni a noi più recenti, sono diventati appannaggio della Cultura, dell’Arte, del Cinema o del florido settore del fumetto o degli Anime, famosi ed esportati in tutto il Mondo. Ed è in questo contesto che si inserisce il tristemente e poco noto, specie in occidente, “Massacro di Nanchino“, un insieme di crimini di guerra perpetrati dall’esercito giapponese, all’inizio della Seconda Guerra Sino-Giapponese, contro gli abitanti dell’omonima città. La città, in quel periodo capitale della Repubblica di Cina, era caduta sotto il dominio giapponese il 13 dicembre 1937, e la durata del massacro che seguì a tale invasione, durò almeno per sei settimane successive, fino all’inizio del febbraio 1938. Durante l’occupazione, i giapponesi si comportarono con una tale brutalità che alcuni osservatori occidentali tedeschi, arrivarono a definirla “una macchina bestiale”.

Le truppe nipponiche commisero atrocità inimmaginabili, come: stupri, saccheggi, incendi, l’uccisione di prigionieri di guerra e di civili. E nonostante le uccisioni fossero iniziate con la giustificazione di eliminare i soldati cinesi, che si erano infiltrati nella popolazione per non farsi riconoscere, si ritiene che un gran numero di innocenti siano stati deliberatamente identificati come combattenti, e quindi nemici, per poi venire immediatamente giustiziati nel mentre il massacro cominciava a prendere forma. Si stimano ad oggi almeno 300.000 vittime accertate, di cui decine di migliaia furono bambini, mentre altre fonti, tra cui il Governo degli Stati Uniti, hanno portato il totale delle vittime a 500.000, considerando anche quanto successe nei dintorni della città prima della sua definitiva resa. Comunque sia, la maggioranza degli studiosi ritiene che tali cifre non siano esagerate, dal momento che moltissimi corpi furono distrutti con il fuoco, mentre tantissimi vennero gettati nel Fiume Azzurro. Durante l’agosto del 1937 l’esercito imperiale giapponese incontrò la forte resistenza dell’armata del Kuomintang (Partito Nazionalista Cinese) nel corso della battaglia di Shanghai. Lo scontro provocò numerose vittime in entrambi gli schieramenti, tanto che indusse l’imperatore Hirohito a ratificare personalmente la scelta di non far rispettare al proprio esercito, i vincoli imposti dalle convenzioni internazionali per il trattamento dei prigionieri cinesi.

«Testa a testa nella “Gara per Uccidere 100 Persone con la Spada”, 89 a 78 nella competizione tra i sottotenenti Mukai e Noda!» (5 dicembre, resoconto da Jurong dei corrispondenti Asami e Mitsumoto).

Fu così che nella strada che separa Shangai da Nanchino, i soldati giapponesi si resero responsabili di numerose atrocità, facendo intuire come il successivo “Massacro di Nanchino” non fosse un incidente isolato, ma che era stato sistematicamente progettato. Uno degli episodi più incredibili fu la “Gara ad Uccidere 100 persone con la Spada” in cui si sfidarono due ufficiali dell’esercito giapponese, una gara che veniva regolarmente riportata su alcuni quotidiani.

«I sottotenenti Mukai e Noda del reggimento [del maggiore] Katagiri – i due giovani ufficiali con l’obbiettivo di raggiungere Nanchino in una competizione per uccidere 100 persone con la spada – hanno combattuto accanitamente in prima linea, anche dopo essere entrati nella città di Jurong. Poco dopo essere entrati nella città, il risultato era: sottotenente Mukai – 89, sottotenente Noda – 78. Una gara davvero testa a testa.» (Tokyo Nichi-Nichi Shimbun, 6 dicembre 1937).

Mentre i giapponesi si avvicinavano a Nanchino, la popolazione rurale si riversò in massa in città, fu così che i cinesi decisero di attuare la strategia della terra bruciata, distruggendo qualsiasi cosa potesse risultare utile agli invasori. Sia dentro che fuori Nanchino vennero ridotti in cenere obiettivi sensibili, quali caserme, abitazioni private, il Ministero dell’Informazione, boschi, persino interi villaggi, provocando danni incalcolabili; nel mentre, in Giappone, l’imperatore nominò suo zio, Yasuhiko Asaka, responsabile dell’esercito d’invasione, avendo così un interlocutore diretto su quanto stava accadendo sul suolo cinese. All’epoca, a Nanchino, vivevano molti occidentali che si occupavano di commercio e impegni missionari, e quando l’esercito giapponese iniziò a bombardare la città, quasi tutti sfollarono o rientrarono nei paesi di origine. Solo alcuni rimasero, tra cui il funzionario della Siemens John Rabe, che restò creando il “Comitato Internazionale per la zona di sicurezza di Nanchino“. Eletto capo del Comitato, nonché membro del Partito Nazionalsocialista Tedesco, grazie al Patto bilaterale Anticomintern nippo-tedesco, in qualche modo riuscì ad istituire un’area di protezione nel quartiere occidentale della città. I giapponesi acconsentirono a non attaccare le parti della città dove non si trovava l’esercito cinese, e fu così che i membri del Comitato riuscirono a convincere il governo cinese a spostare tutte le truppe al di fuori di quella zona. Si stima che in questo modo, Rabe, abbia salvato da 200.000 a 250.000 persone. Il 7 dicembre, il comando giapponese trasmise un dispaccio alle truppe, avvisando che l’occupazione di una capitale nemica era un avvenimento senza precedenti, ed i soldati che “avessero commesso qualsiasi atto illegale“, “avessero disonorato l’esercito giapponese“, e “si fossero dati al saccheggio” o addirittura “avessero permesso ad un incendio di svilupparsi anche per semplice trascuratezza“, sarebbero stati puniti severamente. Fu tutta una farsa…

«L’esercito giapponese, forte di un milione di uomini, ha già conquistato Changshu. Abbiamo circondato la città di Nanchino. L’esercito giapponese non avrà alcuna pietà per chi opporrà resistenza, trattandolo con estrema severità, ma non farà alcun male né ai civili innocenti né al personale militare cinese che si comporterà in maniera non ostile. Il nostro più sincero desiderio è conservare ogni singola cultura dell’Estremo Oriente. Se le vostre truppe continueranno a combattere la guerra a Nanchino, sarà inevitabile che la vostra cultura millenaria sia ridotta in cenere e che il governo al potere nell’ultimo decennio svanisca nell’aria. Questo comandante in capo dà queste disposizioni alle vostre truppe nell’interesse dell’esercito giapponese. Aprite le porte di Nanchino in maniera pacifica e obbedite alle istruzioni che seguiranno

I giapponesi attesero inutilmente una risposta, poi, il giorno seguente, dopo che non ci fu alcunché, il generale Iwane Matsui diede l’ordine di prendere la città con la forza. Il 12 dicembre, dopo due giorni di intensi attacchi, sotto il fuoco dell’artiglieria pesante e di bombardamenti aerei, il generale cinese Tang Shengzhi ordinò ai propri uomini di ritirarsi. Tra le drammatiche scene che seguirono, vi furono soldati cinesi che rubarono i vestiti ai civili nel disperato tentativo di mimetizzarsi, altri furono fucilati alla schiena dai loro stessi commilitoni mentre cercavano di fuggire. Quelli che alla fine riuscirono ad uscire dalle mura della città, fuggirono in direzione del Fiume Azzurro, e dove scoprirono disperati che non c’erano più imbarcazioni con cui scappare; in molti si tuffarono nelle acque gelide ed affogarono. Il 13 dicembre i giapponesi entrarono, infine, all’interno delle mura di Nanchino. Testimonianze dirette confermarono che, nel corso delle sei settimane che seguirono la caduta della città, le truppe giapponesi si macchiarono dei più orrendi crimini, tra cui: stupri, omicidi, furti, incendi. Solamente alcuni stranieri rimasti ad aiutare i civili cinesi, poterono testimoniare tali atrocità, tra cui John Rabe e Minnie Vautrin ed altri, come anche alcuni occidentali e giapponesi, oltre ai diari di campo di membri del personale militare. Coraggioso fu il lavoro del missionario statunitense John Magee, che riuscì a girare un documentario in 16 mm e scattare delle fotografie del massacro.

«È una storia orribile da raccontarsi; non so come iniziare né come finire. Non avevo mai sentito o letto di una tale brutalità. Stupri: stimiamo che ce ne siano almeno 1.000 per notte e molti altri durante il giorno. In caso di resistenza o qualsiasi segno di disapprovazione arriva un colpo di baionetta o una pallottola.» (James McCallum, lettera alla famiglia, 19 dicembre 1937)

Dal Tribunale Militare Internazionale per l’Estremo Oriente fu calcolato che vennero stuprate oltre 20.000 donne, tra le quali anche bambine ed anziane. Gli stupri durante il giorno avvenivano sovente in pubblico, talvolta di fronte ai mariti o ai componenti della famiglia, che venivano costretti a guardare, per poi venire immediatamente uccisi poco dopo. La maggioranza di tali azioni furono frutto di un’organizzazione sistematica e studiata, con i soldati che cercavano le ragazze di casa in casa, le catturavano e le portavano nude dai compagni, sottoponendole a stupri di gruppo. Le donne, venivano spesso uccise subito dopo lo stupro, infliggendo loro mutilazioni orribili: venivano recisi i seni, infilate canne di bambù, baionette, coltelli da macellaio o altri oggetti nella vagina per poi essere sventrate…

«Probabilmente non c’è crimine che non sia stato commesso in questa città oggi. Trenta ragazze sono state catturate nella scuola di lingue la scorsa notte, e oggi ho sentito storie strappacuore di ragazze rapite dalle loro case: una di esse non aveva più di dodici anni. Oggi è passato un camion su cui c’erano 8 o 10 ragazze nude che ci hanno gridato “Jiu ming! Jiu ming!” (salvateci la vita!).» (Dal diario di Minnie Vautrin, 16 dicembre 1937)

Alcune furono avviate anche alla prostituzione nei bordelli militari giapponesi, mentre secondo altre fonti le truppe giapponesi costrinsero intere famiglie a compiere atti incestuosi, obbligando i figli a stuprare le madri e i padri le figlie, uccidendoli poi tutti. Nemmeno le bambine venivano risparmiate, perché una volta denudate e picchiate, erano stuprate in gruppo dai soldati. I cadaveri dei bambini erano spesso gettati nelle strade senza alcuna sepoltura.

«(I soldati giapponesi) hanno trafitto a colpi di baionetta un ragazzetto, uccidendolo, e io questa mattina ho passato un’ora e mezza ricucendo un altro bambino di otto anni che aveva cinque ferite da baionetta, una delle quali aveva raggiunto lo stomaco, che gli fuoriusciva dall’addome. Penso che sopravvivrà.» (Robert Wilson, lettera alla famiglia, 18 dicembre 1937)

I monaci che per scelta personale e religiosa avevano fatto voto di castità, secondo alcuni testimoni, furono costretti a stuprare delle donne.

«Il massacro di civili è terrificante. Potrei proseguire per intere pagine raccontando casi di stupro e brutalità al limite del credibile. Due uomini trafitti da colpi di baionetta, sono i soli sopravvissuti di un gruppo di sette spazzini che erano seduti nei loro uffici, quando i giapponesi fecero irruzione senza preavviso e senza motivo, uccidendone cinque e lasciando quei due, feriti, a trascinarsi poi verso l’ospedale.» (Robert Wilson, lettera alla famiglia, 15 dicembre 1937)

Ovviamente, poco dopo la caduta di Nanchino, le truppe giapponesi si misero alla ricerca degli ex soldati cinesi, catturando migliaia di giovani. Molti di questi vennero condotti sulle rive del Fiume Azzurro e falciati con violente raffiche di mitragliatrice, in modo che i corpi cadessero nelle acque gelide del fiume. Radunarono anche 1300 soldati e civili, tra cui donne e bambini, nei pressi di Taiping e li uccisero tutti facendoli saltare in aria con delle mine, per poi cospargere i loro corpi di benzina e dar loro fuoco; i pochi rimasti ancora in vita venivano poi finiti a colpi di baionetta.

«Non solo hanno ucciso ogni prigioniero che sono riusciti a trovare, ma anche un gran numero di cittadini di tutte le età… Proprio l’altro ieri abbiamo visto un povero infelice assassinato di fianco alla casa in cui viviamo.» (John Magee, lettera alla moglie, 18 dicembre 1937)

I giapponesi, dalla fantasia macabra e inesauribile, sottoposero, inoltre, i passanti che si trovavano per la strada ad esecuzioni sommarie, generalmente con il pretesto che avrebbero potuto essere soldati travestiti da civili. A migliaia furono portati via e uccisi dopo essere stati condotti in quello che fu chiamato “il fosso dei diecimila cadaveri”, una specie di trincea lunga circa 300 metri e larga 5. In assenza di stime ufficiali, si pensa che il numero dei sepolti nella fossa possa variare tra i 4.000 e i 20.000 individui. I soldati tagliavano i seni alle donne, le impalavano con le baionette, sventravano le giovani, o se le vittime erano incinta, strappavano loro il feto dal ventre. Altre furono prima brutalmente violentate e poi uccise, mentre i bambini venivano lanciati in aria e trafitti al volo con le baionette. E man mano che questo terrificante scempio proseguiva, i giapponesi cominciarono a rapire le giovani donne e i bambini per rinchiuderli in edifici da loro controllati. Qui, ogni mattina all’alba, le ragazze venivano legate nude fuori dagli edifici per tutto il giorno, così che ogni soldato che passava potesse violentarle; poi, quando erano stremate venivano uccise, impalate o mutilate orribilmente. I bambini venivano tenuti prigionieri e nudi nelle celle, senza cibo ed acqua, ognuno di loro veniva ripetutamente stuprato e picchiato, ad alcuni venivano mutilati i genitali, e se non morivano di stenti, venivano squartati lasciando i loro corpi per le strade, per giorni, seppellendoli solo quando ormai erano in putrefazione.

«Ieri, fuori dall’edificio dove di solito legano le ragazze, ne era rimasta solo una, viva. La ragazza aveva vent’anni circa, era nuda e tremava di terrore e di freddo. Si avvicinò un soldato giapponese deciso a violentarla, lei tentò di difendersi ma non poteva nulla contro di lui e fu violentata brutalmente per più di un’ora. Poi il soldato prese una lunga canna di bambù, gliela infilò nella vagina e la uccise così. Il cadavere della sfortunata ragazza fu portato via alcune ore dopo. Una settimana fa due bambini hanno tentato di fuggire, uno aveva circa otto anni, l’altro non più di sei. Sono riusciti a uscire dall’edificio, ma i giapponesi li hanno inseguiti. Hanno preso subito il più piccolo, l’hanno spogliato e stuprato violentemente; poi l’hanno colpito col calcio del fucile in testa, uccidendolo, e il bimbo è rimasto in terra coi capelli pieni di sangue. L’altro bambino è riuscito a fuggire per un po’, correva completamente nudo per i vicoli. Ma infine l’hanno preso e l’hanno trafitto in pieno stomaco con una baionetta, e il povero ragazzetto si è accasciato al suolo, mentre i suoi intestini si spargevano ovunque, lì intorno. Il corpo di quel bambino nudo fu lasciato sulla strada per giorni, dove il freddo gli impedì di decomporsi, finché non puzzò così tanto che i soldati permisero ai seppellitori di portarlo via.» (Testimone)

Circa un terzo della città venne distrutto con il fuoco. I giapponesi incendiavano i palazzi governativi di nuova costruzione e le abitazioni civili, venne ampiamente devastata anche la zona esterna delle antiche mura, tutto questo non prima di aver saccheggiato le abitazioni, sia quelle ricche che povere. Non venne risparmiato nessuno…