"Mao Zedong, ovvero il Grande Assassino" di Federico Bellini

[Nell’immagine Mao di Andy Warhol. 1973]

Secondo alcuni studiosi, le vittime del Comunismo in tutto il Mondo, sarebbero state 100 milioni dal 1917 ad oggi, di cui: 65 milioni in Cina, 20 milioni in Unione Sovietica, un milione in Vietnam, 2 milioni in Corea del Nord, 2 milioni in Cambogia, un milione nell’Europa dell’Est, 150 mila in America Latina, un milione e 700 mila in Africa, un milione e 500 mila in Afghanistan e circa 10 mila causati dal Movimento Comunista Internazionale e vari partiti comunisti non al potere…

«La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è nemmeno un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra.» (Mao Zedong, Libretto Rosso[1])

Mao Zedong o Mao Tse-tung (1893-1976) è stato un rivoluzionario, politico, filosofo e statista cinese, nonché portavoce del Partito Comunista Cinese, dal 1943 fino alla morte. Sotto la sua guida il partito salì al governo cinese a seguito della vittoria nella guerra civile e poi della conseguente fondazione della Repubblica Popolare Cinese, di cui dal 1949 fu presidente. Durante la guida della Cina, sviluppò una sorta di sincretismo del marxismo-leninismo “sinizzato”, noto come maoismo, collettivizzando l’agricoltura e avviando il cosiddetto “Grande Balzo in Avanti”.

Fu inoltre promotore di un’alleanza, ma che in seguito interruppe negli anni Cinquanta con l’Unione Sovietica, e lanciò la “Grande Rivoluzione Culturale”. Dette poi l’avvio per creare una Cina unificata e libera dalle dominazioni straniere, ed intervenne in Corea, invase il Tibet, causò il conflitto sino-indiano del 1962, istituì l’uso sistematico della repressione e dei lavori forzati (i Laogai), portò allo sterminio milioni di contadini nella riforma agraria del 1951, nella carestia del 1958-1961, con la violenza della rivoluzione culturale, tanto che si stima che tra il 1959 e il 1961, morirono qualcosa come tra i 13 e i 46 milioni di cinesi.

Eppure, ancora oggi, il Presidente Mao è ricordato come il “Quattro volte Grande”: “Grande Maestro, Grande Capo, Grande Comandante Supremo, Grande Timoniere“… o molto probabilmente è stato il più “Grande Assassino” di tutta la storia umana! Insensibile e disinteressato profondamente alla situazione delle campagne e al disagio dei contadini (Mao simpatizzerà sempre per gli studenti, ampiamente utilizzati come arma politica e repressiva contro i suoi stessi avversari), tornò nella sua regione di origine, lo Hunan, con il solo scopo dichiarato di organizzare le “masse contadine” riscattandole dalla condizione di estrema miseria in cui versavano, anche se in realtà promosse la violenza e il saccheggio a vantaggio dell’ascesa politica nel partito.

Nei primi mesi del 1927 pubblicò un volume che andava ad indagare il movimento contadino nello Hunan, delineando, così, una teoria basata sull’assunto che la principale forza rivoluzionaria della Cina, risiedeva nel malcontento delle popolazioni rurali e agricole. Abile, quanto mai scaltro, dopo che il Comintern Sovietico trascurò i suoi vari suggerimenti (dato che veniva da loro considerato un esaltato senza scrupoli, alleandosi con i nazionalisti di Chiang Kai-shek[2], per liberarsi dall’eccessivo controllo sovietico), ruppe ogni relazione con i comunisti e nell’aprile dello stesso anno ordinò il Massacro di Shangai, attuando così una radicale e spietata epurazione sociale, specie all’interno del suo stesso partito.

Poi, allontanandosi dalle direttive del partito, organizzò le masse dei contadini e dei lavoratori costituendo, così, le basi rosse e che lo aiutarono a scatenare la “Sollevazione dei Raccolti d’Autunno” per sfuggire alla repressione del Guomindang. Si mise, infine, alla testa di un esercito composto di contadini che guidò al sicuro tra le montagne dello Jiangxi, mentre nel frattempo Chiang Kai-shek sciolse le basi del Guomindang, sospettandole di infiltrazioni comuniste, e nel mentre Mao, nello Ji-angxi, continuava la sua opera di educazione tra le masse contadine.

Eletto primo presidente della nuova Repubblica Sovietica Cinese nel 1931, Mao non seguì il programma del Comitato Centrale Comunista, incentrato sulle masse urbane, ma si dedicò ad una riforma agraria, ponendo i contadini al centro della sua azione. Insieme a Zhu De, sviluppò nuove tattiche di guerriglia spostando lo scontro armato con le forze del Guomindang negli impervi territori dell’entroterra, logorando così le truppe nazionaliste e poi distruggendole. Non contente di quanto accaduto, nel 1934, le truppe nazionaliste di Chiang Kai-shek lanciarono un’imponente offensiva con lo scopo di accerchiare le basi dei comunisti, i quali, guidati da Mao, iniziarono quella che è passata alla storia come la ritirata verso lo Shaanxi, nel nord-ovest del paese (la Lunga Marcia di 9600 km).

Nel frattempo, nel mentre i giapponesi desideravano la conquista di nuovi mercati e territori in Cina, arrivando così ad invadere la Manciuria (1931) e la Cina nord-orientale (1932), Mao, mettendo da parte le sue ideologie cercò l’alleanza del riluttante Chiang per resistere agli invasori. Nel mentre, nelle zone liberate, applicò la nuova riforma agraria, unendo alla lotta contro l’impero giapponese, anche una strenua opposizione anti-feudale, iniziando politiche come la riduzione degli affitti delle terre ed una tassazione più equa, accontentando tutte le parti in causa.

Questo portò i contadini del nord della Cina ad arruolarsi nell’Armata Rossa, anche a seguito della repressione brutale dei giapponesi. Tutto questo condusse, inoltre, ad una vittoria finale senza precedenti, sia politica, territoriale che sociale, perché una volta cacciati i giapponesi oltre il Mar Giallo e nella loro terra di origine, riprese la guerra civile che si protrasse sino al 1949, anno in cui le truppe del Guomindang furono definitivamente sconfitte e costrette a rifugiarsi nell’isola di Taiwan.

E fu così, a conclusione di questo grande affresco umano, quanto mai tragico, che il 1° ottobre 1949 fu proclamata la Repubblica Popolare Cinese, e Mao divenne il presidente del Consiglio del Governo Centrale del Popolo, ovvero, come fu poi definito, “Il Grande Timoniere“. Raggiunto, così il potere assoluto, Mao iniziò la sua spietata opera di trasformazione radicale della millenaria civiltà cinese. Dapprima si ispirò al modello sovietico, cercando di costruire uno stato socialista mediante la ridistribuzione delle terre, eliminando completamente la classe dei proprietari terrieri. Promosse l’industria pesante, creò una burocrazia centralizzata, puntò sull’autarchia intensificando il lavoro e l’impegno delle comunità locali, piuttosto che incentivare il progresso tecnologico.

Con la “Campagna di Rieducazione Popolare” tutte le componenti della società, il partito, i contadini, gli operai e gli intellettuali, vennero mobilitati a collaborare e a dare il meglio di sé in questo cambiamento epocale. Inoltre, allargò il divario con i sovietici, specie dopo la condanna di Stalin, e specie durante il processo di revisionismo che si presentò all’interno della stessa ideologia comunista in quegli anni. Mao, al tempo stesso, cominciò a diffondere anche le proprie teorie politiche, uno tra i più conosciuti è il “Discorso dei Cento Fiori”, mirato alla riconciliazione con la classe intellettuale alla quale venne poi riconosciuto il diritto di criticare la burocrazia, dando una parvenza di apertura liberale che poi verrà prontamente disattesa.

Fu così che nel 1958, a compimento di tutte queste operazioni mise in atto il “Grande Balzo in Avanti”, tentativo di sostituire lo stato burocratico con un sistema capillare di comuni popolari autosufficienti (ispirate alla Comune di Parigi[3] del 1871) che vennero costituite nelle campagne e che fino al 1980, sono state le strutture di base della società cinese. Tuttavia, il piano in parte fallì e Mao decise di ritirarsi dalle scene per un breve periodo nel 1959. Ma ritornò ben presto alla sua carica dopo aver lavorato in silenzio e nell’ombra, tramando e mettendo in opera i suoi intrighi, arrivando, così, a scatenare la Rivoluzione Culturale Proletaria (1966-1969), in cui i giovani delle Guardie Rosse vennero mobilitati per operare una massiccia epurazione all’interno del partito e del paese.

Seguirono violente sommosse, l’allontanamento dei vecchi dirigenti, l’utilizzo dell’esercito per riportare l’ordine e ricostituire il partito, anche grazie all’aiuto di Lin Piao, suo braccio destro e Ministro della Difesa. Anni più tardi, stessa sorte toccherà anche al fedele Ministro, sostenitore di una politica estera terzomondista e rivoluzionaria e che cadde in disgrazia nel 1971, scomparendo misteriosamente dalle scene. Negli ultimi anni, grazie alla mediazione del primo ministro Zhou Enlai, iniziò una politica di avvicinamento all’Occidente che ebbe come risultati l’ingresso della Cina nell’ONU (1971) e la visita ufficiale nel 1972 del presidente Richard Nixon[4] a Pechino. Il 2 settembre 1976 si sentì male a seguito di una crisi respiratoria e venne trasferito all’ospedale 202 di Pechino. Tre giorni dopo le sue condizioni erano critiche. Mao morì il 9 settembre 1976, dopo i funerali, a cui parteciparono circa un milione di persone, la salma venne esposta per otto giorni in piazza Tienanmen per rendergli omaggio…

Gli storici dibattono ancora oggi per capire chi abbia più ucciso, se Hitler o Stalin, anche se tutti, sono più o meno concordi nel considerare Mao, il dittatore che di gran lunga li ha superati, stabilendo un record che è forse superiore anche a quello che aleggia attorno a Gengis Khan. Sicuramente il “Grande Balzo in Avanti” che alla fine è durato meno di cinque anni, è stato probabilmente il più grande crimine di tutti i tempi, la peggiore catastrofe mai causata da mano umana nella storia. Così come la Russia pensava di superare l’economia degli Stati Uniti, Mao si mise in testa di superare quella della Gran Bretagna, avviando una gigantesca campagna per concentrare tutti i contadini dell’enorme territorio cinese in sole 28.000 grandi comuni, imponendo ritmi di lavoro forsennati per costruire a tempi di record nuove dighe e canali, installare in ogni villaggio piccoli altiforni per produrre metalli e altri materiali; le dighe costruite frettolosamente, però, cedettero, facendo nel solo caso delle due barriere sul fiume Huai almeno 230.000 morti.

Gli altiforni in cui i contadini furono costretti a buttare di tutto, dalle pentole agli scarti, produssero materiali ferrosi completamente inutili. E al di là della distruzione dei beni materiali, si distrussero famiglie, uomini e donne furono separati ed inviati a lavorare fino a venti ore al giorno in unità lontane, dormendo all’addiaccio, in vere e proprie caserme o tende precarie, mangiando pochissimo nelle mense comuni, perché tutto doveva essere collettivo, anche le persone umane. Ben presto le persone iniziarono a morire di fame, di stenti, stanchezza, stress, o uccisi dalle milizie che temevano rivolte. Mao, insoddisfatto, arrivò persino a commissionare degli studi sul numero di persone che, regione per regione, dovevano essere sistematicamente giustiziate per prevenire ogni rischio di ribellione, imponendo vere e proprie “quote” di esecuzione alle autorità regionali. Le persone non erano più individui ma semplici numeri di calcolo. La fame, poi, portò a diffusi episodi di cannibalismo, rigorosamente documentati negli archivi, e ad uno sterminio di vecchi e bambini, separati dai familiari e concentrati in “Case della Felicità”, le cui razioni alimentari, dal 1960, scesero così bruscamente che quasi tutti morirono di fame.

Ci sono episodi così macabri da lasciare sgomenti, vengono riportate testimonianze che nei villaggi, dove la maggioranza delle persone era già morta di fame, furono allestite “trappole” con dolci e riso per vedere chi fosse disposto a rubare per sopravvivere. Chi ci cascava finiva poi in un sacco per venire immediatamente bastonato a morte dalla milizia. Alla fine, il numero reale dei morti non si saprà mai, ma oggi le stesse fonti ufficiali cinesi parlano di almeno quarantacinque milioni di persone, decessi avvenuti solo nei cinque anni della campagna di Mao, non certamente a tutto il periodo in cui ha detenuto il potere. E seppure nel 1961 dovette cedere e rinunciare a questa operazione, a causa di una possibile ribellione interna, alla fine giurò di vendicarsi e lo fece nel 1966 con la Rivoluzione Culturale, dove morirono quasi un ulteriore milione di persone.


Lo sterminio dei passeri

Ma la crudeltà, spesso, è anche legata indissolubilmente alla stupidità, e tra questa spicca lo sterminio dei passeri, voluto dallo stesso Mao! L’idea originaria e che poi fu messa in pratica, era la cosiddetta eliminazione dei quattro flagelli, detta anche grande campagna anti-passeri o campagna “uccidi i passeri”, un’iniziativa che fu lanciata in occasione del famigerato e terribile “Grande Balzo in Avanti”, il piano per la crescita economica cinese che fu messo in atto dal 1958 al 1962. I quattro flagelli riconosciuti e da combattere furono identificati nei ratti, le mosche, le zanzare e i passeri. Questi ultimi furono inclusi nella lista perché era loro abitudine nutrirsi di cereali e che, secondo loro, sottraeva alla popolazione rurale una parte del raccolto di grano e di riso; insomma, erano dei “ladri”.

Per sterminarli, la popolazione cinese fu mobilitata in massa, i contadini furono così incaricati di fare rumore (battendo pentole, vasi o tamburi), sia per spaventare gli uccelli e impedir loro di posarsi sugli alberi, forzandoli a volare continuamente per farli poi cadere a terra morti per lo sfinimento. I nidi vennero demoliti, le uova ritrovate distrutte, i pulcini uccisi, tanto che si stima che vennero abbattuti otto milioni di passeri ed altri uccelli, causando la quasi scomparsa dei volatili in tutta la Cina. Poi, dal 1960, i dirigenti cinesi si accorsero che i passeri non mangiavano solo i cereali, ma anche una grande quantità di insetti, e anziché aumentare i raccolti, dopo questa operazione diminuirono drasticamente!

Appena capirono l’errore commesso, Mao fece ordinare subito il fermo dello sterminio dei passeri, rimpiazzandolo con la caccia alle cimici, sempre all’interno della campagna di eliminazione dei cosiddetti “quattro flagelli”. Ma ormai il danno era fatto, perché in assenza dei passeri la popolazione di cavallette aumentò a dismisura, e ne risultò un’amplificazione dei problemi ecologici della Cina, incrementati dalle politiche comuniste messe in atto in quegli anni. Tutto questo generò quella che è stata poi riconosciuta come la Grande Carestia Cinese, durante la quale oltre 30 milioni di persone sarebbero morte di fame…


I Laogai, i Campi di Concentramento Cinesi

I Laogai sono dei veri e propri campi di concentramento istituiti in Cina da Mao Zedong nel 1950, seguendo a modello i Gulag già presenti e in funzione nell’Unione Sovietica. Furono infatti degli esperti sovietici ad aiutare Mao ad organizzare ed istituire i Laogai in Cina, e nel corso del tempo, mentre i Lager nazisti furono definitivamente chiusi nel 1945, e i Gulag sovietici finirono in disuso dagli anni ’90, i Laogai cinesi sono rimasti ancora oggi perfettamente operanti. In questi campi, stimati in più di mille, milioni di persone tra uomini, donne e bambini, sono attualmente costretti al lavoro forzato in condizioni disumane, a vantaggio, ovviamente, dell’economia del Governo Cinese e di numerose multinazionali che producono e investono in Cina. Infatti, seppur altamente controverso, è l’uso che il governo cinese fa della manodopera a costo quasi nullo, costituita dai carcerati e che secondo alcune fonti sarebbero sottoposti a ritmi di lavoro disumani, paragonabili allo schiavismo.

Diverse fonti sostengono che in questi campi vengono applicate sistematicamente l’intimidazione, il terrore, il lavaggio del cervello, la tortura, la rieducazione politica, senza contare l’alto tasso di mortalità dei prigionieri riconducibile a maltrattamenti di vario tipo. Grazie alla testimonianza di alcuni dissidenti cinesi, tra i quali ricordiamo Harry Wu[5], che con i suoi libri ha contribuito a portare il problema ad una rilevanza mondiale, così come altri fuoriusciti cinesi, siamo arrivati a conoscere molti episodi che riguardano persino il crimine del traffico degli organi, prelevati ai reclusi. Nel 1988, il Ministero di Giustizia descrisse gli scopi del sistema dei Laogai con le seguenti parole: “lo scopo principale dei Laogai è quello di punire e riformare i criminali. Per definire concretamente le loro funzioni, essi servono in tre campi: punire i criminali e tenerli sotto sorveglianza; riformare i criminali; utilizzare i criminali nel lavoro e nella produzione, creando in tal modo ricchezza per la società.” E pensate che ancora oggi, in Cina, è illegale chiamare i Laogai cinesi “campi di concentramento” o anche semplicemente “campi“, perché a tali termini possono riferirsi solo i campi nazisti, sovietici, o della Cina nazionalista, non certamente di quella comunista.

Ma la Cina non è nuova a queste forme di repressione, già nell’antichità fece uso del lavoro forzato, per oltre 2.500 anni sfruttando anche in tempi di pace, sia civili che criminali. Lavoratori furono impiegati nella costruzione della Grande Muraglia o del Grande Canale, tanto che nella prima e grandiosa opera, gli operai che morivano vi venivano murati all’interno come un vero e proprio materiale edilizio. Ed è tra il passaggio dalla Cina Imperiale a quella Comunista, che si deve, anche all’interesse personale di Mao, il ritorno a questa forma di repressione e controllo, applicandola questa volta in modo funzionale e sistematico, nel contesto della sua folle visione sociale e politica, nonché come strumento adatto alla rieducazione dei controrivoluzionari, come dall’altra, a garantire che persino i detenuti possano contribuire come gli stessi liberi cittadini alla produzione.

Alla fine, non c’è stata poi molta differenza tra l’antica Cina Imperiale e quella nuova Comunista, dal momento che lo stesso Mao dichiarò di essersi ispirato ai principi del Signore di Shang della dinastia Qin, secondo il quale: “la popolazione deve essere obbligata a lavorare.” Nel periodo maoista, sino a poco tempo prima della Riforma di Deng (1978-1992), i Laogai furono largamente usati per reprimere le opposizioni interne al regime, dove i processi erano spesso delle formalità, avendo la difesa solo il compito di invocare la clemenza della corte, dato che insistere troppo nella propria innocenza portava addirittura ad un inasprimento della stessa condanna: “clemenza con chi confessa, e severità con chi resiste.”

E non a caso il numero dei prigionieri e l’uso di questi campi, ebbe una certa intensificazione durante le fasi politiche e produttive più forti, tra cui la “Campagna dei Cento Fiori”, il “Grande Balzo in Avanti” e la “Rivoluzione Culturale”. Quel poco che sappiamo proviene quasi esclusivamente dai detenuti fuggiti o scarcerati e rifugiatisi all’estero, tra i temi ricorrenti si rammenta: descrizioni di lavoro forzato a ritmi disumani (fino a 18 ore al giorno, con l’obbligo di rispettare determinate quote produttive); uso della denutrizione e della tortura come sistemi punitivi e coercitivi; appello alla delazione fra prigionieri; sedute periodiche di “critica” e “autocritica”, in cui i detenuti si accusano a vicenda, o si auto-accusano, di comportamenti criminali, specie a scopo rieducativo.

A tutto questo fa da unificatore un contesto generale di violenza fisica e psicologica, tendente a quello che comunemente viene definito lavaggio del cervello. Anche sul numero effettivo di Laogai presenti sul territorio cinese, e il numero reale dei detenuti, non si hanno informazioni ufficiali. Il sopracitato Wu, sostiene che dal 1949 sino alla metà degli anni Ottanta, furono almeno 50 milioni le persone che sono state imprigionate, e che il numero attuale di prigionieri si aggiri intorno agli 8 milioni, altre fonti, inoltre, sostengono che dal 1949 al 1989 siano stati almeno 20 milioni i morti all’interno di questi campi.

Infine, una pratica aberrante di cui il governo cinese è accusato da diverse fonti, è l’utilizzo dei prigionieri come donatori involontari di organi. Le accuse più gravi riguardano il prelievo forzato degli organi a persone mantenute in vita in attesa di una richiesta bio-compatibile, per poi venire uccise durante o subito dopo gli interventi chirurgici. Nel marzo del 2006 fu denunciato il caso del Campo di Sujiatun e nel quale sono rinchiusi numerosi praticanti del Falun Gong[6], dove una volta uccisi gli verrebbero asportati gli organi. Seppure alcune indagini non abbiano dato prova di illeciti, successivamente il governo ha ammesso che i detenuti condotti a morte sono soggetti al prelievo, ma che comunque, secondo le autorità, viene eseguito con un regolare consenso dello stesso donatore…


La questione del Tibet

Le continue persecuzioni contro i seguaci della disciplina del Falun Gong, ricordano, purtroppo, anche l’altra immane e tragica persecuzione del popolo tibetano. Il Tibet è una estesa regione dell’Asia centro orientale e dalla storia antichissima. I tibetani, erano un popolo nomade dedito alla pastorizia e che, attorno all’anno 100 a.C., divenne stanziale grazie alla coltivazione di orzo e riso da parte di alcune tribù, iniziando in questo modo una sorta di unificazione all’interno di uno stato unico, fin dai primi anni del VII secolo. In questo periodo furono gettate le basi della straordinaria cultura tibetana, venne inventata una nuova forma di scrittura, mutuata da quella indiana e il territorio così formatosi, conobbe un periodo di grande prosperità. Il buddismo fu introdotto dalla vicina India attorno all’VIII secolo, diffondendosi poi rapidamente fino al secolo XI, assumendo un ruolo via via sempre più centrale nella vita sociale, politica e culturale dell’intero paese.

Nel XIII secolo i Mongoli iniziarono la loro immensa conquista di quasi l’intero territorio asiatico, e il Tibet divenne una sorta di stato vassallo nel 1207, anche se non fu mai pienamente assoggettato. Cominciarono così periodiche invasioni di varie etnie, specialmente mongole, che a più riprese interferirono con le nomine dei Dalai Lama, anche se il Tibet riuscì a rimanere indipendente sino al 1720, quando i cinesi, spaventati dall’invasione del popolo mongolo Dzungar, occuparono Lhasa e si stanziarono in Tibet. Fu da allora che i cinesi cominciarono ad avere mire annessionistiche sulla regione tibetana ed a considerarsi, così, sovrani del Tibet, instaurando una sorta di protettorato che durò fino al 1911. Nel 1914 fu la volta degli inglesi, in quanto già governatori dell’India, tentarono di estendere la loro influenza sino in Tibet, seppur non riuscendoci pienamente e costringendo il governo tibetano a sottoscrivere accordi commerciali che durarono sino al 1949, periodo in cui riuscì a mantenere una certa indipendenza.

Sino ad allora i tibetani stamparono moneta e si autogovernarono sotto la guida politica e spirituale del Dalai Lama, ma dal 1950 l’esercito della neonata Repubblica Popolare Cinese, dette il via alla prima di numerose irruzioni del territorio, occupandolo dapprima militarmente per poi annetterlo definitivamente nel 1957. Nel 1959 il risentimento contro il governo della Cina fu tale da spingere i tibetani alla rivolta, ma la valorosa sommossa venne soffocata dal sangue e attraverso una brutale repressione che costrinse, infine, il Dalai Lama alla fuga e all’esilio con circa centomila fedeli. In quel periodo, centinaia di monasteri vennero distrutti e ci furono anche decine di migliaia di morti. Da allora la regione venne dapprima assoggettata dal regime comunista e conobbe, oltre all’occupazione, uno dei suoi periodi più bui a seguito della rivoluzione culturale del 1966. Un quinto della popolazione, almeno un milione di tibetani sono morti durante l’intera occupazione cinese, migliaia di dissidenti e prigionieri sono stati costretti ai lavori forzati nei Laogai, inoltre, il governo ha avviato una politica di insediamento, favorendo il trasferimento in Tibet di coloni cinesi con al contempo campagne di sterilizzazioni forzate di donne tibetane.

La straordinaria cultura tibetana sta scomparendo, perché ancora oggi è vietato l’insegnamento della sua storia, del buddismo e delle proprie radici. La quasi totalità dei seimila monasteri sono stati distrutti e devastati, le opere in esse contenute, in parte sono state distrutte, in parte rivendute sul mercato internazionale. Inoltre, come se non bastasse, il Tibet è diventato una sorta di vastissima base militare che ospita, tra l’altro, proprio per la sua posizione fortemente strategica, missili a testata nucleare, senza contare che essendoci numerose miniere di uranio, dove vi lavorano quasi esclusivamente tibetani, la popolazione che vive anche vicino a queste basi è esposta all’inquinamento radioattivo. Infine, si segnala anche lo sfruttamento delle risorse minerarie, la deforestazione forzata, l’inquinamento, nonché il controllo dei più grandi fiumi di questa parte dell’Asia, Brahmaputra, Indo, Sutle, Mekong, Yarlung Tsangpo, che oltre ad essere sempre più inquinati, stanno arrecando anche un grave danno in tutto il continente asiatico.

Per Amnesty International la grande maggioranza dei prigionieri tibetani sono suore e monaci buddisti. Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e per la Democrazia continua a documentare la costante repressione e le incessanti vessazioni contro la popolazione, senza dimenticare che apertamente, nel 1996, la Cina lanciò l’ignobile campagna “Colpisci Duro” contro le istituzioni religiose tibetane, con un programma di rieducazione patriottica e che ha condotto, nel corso degli anni successivi, al controllo dei funzionari governativi di migliaia di monaci e religiosi, costringendoli a disconoscere l’attuale figura del Dalai Lama e a riconoscere, invece, il Panchen Lama designato nientemeno che dalle autorità di Pechino. Dall’inizio di questa campagna ci sono state, secondo le fonti tibetane in esilio, migliaia di espulsioni di monaci dai monasteri, un numero imprecisato di arresti, la proibizione delle pratiche religiose in carcere, tanto da far scatenare, dal marzo 2009, decine e decine di auto-immolazioni, sorta di martirio o di protesta estrema per la libertà religiosa e contro il governo cinese, la maggior parte auto-inflitte dagli stessi religiosi, come dimostrazione ultima della loro fede e della loro richiesta di libertà.


400 milioni di bambini mai nati

Un silenzioso quanto mai assordante genocidio si sta compiendo ancora oggi in Cina a causa della Legge sul Figlio Unico, introdotta in modo organico poco dopo la morte di Mao, dal suo fidato successore Deng Xiaoping[7] nel 1979, attuata con una legge che vietava alle donne di avere più di un figlio. Questa politica avrebbe poi portato, così, ad un dimezzamento della popolazione nell’arco di una generazione di individui, via via rallentato dal progressivo allungarsi della vita media, e per fare in modo che tale operazione avesse successo, Xiaoping si spinse oltre dichiarando ai propri ufficiali di: “usare qualsiasi mezzo necessario a ridurre la popolazione.”

Nel corso del tempo o a seconda delle diverse aree geografiche di azione dei vari funzionari provinciali, si stabilirono ulteriori norme ferree, come quella di impedire alle coppie di avere più di un bambino, al massimo due, in genere dopo che fossero trascorsi almeno quattro anni dalla nascita del primo, mentre fu del tutto proibita la nascita di un terzo figlio, al contrario di altre zone del paese dove fu impedita generalmente la nascita di più di un figlio, salvo rari casi. Non è mancata anche la repressione, perché in una zona densamente popolata della Cina, si racconta che un responsabile del partito, fece radunare tutte le donne che erano rimaste incinta “illegalmente” (ed erano centinaia) e disse loro che avrebbero dovuto abortire. Le donne che si rifiutarono vennero arrestate e messe in carcere, a volte persino per settimane o mesi, fino a quando non si sarebbero piegate all’inevitabile decisione, trasformando le carceri e le cliniche in locali di sterminio.

Le donne incinta da meno di cinque mesi venivano costrette ad abortire subito, immediatamente, mentre le altre dovevano subire iniezioni letali che uccidevano i feti provocando poi contrazioni uterine, e se il bambino o morente non era stato partorito, entro un giorno o due veniva estratto dal grembo materno tramite il cesareo. Oggi tali pratiche sono molto più rare o comunque ridotte rispetto al passato, seppure in cima alla lista dei soprusi restano gli aborti forzati, tanto che tra le donne cinesi si ritrova anche il tasso di suicidi più alto al Mondo, specie perché le sterilizzazioni forzate sono all’ordine del giorno, “consigliate” dopo la nascita del primo figlio e “imposte” dopo quella del secondo. Il bilancio è spaventoso, perché si pensa che dal momento dell’attuazione ad oggi, circa 400 milioni di bambini non sono mai nati per colpa della politica cinese nei riguardi del totale controllo sulle nascite…

Arrivato più o meno alla metà di questo saggio, mai come prima di adesso, mi sono reso conto di quanto la Cina Comunista (come tutte le altre dittature apparse sulla Terra), sia stata e sia tutt’ora la perfetta metafora del potere degli Arconti sul nostro pianeta. In questo caso lo è così platealmente e in modalità quanto mai evidente, ma a livelli più alti e sottili, le stesse dinamiche le ritroviamo anche in tutte le maggiori democrazie del Mondo, ahimè, Italia compresa: tra la Terra e il Cielo, alla fine, non c’è nessuna differenza, ma solo diversi piani dimensionali…


[1] Citazioni dalle opere del presidente Mao Tse-tung, meglio noto come Libretto Rosso o Il libro delle Guardie Rosse, è un’antologia di citazioni tratte dagli scritti e dai discorsi di Mao Tse-tung, con una prefazione scritta da Lin Biao. Durante la Rivoluzione Culturale il libro godette di un’enorme popolarità, venne tradotto in numerosissime lingue e inviato gratuitamente all’estero a chiunque ne facesse richiesta. Studiare il pensiero del presidente Mao divenne un obbligo civico in Cina, anche se mai sancito ufficialmente, e sempre durante la Rivoluzione, lo studio del Libretto Rosso divenne materia scolastica in tutti i gradi d’istruzione, così come in tutti i luoghi di lavoro, oltre che nell’esercito, cui era originariamente rivolto. Si stima che ne furono distribuite circa 900 milioni di copie, cifra che lo rende il secondo libro più venduto della storia, dopo la Bibbia.

[2] Chiang Kai-shek (1887-1975) è stato un generale e politico cinese. Nel 1925, dopo la morte di Sun Yat-sen, assunse la guida del Kuomintang. Comandò la Spedizione del Nord per riunificare la Cina contro i signori della guerra del Governo Beiyang, e nel 1928 emerse vittorioso come leader del Governo nazionalista della Repubblica di Cina. Chiang guidò la Cina durante la seconda guerra sino-giapponese, nella quale la sua influenza all’interno della Cina si indebolì, ma la sua rilevanza internazionale crebbe, divenendo uno dei quattro grandi capi alleati. Durante la Guerra Civile Cinese (1927-1949), Chiang guidò la fazione nazionalista in lotta con quella comunista, ma una volta sconfitto si ritirò con le sue truppe superstiti sull’Isola di Formosa (Taiwan), dove diede vita alla Repubblica di Cina a Taiwan o “Cina Nazionale“, divenendone presidente a vita.

[3] La Comune di Parigi fu il governo socialista che diresse Parigi dal 18 marzo al 28 maggio 1871. A seguito delle sconfitte militari della Francia contro la Prussia, il 4 settembre 1870 la popolazione di Parigi impose la proclamazione della Repubblica, contando di ottenere riforme sociali e la prosecuzione della guerra. Quando il governo provvisorio deluse le sue aspettative e l’Assemblea Nazionale, eletta l’8 febbraio 1871, impose la pace e minacciò il ritorno della monarchia, il 18 marzo 1871 Parigi insorse cacciando il governo Thiers che aveva tentato di disarmare la città, e il 26 marzo elesse direttamente il governo cittadino, sopprimendo l’istituto parlamentare. La Comune, che adottò a proprio simbolo la bandiera rossa, eliminò l’esercito permanente e armò i cittadini, stabilì l’istruzione laica e gratuita, rese elettivi i magistrati, retribuì i funzionari pubblici e i membri del Consiglio della Comune con salari prossimi a quelli operai, favorì le associazioni dei lavoratori ed iniziò il massacro degli oppositori, tra i quali i cittadini fedeli al Governo legittimo e i rappresentanti religiosi. L’opera della Comune fu interrotta dalla reazione del Governo e dell’Assemblea Nazionale, stabiliti a Versailles. Iniziati i combattimenti nei primi giorni di aprile, l’esercito comandato da Mac-Mahon, pose fine all’esperienza della Comune entrando a Parigi il 21 maggio e massacrando, in una sola settimana, almeno 20.000 parigini compromessi con la rivolta. Seguirono, poi, decine di migliaia di condanne e di deportazioni, mentre migliaia di cittadini fuggirono all’estero.

[4] Richard Milhous Nixon (1913-1994) è stato un politico statunitense, 37º Presidente degli Stati Uniti d’America. Vinse le elezioni presidenziali del 1968 e del 1972, rimanendo in carica dal gennaio del 1969 all’agosto del 1974. Fra le sue politiche vi furono: il progressivo disimpegno di uomini sul campo nella guerra del Vietnam in favore di bombardamenti; diplomazia e guerra segreta; l’apertura alla Cina in chiave antisovietica e alla ricerca di nuovi sbocchi di mercato; l’anticomunismo e la libertà d’impresa; un parziale sostegno ai diritti civili, in particolare nella lotta contro il segregazionismo; l’escalation proibizionista verso le droghe leggere; l’istituzionalizzazione delle prime politiche ambientali e la ricerca di una riforma complessiva delle cure sanitarie, che mantenesse il ruolo fondamentale delle imprese private, specie a discapito del settore pubblico; l’amministrazione Nixon sostenne, inoltre, il Colpo di Stato in Cile che estromise il governo di Salvador Allende, spingendo Augusto Pinochet al potere. È stato l’unico presidente statunitense a dimettersi dalla carica, infatti le sue dimissioni avvennero il 9 agosto 1974, per anticipare l’imminente impeachment in seguito allo Scandalo Watergate. Richard Nixon rimane uno dei presidenti più controversi della storia degli Stati Uniti. Durante il mandato e soprattutto nei primi anni dopo le dimissioni, fu duramente criticato il suo metodo di governo, che non escludeva pressioni e interferenze anche illegali sia negli affari interni che nelle relazioni internazionali. Le sue dimissioni e la parziale ammissione delle sue colpe pregiudicarono gravemente, specie da un punto di vista storico, la valutazione complessiva della sua presidenza. Nei suoi ultimi anni, scrisse nove libri e intraprese molti viaggi all’estero, contribuendo a riabilitare la sua immagine in quella di anziano statista. Subì un ictus debilitante il 18 aprile del 1994, e morì quattro giorni dopo all’età di 81 anni.

[5] Harry Wu (1937-2016) è stato un attivista per i diritti umani cinese naturalizzato statunitense. Prima di diventare residente e cittadino degli Stati Uniti, Wu trascorse 19 anni nei campi di lavoro cinesi, che poi fece conoscere col termine “Laogai“.

[6] Il Falun Gong, noto anche come Falun Dafa, è una disciplina spirituale cinese che prevede la meditazione, semplici esercizi di qigong e un insegnamento basato sui principi di Verità, Compassione e Tolleranza. Presentandosi come una pratica di coltivazione della scuola buddista, attraverso la pratica degli esercizi e cercando di conformarsi ai principi della Falun Dafa nella loro vita quotidiana, i praticanti aspirano ad essere persone migliori, a mantenersi in buona salute, e in ultimo all’illuminazione spirituale. Insegnato pubblicamente per la prima volta nel Nordest della Cina nel 1992 da Li Hongzhi, nel corso degli anni ’90 si è diffuso ampiamente tramite il passaparola, per via degli ottimi risultati ottenuti nel migliorare la salute fisica e per la risonanza spirituale del suo insegnamento, riscontrando inizialmente anche un considerevole sostegno da parte delle autorità cinesi. Tuttavia, a partire dal 1996 il Partito Comunista e le agenzie di sicurezza hanno progressivamente visto questa disciplina come una potenziale minaccia per la sua popolarità, l’indipendenza dallo stato e per i suoi insegnamenti spirituali, mostrando una crescente ostilità. Il 20 luglio 1999, Jiang Zemin, allora leader del Partito Comunista Cinese, lanciò una repressione a livello nazionale e un’estesa campagna di propaganda con l’obiettivo di screditare e sradicare la pratica. Associazioni dei diritti umani riferiscono che, nel corso di questa persecuzione ancora oggi in corso, i praticanti del Falun Gong in Cina sono stati soggetti a un’ampia gamma di abusi per mano delle autorità cinesi, che includono arresti e detenzioni illegali, lavori forzati, abusi psichiatrici, torture e ad altri metodi coercitivi di riforma del pensiero. Dal 2006 indagini indipendenti hanno rivelato che i praticanti del Falun Gong, insieme ad altri detenuti, sono utilizzati come ‘banca vivente’ di donatori per i trapianti d’organo, gestiti direttamente dallo Stato. Insegnato al di fuori dalla Cina fin dagli anni ’90, il Falun Gong ha avuto una considerevole diffusione in tutto il Mondo ed è oggi praticato in più di 70 paesi.

[7] Deng Xiaoping (1904-1997) è stato un politico, rivoluzionario e militare cinese. Ha ricoperto ruoli direttivi nel Partito Comunista Cinese (PCC) a più riprese nel corso dell’era di Mao Zedong, diventando leader de facto della Cina dal 1978 al 1992. È stato il pioniere della riforma economica cinese e l’artefice del “socialismo con caratteristiche cinesi“, teoria che mirava a giustificare la transizione dall’economia pianificata ad un’economia aperta al mercato, ma comunque supervisionata dallo stato nelle prospettive macroeconomiche. Nel decennio tra gli anni Ottanta e Novanta, da lui guidati, la Repubblica Popolare Cinese restaurò relazioni strategiche e geopolitiche con l’Unione Sovietica, abbandonando la “Teoria dei Tre Mondi“, antisovietica e di ascendenza maoista. Deng fu il cuore della seconda generazione dei leader del Partito Comunista Cinese, e sotto il suo controllo, la Cina divenne una delle economie dalla crescita più rapida, senza che il partito perdesse il potere.