“Il Genocidio dei Nativi Americani” di Federico Bellini

Pulizia Etnica e spostamento dalle loro terre; distruzione del loro habitat; caccia intensiva ai bisonti, fonte di sostentamento dei nativi, specie del Nord America; riduzione in schiavitù; sterminio sistematico e strage volontaria; provocare ad arte scontri fra tribù ed etnie; malattie nuove diffuse accidentalmente, specie per quelle di cui i nativi non avevano anticorpi; diffusione volontaria del vaiolo come arma biologica, regalando agli indiani coperte e cuscini infetti e offrendo loro cibo contaminato; sterilizzazione forzata o attuata con l’inganno; atti di provocazione, sacrilegio e oltraggio, anche violenti, a membri della tribù (in modo da provocare appositamente reazioni violente), per poterli così perseguitare, giustificando la violenza contro di loro come “repressione di popoli barbari e bestiali”; guerre aperte; omicidi mirati di capi carismatici e uccisioni deliberate di bambini indiani fatti prigionieri; diffusione deliberata dell’alcolismo o droghe; marce forzate di trasferimento attuate sotto la neve e il freddo durante i periodi invernali

Per genocidio dei nativi americani, detto anche genocidio indiano, “Olocausto Americano” o catastrofe demografica dei nativi americani, alcuni storici e divulgatori, intendono il calo demografico e lo sterminio dei Nativi Americani (meglio conosciuti come Indiani d’America o, nel centro-sud America, Indios e Amerindi), avvenuto dall’arrivo degli europei sino alla fine del XIX secolo, periodo in cui, si ritiene che un numero impressionante di individui, tra i 50 e i 100 milioni di nativi, morirono a causa dei colonizzatori a seguito di: guerre di conquista, perdita del loro ambiente, cambio dello stile di vita e soprattutto malattie contro cui i popoli nativi non avevano assolutamente difese, mentre molti furono oggetto di deliberato sterminio, poiché considerati inferiori e barbari; per altri la cifra supera i 100 milioni di morti in 500 anni, fino ad arrivare a 120/130 milioni. Diversi furono i motivi di scontro, a cominciare dai “Mondi” completamente diversi che vennero a contatto, anche se principalmente l’obiettivo fu quello di impossessarsi delle terre e delle loro ricchezze da parte dei colonizzatori. Prendendo come pretesto la loro “arretratezza”, spesso definita “barbara”, come ad esempio a causa della pratica dei sacrifici umani degli Aztechi e degli Inca, tale inferiorità veniva comunque riconosciuta anche quando molti di loro si erano convertiti al cristianesimo, lasciando alle spalle il proprio “scomodo passato”. Nel Nord America morirono meno nativi che nel resto dello sconfinato continente, ma l’impatto fu più devastante a causa del numero più esiguo di individui coinvolto. Pensate che tra il 1600 e il 1890, almeno l’80% (1 milione di persone) venne sterminato, e alla fine del XIX secolo rimasero solo 250.000 individui. E se mentre il Nord del continente si ripopolò di etnie bianche e africane (a sua volta schiavizzate), per il maggior numero di nativi e meticci presenti, si delineò la ricostituzione della gran parte della popolazione sudamericana. Si stima che tra l’80% ed il 95% della popolazione indigena delle Americhe, perì in un periodo di tempo compreso tra il 1491 e il 1550 per effetto di svariate malattie. Circa un decimo dell’intera popolazione mondiale di allora, stimata complessivamente in 500 milioni di individui, venne decimato.

America del Sud – La prima malattia che si diffuse nel Nuovo Mondo fu causata da un germe dell’influenza dei suini, la quale ebbe inizio nel 1493 a Santo Domingo, decimando la popolazione da 1.100.000 abitanti a soli 10.000. Poi fu la volta del vaiolo che comparve nel 1518 a Hispaniola e che si propagò in Messico, Guatemala e Perù. La malattia destabilizzò a tal punto l’impero Inca favorendo la campagna di conquista di Francisco Pizarro, ed il massacro della popolazione; dopo questi flagelli, come se non bastasse, fu la volta anche del morbillo. Fin dai primi viaggi di Colombo gli spagnoli organizzarono nelle isole caraibiche degli insediamenti stabili e dei governatorati coloniali. Il primo, però, ad organizzare una vera e propria spedizione di conquista verso la terraferma fu Hernán Cortés. Il 18 febbraio del 1519 con undici navi, poche decine di cavalli e alcuni pezzi di artiglieria, partì da Cuba verso l’odierno Messico. Dopo aver sostato sull’isola di Cozumel, aver costeggiato lo Yucatan, fondò sulla costa messicana la piazzaforte di Veracruz, e da lì si mosse alla conquista dell’Impero Azteco. Nell’arco di pochi mesi, sfruttando abilmente le rivalità tra le varie popolazioni facenti parte dell’impero, entrò nella capitale azteca, Tenochtitlán, anche se l’anno successivo, però, dovette lasciare la città per fronteggiare l’attacco mossogli da un altro spagnolo, Pánfilo de Naváez, mandato dal governatore di Cuba, Diego Velázquez de Cuéllar. Respinto de Naváez, Cortés si rifugiò a Tlaxcala, città a lui fedele, a seguito di una ribellione scoppiata nel giugno del ’20, ma appena ripresosi e riconquistato il territorio perduto, entrò definitivamente a Tenochtitlan che ribattezzò Mexico (13 agosto 1521). Montezuma, divenuto un fantoccio nelle mani spagnole, venne assassinato dal suo stesso popolo (o forse dagli spagnoli), mentre il fratello Cuitláhuac, succedutogli per breve tempo, morì poi di vaiolo; infine, fu la volta del cugino Cuauhtémoc, il quale divenne l’ultimo sovrano a difendere la capitale e l’impero, prima di cadere in battaglia.

Nei decenni successivi fu un susseguirsi di missioni sempre più spesso militari quanto esplorative, soprattutto in Centro America, finché dal 1522 la fame di potere e di ricchezze dei Conquistadores si rivolse verso un regnò sito tra gli altopiani andini, e dal quale giungevano notizie quanto mai leggendarie sulla sua prosperità e le immense ricchezze, specie minerarie: l’impero Incas. Pasqual de Andagoya fu il primo ad arrivare fino a sud dell’attuale Colombia a Puerto de Pinas, ma fu però il condottiero e hidalgo spagnolo Francisco Pizarro, ad organizzare nel ’32 il viaggio di conquista dell’impero andino. Partito da Panama alla fine del 1530, con sole tre navi e quasi centottanta uomini, giunse a Túmbez nell’aprile dell’anno dopo, e una volta costituito il suo primo insediamento sulla costa pacifica (San Miguel de Piura), ripartì alla volta del Biru. Approfittando della guerra civile in corso tra i due fratellastri, Atahualpa e Huáscar (dimostrando, così, che “tutto il Mondo è paese” quando si tratta di acquisire il potere), e utilizzandoli come pedine del proprio disegno strategico, Pizarro soggiogò gli Incas impossessandosi dell’ingente tesoro imperiale; spostò persino la capitale da Cuzco a Villa de los Reyes, ossia l’odierna Lima. Gli anni successivi furono turbolenti, instabili, oscuri, poiché ben presto gli indigeni si stufarono delle continue vessazioni dei nuovi arrivati e si ribellarono, così, al giogo spagnolo guidati da Manco Capac, l’imperatore imposto sempre da Pizarro in sostituzione di Huáscar, da lui precedentemente sostenuto contro Atahualpa (fatto giustiziare sempre da Pizarro), e anche perché, come se non bastasse, tra il condottiero e Diego de Almagro, che lo aveva seguito, nacquero rivalità sfociate in una guerra tra fazioni.

La situazione rimase talmente caotica, finché nel 1572, il viceré Francisco de Toledo, riuscì a catturare e giustiziare anche l’ultimo imperatore Inca, Túpac Amaru, e a riportare un certo ordine al suo vicereame. Tra queste due spedizioni ne furono organizzate anche altre, tra il 1522 e il 1526 che portarono all’esplorazione e alla conquista degli odierni Honduras, Guatemala, Messico meridionale di Tepic, e nel 1529 del territorio degli indios Chichimecas nel Messico nordoccidentale, che rimase una regione talmente instabile fino al 1600 inoltrato, a causa delle continue ribellioni della popolazione indigena. Lo stesso Cortés, che non poteva essere da meno, organizzò quattro viaggi tra il 1532 e il 1539 nello specchio d’acqua che ancora oggi porta il suo nome: Mar de Cortés o Golfo di California. I nuovi territori spagnoli furono organizzati secondo un sistema di tipo prettamente feudale. Ai Conquistadores, la corona spagnola concedeva appezzamenti di terra più o meno grandi (le encomiendas), nella quale poi venivano messi a lavorare come schiavi gli indigeni superstiti. Il feroce sfruttamento, delle popolazioni native, provocò così un enorme crollo demografico tanto che i nativi dei Caraibi, ad esempio, furono letteralmente sterminati e presto sostituiti dagli schiavi africani come manodopera a basso costo, che nel frattempo vi venivano importati. I Conquistadores, inoltre, si organizzavano in bande armate per conquistare tutti quei territori ancora non colonizzati, e le loro spedizioni furono denominate entradas (incursioni), affidate a loro direttamente dalla corona, e che li rendeva al tempo stesso governatori e comandanti generali (adelantado), anche se tale potere non era assoluto. Alla fine di questa tragica epopea, la maggior parte dei nativi fu ridotta in schiavitù e vennero sfruttate le ricchezze del loro territorio fertile e del sottosuolo, favorendo di fatto lo sviluppo economico in tutta l’Europa, oltre, ovviamente, a quello di Spagna e Portogallo.

I maggiori sostenitori e beneficiari di questa spietata politica di sfruttamento, furono infatti: il Regno Unito, la Spagna, il Portogallo, la Francia e i Paesi Bassi. Nel Vecchio Continente arrivò di tutto, tra cui oro, argento, nuovi prodotti agricoli che modificarono profondamente il modo di cibarsi dell’uomo europeo (pensate ai fagioli, il mais, le patate, i peperoni e i peperoncini, i pomodori, le zucche, ma anche ananas, arachidi, cacao, fichi d’india e mais). Arrivarono inoltre anche materie prime a prezzi bassissimi (ad esempio i metalli e le fibre tessili), per poi comprare prodotti lavorati (come armi, tessuti, attrezzature), dagli stessi europei, riversando, così, tali ricchezze, nei paesi produttori di tali beni. E seppure nel 1888 la schiavitù fu finalmente bandita, la mortalità dei lavoratori restò altissima, la vita umana delle classi deboli o dei poveri, non era ritenuta importante quanto quella dei ricchi, i quali, divisi in pochissime famiglie, erano proprietarie di enormi territori. Poi fu la volta del neocolonialismo, rivolto anche contro gli stessi ispanici dagli Stati Uniti e dalle multinazionali, iniziando così la distruzione di parte della foresta Amazzonica e la conseguente scomparsa di molte tribù. E fu solo verso la fine del XX secolo che gli indios riuscirono a rialzarsi, come in alcuni paesi, tra i quali la Bolivia, dove spicca la presidenza di Evo Morales (primo presidente indigeno a guidare lo stato boliviano, o di quest’area geografica in oltre 500 anni dalla conquista spagnola), a ritrovare anche un certo peso politico, migliorando, seppur lentamente, le loro condizioni di vita.

«Il peggior nemico dell’umanità è il capitalismo statunitense. È esso che provoca sollevazioni come la nostra, una ribellione contro un sistema, contro un modello neoliberale, che è la rappresentazione di un capitalismo selvaggio. Se il mondo intero non riconosce questa realtà, che gli stati nazionali non si occupano nemmeno in misura minima di provvedere a salute, istruzione e nutrimento, allora ogni giorno i più fondamentali diritti umani sono violati.» (Evo Morales)

America del Nord – E nel mentre gli spagnoli dilagavano nella parte centrale e meridionale del continente, all’inizio del Cinquecento, altri europei presero ad esplorare le coste atlantiche della parte settentrionale; così fece l’Inghilterra con Giovanni e Sebastiano Caboto e la Francia con Giovanni da Verrazzano. A quel tempo, a nord del Rio Grande, si stima che la popolazione indigena non superasse i 12 milioni di persone, riunite principalmente in tribù poco numerose e non unite, sovente, le une dalle altre. Fra il XVI e il XVII secolo sorsero in Florida, nel New Messico e in California, le prime colonie degli spagnoli che provenivano dall’America centrale. Più a nord si stanziarono i francesi e si inoltrarono nel bacino del San Lorenzo dove fondarono Québec e Montréal. Da qui penetrarono verso l’interno arrivando ai Grandi Laghi, e successivamente scesero a sud nel bacino del Mississippi fino a raggiungerne la foce, dove poi fondarono la città di La-Nouvelle Orléans (New Orleans). Iniziarono poi anche le ostilità con gli indiani alleati degli inglesi e altri dei francesi, e pensate che furono i britannici che richiesero gli scalpi dei nemici uccisi dai nativi, che prima di allora non avevano questa pratica, facendola poi propria. Prima di queste guerre, raramente gli indiani si erano dimostrati ostili e spesso avevano acconsentito e permesso gli insediamenti in cambio di fucili ed altri oggetti, non avendo mai concepito il concetto di proprietà privata. Ben presto, fra tutti i coloni, prevalsero però gli inglesi che giunsero a dominare l’intera fascia costiera e dove, un po’ alla volta, si formarono 13 colonie, le quali costituirono il nucleo fondamentale di quelli che un secolo più tardi diventarono gli Stati Uniti d’America (1776).

I primi tentativi di colonizzare l’America settentrionale non ebbero un grande successo, i nativi non si facevano assoggettare, non erano portati per lavori sedentari o di manodopera, inoltre il clima spesso estremo non favoriva gli insediamenti, ma si riuscì comunque a fondarne uno nell’odierna Virginia, grazie ad un gruppo di inglesi, e che prese il nome di Jamestown. Gli inglesi partirono dalla costa più vicina all’Europa (la East Coast) respingendo progressivamente le popolazioni indigene verso ovest (il cosiddetto Far West). I nativi più combattivi, e anche i più numerosi, furono i Sioux e gli Apache, che si opposero con le armi, ma gli inglesi e poi gli americani, avrebbero risposto con una violenza sempre maggiore, spesso ignorando i trattati e arrivando persino a massacrare donne, vecchi e bambini inermi, come avvenne nella mattanza di Sand Creek, ad opera di John Chivington, e nel massacro di Wounded Knee. Ci furono anche delle vittorie, non molte, ma eccezionali, e la più importante dei nativi fu la celebre battaglia del Little Bighorn, dove Cavallo Pazzo, con l’aiuto di Toro Seduto, annientò il reggimento 7° cavalleria guidato dal generale George Armstrong Custer. I capi che resistettero strenuamente di più furono i celebri Conchise, il già nominato Toro Seduto e Geronimo, tra gli altri celebri capi del periodo si ricordano anche Piccolo Corvo, l’altro già citato Cavallo Pazzo, ma anche Nuvola Rossa, Capo Seattle, Capo Giuseppe, Uomo-Teme-I-Suoi-Cavalli e Pioggia Sulla Faccia. Nulla però valse la loro tenacia, alla fine delle ostilità in Nord America, i nativi rimasti in vita vennero rinchiusi nelle riserve e riuscirono ad ottenere pieni diritti, civili e politici, solo dalla seconda metà del XX secolo.

L’unico indiano buono è l’indiano morto.”
(Deputato James M. Cavanaugh)

Con il termine di “Guerre Indiane”, gli storici statunitensi descrivono tutta quella serie di conflitti, prima con i coloni, essenzialmente europei e poi con gli Stati Uniti, in opposizione ai popoli nativi del Nord America. Alcune di queste guerre furono provocate da una serie di atti legislativi, come l’Atto di Rimozione degli Indiani (vero e proprio atto di pulizia etnica contro i nativi), unilateralmente promulgate da una delle parti in causa e considerate alla stregua di una vera e propria guerra civile. I Sioux e gli Apache, scacciati anche dall’est e arrivati allo stremo della sopportazione, reagirono violentemente attaccando e uccidendo i civili, specie in risposta alle stragi indiscriminate ordinate dai generali statunitensi contro i loro accampamenti, e alla colonizzazione forzata dei loro territori. A quel punto, il presidente Ulysses S. Grant, si rivolse a Sheridan, sotto la spinta dei governatori delle pianure, ed egli ebbe carta bianca per qualsiasi tipo di azione. Sheridan durante l’inverno 1868-69 attaccò le tribù degli Cheyenne, dei Kiowa e dei Comanche nelle loro sedi invernali, tagliando i rifornimenti e il bestiame, arrivando persino ad uccidere tutti coloro che tentavano resistenza, conducendo infine i sopravvissuti nelle riserve. Questa strategia proseguì finché i nativi accettarono i trattati che erano stati costretti a sottoscrivere, seppure furono gli stessi bianchi che non li rispettarono in seguito. Ma le incursioni dei nativi proseguirono negli anni Settanta del XIX secolo e finirono solo ai primi degli anni Ottanta, allorché Sheridan divenne l’indiscusso comandante generale dell’esercito statunitense. In precedenza, vi erano state delle sanguinose rivolte nelle grandi pianure, e il numero di Sioux morti dopo la grande rivolta del 1862 (detta anche “Guerra di Piccolo Corvo”, dal capo che la guidò), rimane ad oggi ancora non documentato, anche se dopo questo episodio, 303 nativi furono accusati di assassinio e rapina dai tribunali americani, e successivamente condannati a morte.

Molte di queste condanne vennero commutate, anche se il 26 dicembre del 1862, il giorno dopo di Natale, a Mankato, in Minnesota, si andò a consumare quella che ad oggi rimane la più grande esecuzione di massa nella storia degli Stati Uniti, con l’impiccagione di ben 38 Sioux. Nel 1863 gli americani catturarono il vecchio capo Apache Mangas Coloradas, lo torturarono prima di ucciderlo, infine lo decapitarono e mutilarono, inviando il teschio addirittura al museo Smithsonian. Quest’atto considerato intollerabile da parte degli indiani, non solo per l’efferato omicidio, ma anche perché, nella religione Apache, un morto decapitato era costretto a vagare senza mai trovare la pace, scatenò la reazione dei nativi che sotto la guida di Cochise, genero del capo ucciso, iniziarono ad uccidere e mutilare i bianchi prendendo i loro scalpi. E tra un’efferatezza e l’altra, fu nel 1864, durante il caos della Guerra di Secessione Americana, che avvenne una delle battaglie indiane maggiormente degne di infamia, denominata a caso il Massacro di Sand Creek, quando una milizia locale, al comando di John Chivington (il quale sosteneva, badate bene, l’eliminazione dei nativi, e che essi andavano “scalpati tutti, grandi e piccoli”), attaccò un villaggio Cheyenne ed Arapaho situato nel sud-est del Colorado ed uccise e mutilò indistintamente uomini, donne e bambini. I soldati, molti dei quali ubriachi, stuprarono le donne e fecero il tiro a bersaglio con i bimbi. Seppure gli indiani di Sand Creek avevano avuto la rassicurazione dal governo degli Stati Uniti che avrebbero vissuto tranquillamente nella loro area, non fecero però i conti con il crescente odio della popolazione bianca locale nei loro confronti. Nel mentre imperversava la battaglia, anche se spesso sventolavano bandiere bianche in segno di resa e di pace, tra cui una bambina di sei anni, gli indiani furono abbattuti a vista e l’intero accampamento attaccato a tradimento, mentre i guerrieri maschi e i giovani erano in gran parte assenti (almeno 3/4 delle vittime furono vecchi, donne e bambini). Pochi alla fine opposero resistenza, tra l’altro inutile, i prigionieri vennero tutti fucilati, comprese le donne incinte e pochi furono i superstiti. L’ignobile Chivington fece prendere persino gli scalpi di molti nativi, e molti soldati asportarono addirittura parti di organi genitali per usarli come ornamenti; infine, Chivington fece esibire gli scalpi in pubblico come trofei a Denver.

I morti, ancora oggi di incerto numero, furono quasi 200 tra i nativi e 24 fra i militari, più un numero imprecisato ed alto di feriti. Vi furono anche alcuni soldati che si rifiutarono di parteciparvi, e la loro testimonianza fu utile per aprire delle indagini, anche se alla fine, nessuno venne mai condannato per tale crimine. Seppure vennero diffusi appelli pubblici contro altre simili carneficine nei confronti degli indiani, essi non fecero presa sulla popolazione. Gli indiani della zona, tra cui alcuni superstiti Cheyenne, organizzarono poi un gruppo di 1600 uomini e reagirono saccheggiando alcuni villaggi e distruggendo delle piste, nonché uccidendo molti coloni e soldati. Nel 1875 si verificò l’ultima vera guerra dei Sioux, quando la corsa all’oro nel Dakota arrivò alle Black Hills, le Colline Nere, territorio ritenuto sacro dai nativi americani. L’esercito statunitense non precluse ai minatori l’accesso alle zone di caccia Sioux, inoltre, quando venne chiamato ad attaccare delle bande indiane che stavano cacciando nella prateria, come loro concesso dai precedenti trattati, intervennero immediatamente. Nel 1890, nella riserva settentrionale dei Lakota, a Wounded Knee nel Dakota del Sud, il rituale del movimento religioso della “Danza degli Spiriti”, portò l’esercito a tentare di sottomettere la popolazione nativa. Durante l’assalto vennero uccisi più di 300 nativi americani, per la maggior parte ancora una volta anziani, donne e bambini. Alla notizia dell’assassinio di Toro Seduto, che ormai aveva deposto le armi e lavorava persino in un circo, la tribù di Miniconjou guidata da Big Foot (Piede Grosso) partì dall’accampamento sul torrente Cherry per recarsi a Pine Ridge, sperando nella protezione di Nuvola Rossa. Il 28 dicembre furono intercettati da quattro squadroni di cavalleria del reggimento, agli ordini di Samuel Whitside, il quale aveva ricevuto l’ordine di condurli in un accampamento di cavalleria sul Wounded Knee. 120 uomini e 230 tra donne e bambini furono portati sulla riva del torrente, accampati e circondati da due squadroni di cavalleria e sotto il costante tiro di due mitragliatrici.

Il comando delle operazioni fu preso dal colonnello James Forsyth e l’indomani, gli uomini di Piede Grosso, ammalatosi nel frattempo di una grave polmonite, furono disarmati. Coyote Nero, un giovane Miniconjou sordo, tardò sfortunatamente a deporre la sua carabina Winchester, fu circondato dai soldati e, nel mentre deponeva l’arma, partì un colpo a cui seguì un massacro indiscriminato. Il campo venne falciato dalle mitragliatrici e i morti accertati furono 153, anche se secondo una stima successiva, dei 350 Miniconjou presenti ne morirono quasi 300. Ma i morti quanti sono stati? Basandosi sulle stime di un censimento del 1894, lo studioso Russel Thornton è riuscito ad estrapolare alcuni dati essenziali per capire la portata del fenomeno. Dal 1775 al 1890 almeno 45.000 nativi nordamericani e 19.000 bianchi avrebbero perso la vita, una stima che include da ambo le parti donne, vecchi e bambini, poiché durante gli scontri di frontiera o gli agguati, la violenza dei combattimenti era perpetrata con inaudita violenza, senza risparmiare le vite civili da ambo le parti. A queste cifre va aggiunto anche un ulteriore e spaventoso numero, dal momento che una parte degli indiani venne decimata mediante la sterilizzazione, spesso coatta, attuata con l’inganno e soprattutto le minacce, arrivando a coinvolgere 85.000 uomini e donne nativi. Inoltre, un considerevole calo demografico è continuato anche nella prima e seconda metà del XX secolo, a seguito dell’emarginazione e la segregazione razziale. Solo a partire dagli anni 1960 e soprattutto da dopo il 1970, grazie ad una maggiore consapevolezza civile, il pacifismo, un crescente movimento originatosi dalle controculture beat e hippy, le molte lotte per i diritti civili, e soprattutto i movimenti a favore dei cittadini afroamericani, etnia divenuta numericamente rilevante a seguito dello schiavismo, mutuarono una visione sempre più condivisa da buona parte della popolazione a favore di qualsiasi gruppo etnico. E fu così, che i nativi nordamericani, ormai diventati numericamente esigui, contribuirono con rinnovato spirito di iniziativa alla presa di coscienza con azioni di protesta e denuncia degli abusi. La cultura mainstream testimoniò questi cambiamenti attraverso la musica, la letteratura, soprattutto nel cinema, dove per la prima volta non venne più descritto lo stereotipo dell’indiano arretrato, cattivo e assetato di sangue, ma parte di una grandiosa cultura tutta da riscoprire.


Le riserve indiane

La maggior parte degli indiani sopravvissuti visse nelle riserve indiane (inizialmente concepite come dei veri e propri campi di concentramento), dove poterono mantenere i loro costumi, anche se in molti decisero di trasferirsi a vivere nelle città, e nelle quali in pochi riuscirono a ricoprire importanti ruoli pubblici e amministrativi. Theodore Roosevelt, ad esempio, diede un simbolico riconoscimento a Geronimo, permettendo all’anziano capo di cavalcare in abiti tribali durante la parata inaugurale del suo mandato presidenziale del 1905. Nel 1924 i nativi, timidamente, videro aprirsi le porte ad una conciliazione e furono autorizzati ad integrarsi, oltre a venirgli concesso il diritto di voto, seppure fossero ancora soggetti alla segregazione razziale e che colpiva indistintamente anche altri gruppi, come i neri e tutti i non “bianchi”. Sarà il Civil Rights Act del 1964 e del 1968, fortemente voluto dal presidente Lyndon Johnson, a rimuovere le leggi razziste e anticostituzionali dei singoli stati, portando pari dignità, diritti e riconoscimenti. Si sono comunque avute numerose proteste anche negli anni successivi, sia da parte dei nativi che dei loro simpatizzanti, specie per il mancato rispetto dei trattati, dei pari diritti e delle richieste politiche e sociali disattese. Celebre, nel 1973, fu il rifiuto di ritirare il Premio Oscar da parte dell’attore Marlon Brando, che aveva vinto per la sua interpretazione di don Vito Corleone nel film “Il Padrino” di Francis Ford Coppola, come segno di protesta, e inviando a ritirarlo una giovane attivista di origine Apache, Sacheen-Littlefeather (“Piccola Piuma“), che lesse un comunicato dell’attore dove spiegava le sue motivazioni. Nel 1980, gli Oglala/Sioux ottennero una vittoria, un risarcimento di 100 milioni di dollari per la perdita del territorio delle Black Hills, ma i risarcimenti successivi furono rari e spesso inesistenti. Fu per questo motivo, insieme a moltissimi altri, che nel 2007, alcuni Lakota/Sioux appartenenti ad una frangia minoritaria dell’American Indian Movement e guidati da Russell Means, hanno chiesto la secessione della loro “nazione“, comprendente cinque stati federati, dagli Stati Uniti. In seguito a questa azione politica e dichiaratamente nonviolenta, sempre per gli stessi motivi, è stata proclamata la nascita anche di uno Stato non riconosciuto, la Repubblica Lakota.