“Gli Aghori, la Setta più estrema dell’India” di Federico Bellini

Nell’antichissima città indiana di Benares (la lucente Città di Shiva) arde da millenni un Fuoco Sacro che non può estinguersi, teatro incessante delle pire funebri, molteplici e perenni, disposte lungo le sponde del fiume Gange. Il Manikarnika Ghat (detto anche Mahasmashan) è il più grande campo di cremazione della città, ed è uno dei luoghi più sacri di tutta l’India; bruciare al Manikarnika il proprio Corpo Fisico, giunto ormai al termine della sua esistenza, è una delle massime aspirazioni di ogni induista. Pensate che da ogni parte dell’India, centinaia di persone, sovente anziane e malate, si recano in questo luogo ogni giorno, ad attendere serenamente la propria morte, mentre dai treni vengono scaricati continuamente corpi privi di vita, giunti da lontano, per poter essere arsi con il Fuoco Sacro di Benares. Ed in questo luogo saturo di morte, dall’odore acre delle cremazioni, dal denso fumo che si innalza verso il Cielo, dove grossi uccelli si contendono brandelli di carne ed ossa umane, e dove le caste si annullano perché qualsiasi uomo o donna diventa cenere, si possono scorgere gli Aghori in Meditazione accanto alle pire. Dal sanscrito “Ghora”, che significa “tenebra, oscurità, ignoranza”, – con l’aggiunta della A privativa (“Aghora”), che diventa così mancanza di oscurità, dissolvimento delle Tenebre e dell’ignoranza verso la Luce -, si condensa tutta la filosofia di vita di questi Sadhu, gli “asceti” che per raggiungere la purificazione e la “Verità Suprema“, hanno scelto di intraprendere una singolare condotta di vita.

Iniziatore di questa Filosofia, si dice, sia stato il divino Shiva, e che poi fu ripresa da Dattatreya e reintegrata nel diciassettesimo secolo da Baba Kina-Ram (Kinaram) o Baba Keenaram. Quest’ultimo nacque nel 1536 nel villaggio di Ramagarh, vicino Benares, dove da tutti è considerato un “Maestro Illuminato“. A dodici anni si racconta che fu costretto a sposarsi, secondo i costumi dell’epoca, e tre giorni prima delle nozze volle mangiare un piatto di riso bollito nel latte, pietanza tradizionalmente consumata in occasione delle ricorrenze funebri e considerata di cattivo auspicio. Il giorno seguente, infatti, la famiglia del giovane ricevette la notizia del decesso della fanciulla che gli era stata promessa in sposa. Anni più tardi abbandonò la casa di famiglia e vagò errando solitario, finché giunse al villaggio di Gazipur, dove risiedeva il santo Shivaram della “Setta dei Ramanuja“, e decise di dedicare sé stesso al servizio del Guru. Dopo alcuni dissidi sulle scelte del proprio Maestro, anni più tardi scelse di andarsene anche da qui, errando senza meta, alla ricerca di un nuovo Guru. Giunse così al villaggio di Naidih dove conobbe un’anziana donna che sedeva solitaria, piangendo, e quando le chiese il motivo di tale disperazione, lei gli raccontò che gli uomini dello Zandimar gli avevano rapito il figlio, il quale non era riuscito a pagare loro le tasse.

Kinaram si recò, quindi, al palazzo nel quale era tenuto prigioniero il giovane e chiese la sua liberazione, ma lo Zandimar rispose che avrebbe acconsentito in cambio di un riscatto in oro, a quel punto Kinaram chiese ai guardiani del palazzo di scavare la terra sotto i piedi del giovane prigioniero, trovandovi un immenso tesoro. Fu così che il ragazzo venne liberato e poté di nuovo raggiungere la madre, che convinse della sua decisione di voler seguire Kinaram come fedele discepolo, iniziando a viaggiare insieme. Dopo una lunga serie di vicissitudini ed esperienze fuori dal comune si incamminarono verso Benares. Dopo aver raggiunto il campo di cremazione di Harishchandra Gath, qui incontrò un’asceta Aghora di nome Baba Kaluram, il quale era solito parlare con i corpi che aspettavano di essere cremati sulla pira, e quando vide Kinaram, gli disse di essere affamato e di procurargli un po’ di pesce. Kinaram si rivolse al Gange, chiedendogli un pesce, e un grosso esemplare saltò fuori dalle acque, cadendo a riva, e dopo averlo arrostito lo mangiarono insieme. Fu mentre stavano mangiando che Kaluram osservò un corpo senza vita galleggiare nel fiume, e rivolgendosi a Kinaram, il quale credeva fosse vivo, lo sfidò: doveva dimostrargli che quel corpo era vivo davvero. A quel punto Kinaram urlò verso quel corpo, questi galleggiò sin verso di loro, poi si alzò in piedi sulla riva e si accorsero che era un giovane ragazzo, al quale ordinò poi di tornarsene a casa; il giorno seguente si presentò loro la madre del ragazzo che aveva riportato in vita, dicendogli che da quel momento gli sarebbe appartenuto come suo discepolo.

A quel punto Baba Kaluram gli rivelò la sua reale “Forma Divina“, iniziandolo alla tradizione Aghora. Baba Kinaram prese dimora vicino Benares sino alla morte, sopraggiunta nel 1714 circa all’età di centocinquantuno anni, non prima, però, di aver portato a termine un libro con all’interno raccolti tutti i suoi pensieri e le memorie, il Vivekshar. La natura di un Aghora è accostabile a quella del Fuoco, il quale non discrimina, specie nessuna Forma o Corpo, e che con le sue fiamme ardenti brucia qualsiasi cosa, pura o impura. La “via da percorrere“, per questi Asceti, coltiva perciò un modello di vita totalmente anti-discriminatorio, oltre ogni concetto di dualismo e catalogazione. Così come la natura del Fuoco è quella di bruciare e purificare, anche l’Aghora svolge tale compito cercando la purificazione nella Mente e nello Spirito attraverso le loro pratiche. Distinti in due categorie, i Nirvani, sono i rinunciatari dei beni materiali e dediti alla pratica solitaria in luoghi atipici come i campi crematori, mentre i Gharbari, sovente sposati con famiglia, possono condurre le loro pratiche tra le mura di casa. Tra le loro abituali pratiche vi è quella di strofinare le mani sulla terra appena alzati al mattino, in quanto credono di assorbire così le “Energie” che provengono dalla “Madre Terra“, così come recitano i loro Mantra ogni volta che siedono sul proprio letto, non meditando su nulla, ma ripetendoli per centinaia di volte. Generalmente cercano di condurre una vita senza affannarsi inutilmente, seppure al tempo stesso tentano di non rimanere in nessun modo inattivi.

I luoghi di meditazione prediletti sono cinque: l’Albero di Peeppali (ficus religiosa), il Tappeto di Erba Moonj (saccharum bengalensis), il Letto di una Prostituta, il Letto della propria Moglie ed il Campo di Cremazione (smashan). Spesso nudi, indossano dei vestiti di lino rosso, che sta ad indicare l’Energia Creativa Femminile, mentre durante i periodi dove più intense sono le pratiche spirituali, indossano un vestito blu o nero, che a loro dire li protegge dalle Energie che potrebbero ostacolarli nel raggiungere i propositi prefissati, mentre trasceso il periodo “intenso”, è consentito loro di indossare vestiti bianchi e che rappresentano la Coscienza Purificata. Si nutrono di qualsiasi tipo di carne, persino umana, sovente cadaveri o pezzi di cervello estratti dai crani con i quali stanno sempre a stretto contatto (i teschi umani sono anche le loro ciotole per il cibo o il bicchiere in cui bevono). Fanno uso di alcolici, cannabis, hashish, durante alcuni rituali assumono atteggiamenti che, per la società indiana, possono essere considerati estremamente impuri, come avere rapporti sessuali (non di rado incestuosi), con donne durante il ciclo mestruale, o assumono oralmente feci, urina, e persino pezzi di carne in decomposizione.

I cadaveri sono una costante delle loro pratiche, tanto che è loro abitudine meditare adagiati ad essi mentre sono in putrefazione, o essere circondati da simboli di morte, o come Shiva nel suo aspetto più terrifico, amano vagare tra le pire funerarie, cospargersi delle ceneri, adornarsi di frammenti umani raccolti tra i cumuli di cenere o delle ossa calcificate, etc. Vita e Morte, Sacro e Profano, Morale ed Immorale, Bene e Male, per loro sono illusioni o convenzioni umane frutto della Maya e che devono essere distrutte, sovrastrutture psicologiche che solo i “taboo” possono aiutare ad infrangere. A causa della loro natura così atipica, il cammino da loro intrapreso è riservato a pochissime persone, per questo motivo, gli Aghori, sono pochi, contati in tutta l’India al massimo in un centinaio di individui, con il nucleo più attivo che gravita attorno all’ashram di Kinaram, vicino le pire funebri di Benares. Luogo ammantato anche di mistero, dal momento che molte persone affermano che essi siano capaci di interagire con gli Spiriti dei Morti, dialogando con loro grazie ad arti magiche di cui sarebbero grandi conoscitori, come non poche persone affermano di averli visti riportare in vita alcuni defunti…