“Quando i Cuori sono intrisi di Tenebra” di Federico Bellini

[Nell’immagine Leopoldo II del Belgio]

Cuore di Tenebra” (Heart of DarknessIl Cuore dell’Oscurità) è un romanzo breve di Joseph Conrad[1] pubblicato nel 1902, anche se apparve qualche anno prima, nel 1899 in un magazine diviso in episodi. Ancora oggi viene considerato uno dei più importanti classici della letteratura del XX secolo, non solo per il suo contenuto letterario per l’epoca innovativo, ma perché ha lasciato un’impronta così forte e tangibile da ispirare numerose opere apparse negli anni successivi, sino ad oggi. Al romanzo di Conrad è liberamente ispirato il film “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola[2]. ambientato in Vietnam al tempo della guerra, e seppure gli ambienti e il contesto siano ben diversi, i parallelismi con il romanzo sono così numerosi e ben riconoscibili: in entrambe le storie c’è la risalita di un fiume alla ricerca di un personaggio di nome Kurtz, così come nel monologo finale si scorge lo stesso errore commesso dal Kurtz di Conrad con quello di Coppola. Il protagonista, ormai impazzito, non si chiede più se le sue azioni siano giuste o sbagliate (e quindi coerentemente non ammette di poter essere giudicato), ma si limita ad usare la sua folle onnipotenza per perseguire con qualunque mezzo i fini che si è prefissato. Entrambi si rendono conto della mostruosità che si cela nella “volontà di potenza” (l’illuminazione avviene nel monologo di Kurtz nel film di Coppola, dopo la vicenda dell’amputazione da parte dei Vietcong, delle braccia dei bambini vaccinati dagli americani), e pertanto, avendo aderito con coscienza a quell’orrore, si lascia uccidere, mentre il Kurtz di Conrad accetta di fuggire e di morire di morte naturale, rendendosi conto, solo all’ultimo momento, degli errori commessi nella sua vita. In questo contesto si palesa una metafora in cui la “volontà di potenza” dell’occidente, – pur continuando a sopravvivere attraverso i secoli nei mutati contesti storici, nel desiderio di lasciarsi alle spalle il “vecchio”, giudicandolo sbagliato e in quanto tale “eliminandolo” con ogni mezzo possibile -, ricerca nel “più giusto” una valida sostituzione che, attraverso il gioco delle apparenze serve soltanto a perpetuare un’ulteriore estremo tentativo di onnipotenza, essenza più vera delle tante “maschere ideologiche” di cui si è vestita l’intera cultura occidentale, passata, presente e futura.

All’inizio del racconto, a bordo di uno yacht di nome Nellie ancorato in un porto lungo il Tamigi, cinque membri dell’equipaggio attendono la marea favorevole per poter prendere il largo. È sera, uno di loro, un vecchio marinaio di nome Marlow, prende la parola e comincia a raccontare di un viaggio che molti anni prima aveva fortemente voluto per entrare in contatto con un continente, per quell’epoca ancora misterioso e pieno di fascino: l’Africa nera. Addentratosi nel continente dopo un lungo viaggio, giunge alla sede della Compagnia che lo aveva assunto e i cui interessi erano basati sulla razzia di avorio, materiale molto ricercato in Europa a fine Ottocento. La base principale della Compagnia, se così si può chiamare il cumulo di baracche che lo accoglie, è inospitale ed inefficiente, gestita da equivoci personaggi tutti invidiosi di un misterioso Kurtz, il quale sembra essere l’unico in grado di procurare ingenti e costanti quantitativi del prezioso materiale. Di Kurtz però non si hanno notizie certe da tempo e la sua base, vera destinazione di Marlow, è molto all’interno della inestricabile e malsana foresta ed è raggiungibile solo via fiume. Marlow parte, quindi, a bordo di un rattoppato battello a vapore con altri coloni e indigeni cannibali assunti e pagati con un sottile filo d’ottone, lungo non più di trenta centimetri. Risalendo faticosamente il fiume, Marlow ha l’impressione di ripercorrere il tempo e lo spazio sino a giungere ad epoche remote e selvagge. Arrivato finalmente a destinazione, la base di Kurtz sembra essere un luogo di inenarrabili e truculenti fatti. Gli occupanti del battello si scontrano con la primordiale ostilità degli indigeni, che hanno fatto di Kurtz una specie di divinità, ammaliati dal suo aspetto, dalla sua determinazione feroce e priva di scrupoli e soprattutto dalla sua voce, anche se ormai Kurtz è molto malato, quasi in fin di vita e forse in preda alla follia. Marlow rimane affascinato dal personaggio senza essere in grado di darsi una vera spiegazione. L’unica cosa da fare in quel frangente è caricare Kurtz per riportarlo a casa. Cosa che avviene non senza difficoltà. Nel viaggio di ritorno Kurtz muore, ma prima di morire pronuncia la celebre frase «L’Orrore! L’Orrore!», e consegna a Marlow un pacco contenente delle lettere e la foto di una giovane donna. Marlow, ritornato a Londra, va a incontrare la vedova (lei si ritiene tale, pur essendo solo la fidanzata di Kurtz). Ma non ha il coraggio di rivelarle la vera natura dell’uomo che lei crede un modello di perfezione e quindi le mente, dicendole che le ultime parole di Kurtz sono state per lei…

(Marlon Brando interpreta Kurtz nel film “Apocalypse Now)

La critica di Conrad è palese, con questo romanzo attacca il colonialismo attuato mediante le barbarie e le razzie compiute dalle potenze occidentali di fine XIX secolo, nei confronti del continente africano e delle sue popolazioni indigene. Ma oltre questa fortissima critica c’è anche una ricerca più profonda sul concetto e il significato di Male, che specie la società occidentale non accetta come propria, proiettandola sempre sulle culture altrui e ritenute “Aliene”, dimostrando così, de facto, di esserlo a sua volta. Marlow parte da Londra per raggiungere il cuore dell’Africa più nera nella quale troverà un’oscurità e un Male che non è del Congo, ma della stessa Londra e dell’intera società occidentale. La metafora del viaggio circolare del protagonista ne è la chiara dimostrazione, come lo è la spirale composita dalla sete di potere, sia economico, politico e religioso, o il fascino dell’orrido, perpetrato mediante il cannibalismo, fenomeno frequente nelle spedizioni avventurose dell’epoca, probabilmente praticato anche da Kurtz insieme al sesso più perverso, tutti tabù dell’epoca vittoriana e che saranno fioriera di repressioni mostruose. E quando Marlow rientra a Londra, e mente alla fidanzata di Kurtz, dicendole che le sue ultime parole erano state nei suoi confronti, in realtà dimostra che non ha la forza di rivelare che la vera oscurità appartiene all’occidente, che sfrutta, distrugge le altre culture, mascherandola con missioni create per portare la luce, la pace, l’innovazione e il progresso: la Civilizzazione! Kurtz sostiene che è dovere delle società avanzate dell’Europa portare la cultura e il progresso nei paesi sottosviluppati, e seppure sembrino all’apparenza belle parole, dietro di esse vi si nasconde solo il desiderio di ricchezza e di potere, raggiunto con ogni mezzo; la “dominazione su tutto”.

Ma Kurtz quanti volti ha assunto nel corso delle varie epoche storiche?

Molti, troppi, e uno di questi è stato il volto di Leopoldo II del Belgio (Léopold Louis Philippe Marie Victor de Saxe Cobourg-Gotha, in fiammingo Leopold Lodewijk Filips Maria Victor de Saxe Cobourg-Gotha) nato a Bruxelles il 9 aprile 1835 e qui morto il 17 dicembre 1909, principe del Belgio, duca di Brabante, e re dei Belgi dal 10 dicembre 1865 fino alla sua morte. Figlio secondogenito di Leopoldo I del Belgio e della sua seconda moglie, la principessa francese Luisa d’Orléans, figlia del re Luigi Filippo di Francia. Suo fratello maggiore, Luigi Filippo, morì dopo pochi mesi dalla nascita nel 1834, e pertanto Leopoldo divenne erede al trono. All’età di nove anni ottenne il titolo di duca di Brabante, nel 1848, pur non affrontando in Belgio i problemi della rivoluzione del 1848, assistette impotente alla caduta di suo nonno Luigi Filippo dal trono di Francia, e al suo successivo rifugio in Inghilterra. Nel 1853 si sposò con Maria Enrichetta d’Asburgo-Lorena, figlia dell’arciduca Giuseppe Antonio Giovanni d’Asburgo-Lorena, e per quanto giudicata una delle più belle principesse d’Europa, il matrimonio non fu per lui motivo di personale soddisfazione coniugale. La sua carriera pubblica iniziò solamente nel 1855 quando divenne membro del Senato, evidenziando ben presto un punto critico per l’epoca, specie per uno Stato da poco formatosi come il Belgio, desideroso di esaltare la sua rinnovata potenza al pari delle altre potenze europee, tra le quali la mancanza di un impero coloniale, obbiettivo che divenne il punto focale di tutta la sua vita. Nel 1865, alla morte del padre, ascese al trono e sebbene fosse avverso al partito cattolico al governo, in politica interna intervenne solo dal punto di vista militare, sia per mantenere la storica neutralità del Belgio (in un periodo di coalizioni opposte ai grandi stati europei), sia per garantire anche una certa prosperità culturale ed economica. Il suo regno fu tuttavia segnato dalla moderazione negli affari interni, tanto che il seguente governo laburista, dal 1885, avviò delle riforme radicali da lui appoggiate e che migliorarono le condizioni di lavoro e sociale della nazione.

Leopoldo II era percepito da molti Belgi come il “Re Costruttore”, poiché commissionò un gran numero di edifici e progetti urbanistici, tanto che ancora oggi viene ricordato per queste opere o per la bella vita della società aristocratica dell’epoca a cui si dedicava. Ma tutta questa occidentale “normalità” si rivelò ben presto essere solo illusoria, perché quando iniziò ad interessarsi attivamente alla causa del colonialismo a favore della sua nazione, dal 1866, le cose cambiarono. Dopo alcuni iniziali insuccessi in Asia, rivolse la sua attenzione all’Africa. Nel 1876 organizzò, quindi, una compagnia privata con finti scopi scientifici e filantropici che chiamò “Società Africana Internazionale” o “Associazione Internazionale per l’Esplorazione e la Civilizzazione del Congo”. Nel 1878 venne addirittura ingaggiato il famoso esploratore Henry Stanley, per formare una colonia nel Congo in un’area geografica settantasei volte più grande dello stesso Belgio, la cui colonia fu ufficialmente istituita a partire dal 5 febbraio 1885, divenendo, dopo i vari riconoscimenti internazionali lo Stato Libero del Congo, facendone Leopoldo II il proprietario indiscusso sino al 1908. Conquistò, pertanto, la supremazia sul Congo con l’appoggio di gran parte delle potenze europee, e i profitti che ottenne dalla regione portarono ad un maggiore interesse per l’Africa, così come ad un aumento della competizione per accaparrarsi i suoi territori.[3] Raggiunti i suoi scopi e la sicurezza, avviò la sua opera di sfruttamento totale, ricavando dal Congo una grandissima fortuna, inizialmente con l’esportazione di avorio, poi forzando la popolazione locale a trarre gomma dalle piante. Per quest’ultimo scopo vennero requisiti interi villaggi per farne luoghi di deposito e lavorazione della gomma, causando la morte di 10 milioni di congolesi su un totale di 25 milioni di abitanti, un’azione così scandalosa e orribile che ancora oggi viene ricordata come uno dei crimini internazionali più infamanti del XX secolo, tanto che portò lo stesso sovrano a cedere la sovranità dello stato e la sua amministrazione al governo belga, che resse la colonia ancora per un altro mezzo secolo successivo.

Udite le urla dello spettro di Leopoldo / Che arde all’Inferno per il gran numero di mutilati / Sentite come i demoni sghignazzano e gridano / Tagliandogli le mani, giù all’Inferno.” Così scriveva il poeta mistico americano Vachel Lindsay, commentando i suoi atroci crimini. Resoconti di sfruttamento selvaggio e diffuse violazioni dei diritti umani, inclusa la schiavitù, le mutilazioni, etc. (peggiorate da frequenti epidemie di vaiolo e di altre malattie, tra cui la malattia del sonno), portarono alla nascita di un movimento internazionale di protesta già nei primi anni del Novecento. Leopoldo, quindi, divenne ben presto una figura oscura a causa delle uccisioni di massa e delle violenze perpetrate nella popolazione congolese, tanto che uno storico britannico arrivò a dichiarare: “fu un Attila in vesti moderne, e che sarebbe stato meglio per il Mondo che non fosse mai nato.” Il missionario John Harris di Baringa, fu talmente scioccato da ciò che vide in Congo che si fece coraggio per scrivere all’agente di Leopoldo nello Stato, riportando: “Sono appena tornato da un viaggio nella parte interna del paese, diretto al villaggio di Insongo Mboyo. La miseria più abbietta e l’abbandono totale di quelle terre sono indescrivibili. Pertanto, mi sono rivolto a voi Eccellenza perché vi facciate promotore affinché tali atrocità abbiano fine, e mi sono preso la libertà di promettere che in futuro punirete giustamente solo i criminali che abbiano commesso dei crimini“. Persino il Kaiser Guglielmo II di Germania, una volta, descrisse il suo reale collega come un “uomo completamente cattivo.” Leopoldo era uno degli uomini più ricchi dell’epoca, ma nonostante tutto, ebbe ben presto delle difficoltà ad affrontare le ingenti spese del nuovo Stato, per questo istituì un regime coloniale brutale e disumano, volto alla massimizzazione dei profitti. La prima azione fu l’introduzione del concetto delle “terres vacantes”, ovvero delle terre sulle quali non viveva alcun europeo, dichiarandole proprietà dello Stato e incoraggiandone lo sfruttamento. Poi, suddivise l’immenso territorio in due aree economiche, la zona di commercio libero e aperta a commercianti di tutti gli stati europei, incentivati ad acquistare concessioni di monopolio della durata di 10 o 15 anni; l’altra zona, costituita dai due terzi del paese, divenne così dominio privato dello stato, e quindi una proprietà dello stesso Leopoldo.

Il nuovo Stato divenne autosufficiente, specie da un punto di vista finanziario, ma non riusciva ancora a pagare i vari debiti di Leopoldo, che, nel 1893, arrivò a prendersi circa 259.000 chilometri quadrati dalla zona di commercio libero, dichiarandola dominio della corona, convogliando così tutti i profitti direttamente alla sua persona. Nel tempo aumentò anche la pressione affinché crescessero i profitti, portando, inoltre, alla riduzione dello stipendio agli ufficiali di distretto, integrato con delle commissioni basate sui profitti ricavati dalla loro area di competenza. Per ottenere il raggiungimento delle quote fu costituita la Force Publique (F.P.), un’armata creata per terrorizzare la popolazione. Gli ufficiali erano funzionari dello Stato mentre le truppe erano composite da membri delle tribù dell’alto corso del Congo, o da ragazzini rapiti, portati nelle missioni cattoliche dove veniva loro impartito un addestramento militare in condizioni simili a quelle di veri e propri campi di concentramento. Attrezzati di armi moderne, la guardia così costituita, andava di villaggio in villaggio a catturare, torturare (soprattutto le donne), bruciare le case di coloro che erano recalcitranti ad andarsene, ma soprattutto ad amputare le loro mani, le quali divennero ben presto un macabro trofeo da mostrare agli ufficiali che, nel timore che i subordinati potessero sprecare munizioni per la caccia, chiedevano una mano umana per ogni proiettile sparato! Bambini, donne e i relativi mariti e padri, che non avevano raggiunto la quota di raccolta gomma, venivano puniti col taglio di entrambe le mani; i lavoratori che non riuscivano a raccogliere le quote richieste di gomma, venivano spesso puniti, sempre con il taglio delle mani; per il mancato raggiungimento della propria quota di gomma c’era infine la pena di morte, forse la meno atroce di tutte in tanto orrore. E al contempo, alla Force Publique era richiesto di riportare le mani mutilate dei corpi delle vittime come prova dell’esecuzione, dato che si sospettava che le munizioni importate a caro prezzo dall’Europa, venissero usate per uccidere gli animali per sfamarsi.

Viene da sé pensare che, come conseguenza, le mancate quote di gomma erano pagate in mani umane usate a tutti gli effetti come macabra moneta di scambio. A volte, le mani, venivano raccolte dai soldati della Force Publique, a volte dagli stessi villaggi, come a ridosso del ritiro della gomma da parte dei belgi, quando in un villaggio ci si rendeva conto di non aver raggiunto la quota richiesta, si scatenavano guerre feroci tra gli stessi villaggi del Congo per mietere ulteriori vittime e staccargli loro le mani per compensare i mancati introiti… Un ufficiale minore descrive così un raid, comandato da un ufficiale di pelle bianca: “ci ordinò di tagliare le mani degli uomini e di appenderle sulle palizzate che circondavano il villaggio… e di impalare le donne e i bambini in forma di croce.” Un missionario danese, dopo aver assistito all’omicidio di un congolese, scrisse: “Il soldato mi disse: ‘Non se la prenda troppo a cuore, loro (i belgi) ci ammazzano se non portiamo loro la gomma. Il Commissario ci ha promesso che se avremo molte mani abbrevierà il nostro turno.” Lo storico Peter Forbath descrisse la situazione: “Il cesto delle mani mutilate, gettato ai piedi del comandante europeo del posto, divenne il simbolo dello Stato Libero del Congo… la consegna delle mani mutilate si sostituì alla raccolta della gomma. I soldati della Force Publique portavano le mani mozzate al posto della gomma: spesso uscivano a mietere mani invece di portare la gomma… le mani mozzate erano diventate una sorta di moneta. Venivano consegnate per compensare il calo delle produzioni… e ai soldati della Force Publique venivano pagati i bonus in base alle mani che portavano.” Ogni mano destra dimostrava una morte ed i soldati spesso “truffavano”, semplicemente tranciando la mano alla vittima e lasciandola al suo destino, viva o morta che fosse. Più di un sopravvissuto raccontò di essere sfuggito ad un massacro fingendosi morto, non muovendosi persino mentre le sue mani venivano mutilate, aspettando poi l’allontanamento dei soldati prima di cercare aiuto. E pensate che in alcuni casi, in base alle mani consegnate, il servizio di ferma militare poteva essere “scontato”, ovvero, i militari che portavano più mani rispetto agli altri, ricevevano un’abbreviazione del servizio militare, cosa che incrementò la diffusione della pratica delle mutilazioni e degli smembramenti.

Ma la speranza arrivò da una donna, una missionaria inglese la quale possedeva uno schiavo congolese che un giorno le portò la mano e il piede amputato della figlia. La donna, sconvolta, scattò delle foto che fecero il giro del Mondo, iniziando così quel movimento che portò a fermare lo sfruttamento e i massacri. L’insieme dell’accrescersi dei debiti di Leopoldo e l’aumento della concorrenza, resero la sua dittatura vulnerabile, iniziarono a circolare voci sui metodi disumani utilizzati da Leopoldo e dai Belgi tramite un’impressionante campagna atta a screditare la sua reputazione. Per un decennio il sovrano riuscì a controllare la situazione, poi crollò tutto. Il 15 novembre del 1908, quattro anni dopo il “Rapporto Casement”, e sei anni dopo la pubblicazione di “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad, il parlamento del Belgio rilevò l’amministrazione dello Stato Libero del Congo che divenne così il Congo Belga. Per Leopoldo, alla fine, non fu una gran perdita, perché dopotutto era ancora il Re del Belgio, e di conseguenza anche del Congo Belga. Leopoldo morì un anno dopo, il 17 dicembre 1909 a Laeken[4], e la sua salma fu sepolta nella cappella reale della Chiesa di Nostra Signora di Laeken a Bruxelles, lasciando la corona al nipote Alberto. Eppure, non è vero che dalla Storia impariamo a non commettere più i nostri errori, perché tali azioni perpetrate dai Belgi, decenni più tardi, contribuirono a dare inizio al “Genocidio del Ruanda“, uno tra i più sanguinosi episodi della storia dell’Africa del XX secolo, un evento orribile e di una tale portata che dal 6 aprile, sino alla metà di luglio del 1994, per ben 100 giorni, portò al massacro sistematico di quasi 1 milione di persone. Le vittime furono prevalentemente di etnia Tutsi, corrispondenti all’epoca al 20% della popolazione, ma le violenze finirono per coinvolgere anche gli Hutu moderati appartenenti alla maggioranza del paese.

Tra le molte assurdità di questo genocidio, vi è un odio razziale di fondo ed inter-etnico fra gli Hutu e i Tutsi, e che rappresenta uno dei lasciti più controversi del retaggio coloniale belga. La longa manus di Leopoldo II del Belgio doveva continuare a mietere vittime anche a dopo quasi 100 anni dalla sua morte, perché tra le scomode eredità da lui lasciate in Africa centrale, c’era anche quella che permise all’amministrazione coloniale del Belgio, a lui succedutagli, di trasformare nel 1926, una semplice differenza socio-economica (gli Hutu erano agricoltori, mentre i Tutsi allevatori) in una differenza razziale basata sull’osservazione dell’aspetto fisico degli individui. I Belgi osservarono che i Twa, un terzo gruppo etnico della regione, corrispondente ad appena l’1% della popolazione, sono di bassa statura (come i pigmei), gli Hutu di media altezza, e i Tutsi di maggiore altezza e con i lineamenti del volto più sottili. Furono i Belgi stessi a fomentare ed ingigantire questa distinzione, facendo poi dei Tutsi la popolazione “ricca” e al potere, a discapito degli Hutu, i poveri che dovevano subire le loro vessazioni: «Nel 1959-1962, sempre tramite l’aiuto dei Belgi, gli Hutu presero il potere dopo rivolte e massacri, iniziando di fatto la lunga persecuzione dei Tutsi, i quali fuggirono nei paesi limitrofi, soprattutto l’Uganda. Nel 1966 in Burundi una serie di colpi di stato alimentato dalle due etnie, si concluse con la presa del potere dell’aristocrazia Tutsi; nel 1972 un tentativo di colpo di stato Hutu portò ad una violenta reazione del governo, e che si concluse con lo sterminio di 200.000 Hutu. Nel 1973 in Ruanda, il generale Hutu, Juvénal Habyarimana organizzò un colpo di stato ed instaurò un regime autoritario due anni più tardi. Nel 1988, nel Burundi, i continui e sanguinosi scontri portarono ad una guerra civile con il Ruanda, facendo così migrare un milione di profughi nei paesi vicini. Nel 1990, il Fronte Patriottico Ruandese (RPF), gruppo politico-militare nato nella comunità Tutsi rifugiatasi in Uganda, tentò il colpo di stato in Ruanda ed alimentò una guerra civile, cui seguì il genocidio del 1994 e la presa del potere da parte dell’RPF; profughi Hutu si rifugiarono in Congo dove furono poi massacrati a migliaia dai Tutsi nel 1996.»

(Congo Belga, 1904 circa)

Ed è ovvio che la tesi della differenza dell’origine degli Hutu e dei Tutsi, fu cavalcata dai pensatori razzisti che identificavano nella razza caucasica, la forza “Civilizzatrice del Mondo“. A suggellare questa strampalata tesi, si ipotizzò, persino che un regno strutturato e complesso come quello del Ruanda e del Burundi, al tempo dei primi contatti con gli europei, potesse essere stato creato solo da un popolo di razza hamitica, ovvero di pelle nera ma originariamente affine ai caucasici, giunti nell’Africa subsahariana da nord, attraverso l’Egitto e il Corno d’Africa (soprattutto dall’Etiopia). Si delineò, di conseguenza, la tesi secondo cui gli hamitici Tutsi avrebbero colonizzato la terra degli indigeni Hutu e Twa in epoche remote, imponendosi sulle popolazioni locali in virtù della loro superiorità! In Ruanda come nel Burundi, i Tutsi rappresentavano l’aristocrazia della società, possedevano terre e bestiame, mentre al contrario, gli Hutu, svolgevano il lavoro agricolo. I belgi, quindi, pensarono bene di allargare e alimentare ulteriormente la differenza tra questi due gruppi. Introdussero, inoltre, le carte di identità ed iniziarono a classificare rigidamente i ruandesi in funzione del loro status sociale e delle loro caratteristiche somatiche, in particolare distinguendoli chiaramente fra Hutu e Tutsi. I Tutsi, ovviamente essendo i più ricchi e compiacenti, furono i favoriti, mentre gli altri ancora più vessati. Insomma, alla fine, milioni di persone sono morte per una stupida idea razziale inculcata dall’occidente nella popolazione locale, manipolandola a tal punto da snaturarne persino la propria identità storica e culturale. Prima di addentrarci in questo ennesimo orrore di conradiana memoria, dobbiamo però considerare altri fattori che hanno portato a questo tragico epilogo. I Tutsi erano stati estromessi dal potere dagli Hutu che, dalla rivoluzione del 1959, detenevano completamente il potere, e quando il 6 aprile del 1994 l’aereo del presidente, Juvénal Habyarimana, al potere con un governo dittatoriale dal 1973, venne abbattuto da un missile terra-aria mentre era di ritorno insieme al collega del Burundi, Cyprien Ntaryamira, da un colloquio di pace, si scatenò letteralmente l’inferno.

Ancora oggi risulta un mistero su chi fece partire quel missile, varie ipotesi si sono succedute, quelle più accreditate accusano alcune frange estremiste del partito presidenziale, le quali, – non accettando la ratificazione dell’accordo di Arusha (del 1993) e che concedeva al Fronte Patriottico Ruandese (RPF), composto in prevalenza da esiliati Tutsi, un ruolo politico e militare di rilievo all’interno della società ruandese -, decisero di risolvere il problema drasticamente. Qualche anno più tardi venne persino incriminata la moglie del presidente, che proprio quel giorno, guarda caso, contrariamente alle sue abitudini, decise di prendere un mezzo diverso dall’abituale aereo, forse perché conosceva in anticipo cosa sarebbe accaduto, o forse perché, lei stessa, ne era coinvolta personalmente. Fatto sta che dopo lo schianto dell’aereo, e con il pretesto di una vendetta trasversale, cominciarono le ritorsioni. Il segnale dell’inizio delle ostilità fu dato dall’unica radio non sequestrata, l’estremista “RTLM” che invitava senza mezzi termini, per mezzo dello speaker Kantano, a “seviziare ed uccidere gli scarafaggi Tutsi.” Iniziarono così i massacri e che si intensificarono dal 7 aprile a Kigali e nelle zone controllate dalle forze governative, della stessa popolazione Tutsi, di quella parte Hutu imparentata con questi, della Guardia Presidenziale e dei gruppi paramilitari Interahamwe e Impuzamugambi, con il supporto dello stesso esercito. Nei 100 giorni successivi si susseguirono massacri e barbarie di ogni tipo, e vennero massacrate più di un milione di persone in maniera capillare e sistematica. Uno dei massacri più orrendi fu compiuto a Gikongoro, l’allora sede dell’istituto tecnico di Murambi. Qui, oltre 27.000 persone vennero massacrate senza pietà, tanto che la notte seguente, dalle fosse comuni, il sangue cominciò ad uscire andando ad inumidire il terreno. In un solo giorno vennero uccise circa 8.000 persone, 333 l’ora, 5 ogni minuto!

Tale massacro non si svolse per mezzo di bombe o armi da fuoco, ma mediante la più rudimentale ed efficace arma bianca, il machete[5]. Il genocidio era stato ben organizzato dal governo ruandese con mesi e mesi in anticipo, tanto che il Primo Ministro del Ruanda, Jean Kambanda, rivelò durante la sua testimonianza davanti al Tribunale Internazionale per il Ruanda, che all’interno del governo ci furono apertamente delle discussioni riguardanti il da farsi, e che: “… uno dei ministri del governo disse che era personalmente in favore di sbarazzarsi di tutti i Tutsi; senza i Tutsi, disse il ministro, tutti i problemi del Ruanda si sarebbero risolti.” Oltre a Kambanda, gli organizzatori del genocidio furono il colonnello Théoneste Bagosora, alcuni ufficiali dell’esercito in pensione, molti funzionari governativi di alto livello e membri dell’esercito, come il generale Augustin Bizimungu e il generale Habyarimana, i quali fecero importare 581.000 machete fabbricati in Cina per aiutare gli Hutu ad uccidere i Tutsi, perché “erano più economici delle pistole!” All’inizio delle operazioni, i miliziani ruandesi pronti all’azione erano circa 30.000, in pratica un membro della milizia per ogni dieci famiglie. Ogni quartiere aveva, quindi, dei rappresentanti pronti all’azione e i pianificatori videro la partecipazione di sindaci, poliziotti e cittadini. Come se non bastasse, alcune indagini rivelarono che: “l’allora Segretario Generale dell’ONU, Boutros Boutros-Ghali, giocò un ruolo importante nella fornitura di armi al regime Hutu, il quale ha realizzato una campagna di genocidio contro i Tutsi in Ruanda nel 1994. Come ministro degli esteri in Egitto, Boutros-Ghali ha facilitato un affare di armi nel 1990, che era di $26 milioni (18 milioni di sterline) di bombe di mortaio, lanciarazzi, granate e munizioni, trasferite dal Cairo al Ruanda. Le armi furono utilizzate dagli Hutu in attacchi che hanno portato fino a 1.000.000 di morti.” (The Guardian, 2000)

Il genocidio ruandese ebbe termine nel luglio 1994, con la vittoria dell’RPF nel suo scontro con le forze governative. Giunto a controllare l’intero paese, l’RPF, attuò a sua volta una risposta al genocidio che aggravò ulteriormente la situazione umanitaria, in quanto scatenò la fuga di circa un milione di profughi Hutu verso i paesi confinanti: Burundi, Zaire, Tanzania e Uganda. Ma la storia del genocidio ruandese è anche la storia dell’indifferenza dell’occidente, a fronte di eventi percepiti come distanti dai propri interessi, così come avveniva durante gli anni oscuri del colonialismo. Sconcertante fu l’atteggiamento dell’ONU che si disinteressò del tutto delle tempestive richieste di intervento, e l’esiguo contingente già presente venne successivamente ritirato, dopo che lo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite spinse in tal senso. Visto gli interessi in gioco non c’è da stupirsi se le ex-colonie coinvolte, tra cui il Belgio e la Francia, a loro volta, non solo non cercarono di contrastare i massacri, ma intervennero soltanto per mettere in sicurezza i propri cittadini, o fiancheggiare alcune milizie, sempre per perseguire propri interessi. Del resto, molti non ricordano nemmeno che all’epoca, la posizione del presidente Mitterrand e della Francia fu alquanto controversa, dato che prima appoggiò i Tutsi per poi spingere gli Hutu alla rivolta; non è un mistero che il più violento commando del genocidio, gli Interahamwe, voluto dal clan Habyarimana, fu addestrato di concerto dall’esercito ruandese e da quello francese. Alla fine, numerosi autori delle stragi rimasero impuniti o indirettamente protetti da alcuni paesi occidentali come la Gran Bretagna. Gli odi razziali passarono poi alle nazioni vicine, si suppone, infatti, che essi abbiano alimentato la Prima e la Seconda Guerra del Congo (rispettivamente, 1996-1997 e 1998-2003), e che siano stati uno dei principali fattori della Guerra Civile in Burundi (1993-2005).

(Ruanda, 1994)


[1] Joseph Conrad, nato Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski (1857- 1924), è stato uno scrittore e navigatore polacco naturalizzato britannico. Considerato uno dei più importanti scrittori moderni in lingua inglese, Conrad è stato capace, grazie ad un ricchissimo linguaggio (nonostante l’inglese fosse soltanto la sua terza lingua, dopo quella polacca e francese), di ricreare in maniera magistrale atmosfere esotiche e riflettere i dubbi dell’animo umano nel confronto con terre selvagge. È universalmente riconosciuto come uno dei grandi maestri della prosa. Sebbene molte delle sue opere siano pervase di non pochi elementi di ispirazione romantica, è considerato soprattutto come un importante precursore della letteratura modernista. Il suo originale stile narrativo e i suoi anti-eroici personaggi hanno influenzato molti scrittori, tra cui Ernest Hemingway, David Herbert Lawrence, Graham Greene, William S. Burroughs, Joseph Heller, V.S. Naipaul e John Maxwell Coetzee, ed ha ispirato diversi film, tra cui Lord Jim e Apocalypse Now di Francis Ford Coppola.

[2] Francis Ford Coppola (1939) è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense. È considerato uno dei maggiori cineasti della storia del cinema. Insieme a colleghi e amici quali Martin Scorsese, Brian De Palma, Steven Spielberg e George Lucas, ha contribuito in maniera determinante alla nascita della New Hollywood, consacrandosi autore di prestigio con la regia di pellicole come: Il Padrino, La conversazione, Apocalypse Now, Dracula di Bram Stoker, etc.

[3] Congo Belga (in francese Congo Belge, in olandese Belgisch-Congo, in tedesco Belgisch-Kongo) era la denominazione formalmente assunta dall’attuale Repubblica Democratica del Congo, nel periodo compreso tra la rinuncia da parte del re Leopoldo II del Belgio, al controllo personale dei territori della colonia (considerati proprietà della Corona), a favore del Belgio (15 novembre 1908) e l’indipendenza della colonia, raggiunta il 30 giugno 1960. Nella memoria collettiva anche molti anni dopo l’indipendenza, spesso ci si riferiva (ed ancor oggi capita) all’attuale Repubblica Democratica del Congo con il nome storico di Congo Belga.

[4] Laeken (in neerlandese Laken) è un ex comune del Belgio, che dal 1921 è stato incorporato nella Città di Bruxelles, di cui fa ora parte nell’ambito del Quartiere Nord. A Laeken si trovano la Villa Reale (con annesso castello e parco) e il famosissimo Atomium, simbolo dell’Esposizione Universale del 1958.

[5] Il machete o macete è un’arma da taglio metallica, con impugnatura e lama dritta a un solo taglio, lunga dai 32,5 ai 60 centimetri e con uno spessore solitamente sotto i 3 millimetri. Nei Caraibi anglofoni, come la Giamaica, Grenada, Trinidad e Tobago, il termine è cutlass, in Asia orientale è usato invece il termine panga.