“Paradiso Perduto” di John Milton

[…]
Così nebbia talor dal fiume uscita,
Lieve strisciando, il paludoso piano
Trascorre in sulla sera, e del bifolco
Che ritorna all’albergo, i passi incalza.
Innanzi ad essi balenava in alto
La brandita di Dio rovente spada
A cometa simile, e, a par dell’arso
Libico ciel, quel già sì dolce clima
Con sua vampa affocava. Allor Michele
Prendendo i nostri padri ambi per mano,
L’indugio ne affrettò, dritto alla porta
Orïental guidolli, e di là ratto
Giù per la rupe alla pianura, e sparve.
Essi al perduto lor felice albergo
Volsero indietro gli occhi, e l’igneo brando
Vider rotante in fulminosi giri
Su tutto il lato orïentale e folte
In sulla porta star tremende facce
Ed armi ardenti. Alle lor ciglia alquante
Stille di pianto allor mandò natura,
Ma tosto le asciugaro. A sè dinanzi
Avean tutta la terra, ove un soggiorno
Scegliersi di riposo, e loro scorta
Era la Provvidenza. A incerti e lenti
Passi, dell’Eden pei solinghi campi,
Tenendosi per man, preser la via
.”


Testo tratto da: “Il Paradiso Perduto” (1667) di John Milton, traduzione dall’inglese di Lazzaro Papi (1811). Finale dal Libro Duodecimo.